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Spoon River siriana, 24 voci in meno in un anno

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A quasi otto anni dall’inizio della guerra in Siria, le violenze contro i giornalisti continuano a essere il pane quotidiano della cronaca. Secondo il report diffuso dal Syrian Network for Human Rights, nel 2018 sono stati 24 i giornalisti uccisi (compresi i cosiddetti citizen reporter); 28 sono rimasti feriti e 31 sono stati arrestati o sequestrati. I giornalisti sono bersaglio di tutte le parti coinvolte, che si tratti del regime, dell’Isis, di gruppi estremisti, forze russe, milizie curde, forze d’opposizione armata. Tutti i gruppi in conflitto si sono macchiati di crimini contro i civili. Tra questi spicca il governo di Damasco, responsabile dell’83% delle violazioni registrate, con 13 operatori dell’informazione uccisi; quattro sono quelli morti per mano dell’Isis, tre sono stati uccisi da altre formazioni estremiste, tre da altre formazioni, due quelli a cause delle forze russe, mentre PYD e fazioni dell’opposizione armata hanno rispettivamente provocato la morte di un giornalista.

Un triste bilancio, che contribuisce a portare la Siria al 177° posto su 180 nella classifica Press Index 2018 stilata da Reporter senza frontiere. Sempre secondo questo report, 59 dei 60 giornalisti rapiti nel 2018 si trovavano tra Siria, Iraq e Yemen. Sembra anche lontano qualunque tentativo di condannare i responsabili di questi crimini di guerra e di fare giustizia per le vittime di violenze, tortura e omicidio.

Che ne è stato, per esempio, dell’attivista Wissam al-Tair, amministratore di Dimashq al Aan’ Network? Di lui non si hanno più notizie dal suo arresto, a dicembre 2018. La fotografa e operatrice umanitaria Delshan Qarajoul, invece, è stata rilasciata alle porte di Aleppo dopo un mese di prigionia. Si trovava nelle mani di un gruppo legato all’opposizione armata, che l’aveva fermata ad Afrin. Anche il giornalista giapponese Jumpei Yasuda, sequestrato nel luglio del 2015 a Salhab, nei sobborghi di Idlib è stato rilasciato lo scorso ottobre, probabilmente dietro pagamento di un riscatto. Lo vediamo in questo questo video, nel quale si rivolge alla sua famiglia in occasione del suo compleanno.

Non è stato così fortunato, invece, Raed Mahmoud, direttore di Radio Fresh, personaggio-simbolo della lotta non violenta del popolo siriano, conosciuto per il suo impegno per la democrazia nella città di Kafranbel. È stato ucciso dal gruppo islamista Hayat Tahrir al-Sham lo scorso 23 novembre. Insieme a lui ha perso la vita Hamoud Jneed, sempre di Radio Fresh, nato nel 1980 e padre di quattro figli, attivo nel documentare con le sue foto e i suoi video le sofferenze dei civili siriani. Drammatico il racconto del fotografo venticinquenne Bilal Sraiwe, arrestato l’8 novembre 2018 ad Afrin con l’accusa di fotografare senza autorizzazioni e poi torturatoMi hanno confiscato l’attrezzatura – ha spiegato – e mi hanno portato, bendato, in una località a mezz’ora da Afrin, dove mi hanno picchiato e torturato senza farmi domande. Dopo mezz’ora di tortura mi hanno chiesto per chi lavorassi, ma non mi hanno creduto e hanno continuato a picchiarmi brutalmente su tutto il corpo. Mi hanno appeso al soffitto e bruciato con mozziconi di sigaretta, per costringermi a confessare che lavoravo per una certa parte. Poi mi hanno messo in isolamento per quattro giorni, bendato e con le mani legate, senza mai sapere dove fossi o cosa stesse accadendo intorno a me. Dopo tre  giorni mi hanno portato in un ufficio dove c’era Abu Ahmad, il comandante della brigata Sultan Murad. Poi sono stato rilasciato».

La Rete siriana per i diritti umani (SNHR) è un’organizzazione non governativa per i diritti umani, fondata nel 2011 alla luce del sistematico aumento delle violazioni dei diritti umani in questo Paese. Tra i suoi obiettivi, quello di raggiungere la giustizia e la pace, sensibilizzare il popolo siriano rispetto ai diritti civili e politici, cercare di fermare le violazioni dei diritti umani. Lavora principalmente sul monitoraggio e sulla documentazione delle violazioni dei diritti umani in Siria e pubblica ricerche e rapporti relativi a tali violazioni, prove delle sue indagini (fotografie, mappe, grafici e infografiche). Collabora con l’Alto Commissariato delle Nazioni Unite per i diritti umani e con varie la Commissione internazionale indipendente d’inchiesta sulla Repubblica araba siriana organizzazioni internazionali per i diritti umani come Amnesty International, Human Rights Watch, Reporter senza frontiere, Al Karama e The Syrian Campaign, oltre a numerose organizzazioni locali siriane.

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