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Stop impunità: anche le vite dei giornalisti contano

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Negli ultimi quattordici anni, tra il 2006 e il 2019, quasi 1.200 giornalisti sono stati uccisi per aver trasmesso notizie e informazioni al pubblico. Un decesso ogni quattro giorni. In nove casi su dieci, gli assassini sono rimasti impuniti. E l’impunità porta con sé un circolo vizioso di altre uccisioni, altra corruzione e ulteriore criminalità.

Per questo il 2 novembre si celebra la Giornata internazionale per mettere fine all’impunità per i crimini contro i giornalisti, indetta dall’Onu in memoria dell’omicidio di due giornalisti francesi uccisi nel Mali nel 2013. La risoluzione dell’Onu esorta gli Stati membri ad attuare misure definitive per contrastare la cultura dell’impunità ma, ancora oggi, le uccisioni di giornalisti rimaste impunite sono molteplici. E oltre omicidi esiste una casistica variegata di attacchi definiti “non fatali” ma comunque gravi e ricorrenti, come le minacce e le ritorsioni, o le intimidazioni.

Quest’anno, per la prima volta, il mondo e i media devono affrontare una sfida completamente nuova, legata al COVID-19 «La pandemia – dice il segretario generale delle Nazioni Unite António Guterres – ha evidenziato nuovi pericoli per giornalisti e gli operatori dei media. Ci sono stati almeno 21 attacchi contro giornalisti che coprivano proteste nella prima metà del 2020, pari al totale dell’intero 2017. Sono stati inoltre introdotti ulteriori vincoli al lavoro dei giornalisti come minacce di ripercussioni penali, arresti, negazione dell’accesso giornalistico e omissioni nel perseguire i crimini contro di loro. Quando i giornalisti vengono presi di mira, le società nel loro insieme pagano un prezzo. Se non proteggiamo i giornalisti, la nostra capacità di rimanere informati e prendere decisioni basate su prove è gravemente ostacolata. Quando i giornalisti non possono svolgere il loro lavoro in sicurezza, perdiamo un’importante difesa contro la pandemia e la disinformazione che si è diffusa in rete. Mentre il mondo combatte la pandemia COVID-19, ribadisco il mio appello per una stampa libera che possa svolgere il suo ruolo essenziale nella pace, nella giustizia, nello sviluppo sostenibile e nei diritti umani».

Anche Audrey Azoulay, direttrice generale dell’Unesco, spiega che per troppi giornalisti dire la verità ha un prezzo: «Molti hanno perso la vita mentre coprivano i conflitti, ma molti altri vengono uccisi al di fuori di situazioni di conflitto, per aver indagato su questioni come corruzione, tratte illegali, illeciti politici, violazioni dei diritti umani e questioni ambientali. La morte non è l’unico rischio che i giornalisti devono affrontare: gli attacchi alla stampa possono assumere la forma di minacce, rapimenti, arresti o molestie, offline e online, mirati in particolare alle donne. Possiamo e dobbiamo fare di più».
Negli ultimi anni, l’Unesco ha formato quasi 17.000 operatori giudiziari, anche su questioni di impunità e sta sviluppando linee guida in collaborazione con l’Associazione internazionale dei procuratori per assistere i pubblici ministeri nelle indagini su crimini e attacchi contro giornalisti. «Quest’anno – continua Azoulay – la nostra campagna #EndImpunity sta evidenziando alcuni dei rischi specifici che i giornalisti affrontano nella loro ricerca per scoprire la verità. In questo giorno, invito tutti a partecipare alla campagna e tutti gli Stati membri e le organizzazioni internazionali e non governative a unire le forze per garantire la sicurezza dei giornalisti e sradicare l’impunità. Solo indagando e perseguendo i crimini contro i professionisti dei media possiamo garantire l’accesso alle informazioni e la libertà di espressione. Solo dicendo la verità al potere possiamo promuovere la pace, la giustizia e lo sviluppo sostenibile nella nostra società».

In Italia, il palazzo Rai di viale Mazzini resterà illuminato fino alla mattina del 3 novembre e, sulla sua facciata, verranno proiettati i nomi dei giornalisti e operatori dell’informazione che sono morti facendo il proprio lavoro e per i quali non è ancora arrivata una sentenza che assicuri verità e giustizia. L’elenco delle vittime italiane ci riporta alla mente storie e volti di colleghi la cui morte è rimasta impunita, anche dopo decenni: da Ilaria Alpi e Miran Hrovatin; o come Marco Luchetta, Dario D’Angelo, Alessandro Ota, Italo Toni e Graziella De Palo, Mino Pecorelli, Raffaele Ciriello, Mauro De Mauro, Vittorio Arrigoni, Mauro Rostagno, Beppe Alfano, Cosimo Cristina, Antonio Russo, Andrea Rocchelli.
Sui vetri di viale Mazzini scorreranno anche i nomi delle giornaliste e dei giornalisti uccisi in Europa: come Daphne Caruana Galizia, fatta saltare in aria con un’autobomba a Malta; o Jamal Khashoggi, assassinato nel consolato dell’Arabia Saudita ad Istanbul; o Anna Politkovskaia, uccisa sotto casa sua a Mosca nel 2006 per le sue cronache del conflitto in Cecenia e le sue denunce contro la corruzione.

Ossigeno per l’Informazione, invece, celebra la giornata con due iniziative: la pubblicazione di un dossier speciale di 24 pagine dal titolo “Guerre, giornalisti uccisi e impunità” , per raccontare la vita e la morte del fotoreporter Andrea Rocchelli e il processo in corso a Milano per accertare le responsabilità della sua uccisione, in Ucraina nel 2014, durante gli scontri nel Donbass; e la versione inglese dell’archivio “Cercavano la verità”, che racconta le storie di 30 giornalisti italiani assassinati per impedire che rivelassero verità scomode.

A livello internazionale, l’evento principale sarà la Conferenza mondiale sulla libertà di stampa organizzata dall’Unesco e dai Paesi Bassi, il prossimo 9 e 10 dicembre, che celebrerà anche la Giornata mondiale per la libertà di stampa (che non si è potuta festeggiare il 3 maggio scorso a causa dell’emergenza covid-19). Verranno esaminate le linee-guida per i pubblici ministeri sulle indagini e il perseguimento di crimini e attacchi contro i giornalisti. È possibile registrarsi alla conferenza qui.

Qui il link per vedere i principali eventi organizzati in tutto il mondo.

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