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Spinoland (10) – Il nuovo lockdown e i cenni di rivoluzione in Libano

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Uno spettro si aggira per mezzo mondo: quello di un nuovo confinamento, dopo aver riassaporato il gusto della libertà. In Libano, lo spettro si è già materializzato. Un “lockdown totale” (o quasi) è stato reimposto dal governo nazionale da mercoledì e andrà avanti per tutto il fine settimana, fino all’alba di lunedì, poi si vedrà. Il numero dei casi di Coronavirus è di nuovo cresciuto e il primo ministro Hassan Diab se l’è presa con “la negligenza e lo scarso senso di responsabilità” dei concittadini che hanno ignorato i precetti del distanziamento sociale. Parole che scorrono in sovraimpressione sulle immagini dell’affollata Corniche di Beirut in una giornata di sole, quasi fossero la versione libanese dell’ira del sindaco di Milano dopo il ritorno del rito dello spritz sui Navigli. Parallelo accattivante ma bugiardo.

Perché in pochi Paesi al mondo, la combinazione tra crisi economica, politica e sanitaria è risultata micidiale come in Libano. Non a caso la parziale uscita dal lockdown, a fine aprile, è coincisa con la ripresa delle proteste che scuotono il Paese da ottobre.  Del resto il movimento di contestazione aveva avvertito, inondando di messaggi le reti sociali lo scorso 17 aprile, a sei mesi esatti dall’inizio della rivolta: “Torneremo”. E quando la lira libanese è crollata al minimo storico e le porte di casa si sono riaperte, sono tornati, dilagando da Tripoli, storico polmone commerciale del nord del Paese, asfissiato dalla crisi, fino a Sidone.

Nel mirino delle bottiglie Molotov ancora una volta ci sono le banche, che hanno de facto sequestrato il denaro dei piccoli risparmiatori. Banche considerate responsabili di un collasso economico-finanziario che ha cause profonde e scuote “il modello libanese” alla radice. Il coronavirus, con il blocco imposto alle attività economiche, è stato il colpo di grazia inflitto a un sistema già agonizzante.

I caveau della vecchia Svizzera del Medio Oriente si sono gonfiati di petrodollari in questi anni, attratti dagli alti tassi d’interesse garantiti da banche legate al settore immobiliare e a quello dei servizi (e ancora di più alla classe politica), e dal tasso di cambio della valuta nazionale ancorato al dollaro.

Si produce poco o nulla in Libano, ma di soldi ne giravano parecchi, almeno fino a quando la crisi dei prezzi del greggio ha tagliato il flusso di denaro in arrivo dal Golfo. E il sistema è crollato. Il debito pubblico è salito a livelli record, il valore reale della moneta si è polverizzato, tasso di disoccupazione e inflazione si sono impennati, e le misure di emergenza varate dal governo per evitare il crack – stravaganti tasse su whatsapp, tagli ai salari degli statali e delle pensioni, blocco ai prelievi bancari – hanno acceso la prima rivolta trasversale della democrazia multi-confessionale libanese.  

La bancarotta è arrivata lo stesso, a metà marzo, quando il neo-premier Diab ha annunciato che il Libano non poteva rimborsare la rata da oltre un miliardo di dollari di interessi sul debito pubblico, dichiarando di fatto il default. Beirut pochi giorni fa ha chiesto il sostegno del FMI, ma non sarà facile uscire dall’impasse, anche perché buona parte del debito scaduto è in mano al fondo britannico Ashmore, specializzato in speculazioni nelle “economie emergenti”, che si è già opposto a ogni ipotesi di ristrutturazione.

La via d’uscita dalla crisi comporterà in ogni caso l’applicazione di misure di austerity insostenibili per buona parte dei cittadini libanesi – metà della popolazione da autunno è scivolata sotto la soglia di povertà – e forse anche per gli infragiliti equilibri politico-sociali.

Le proteste del 27 e 28 aprile, i primi giorni del ritorno alla normalità dopo il lockdown, hanno fatto registrare nuovi picchi di violenza. Negli scontri con l’esercito è rimasto ucciso un ragazzo di ventisei anni. Il suo funerale, l’indomani, ha dato il via a una seconda ondata di assalti dei manifestanti, con o senza mascherine.

La protesta si è subito ripresa le piazze reali e anche quelle virtuali, sulle frequentate diramazioni libanesi delle reti sociali. Costringendo anche il sistema mediatico a seguire i rivoltosi, Tv in testa, prese di mira perché considerano “più importanti le musalsalat (le popolari serie tv trasmesse durante il Ramadan ndr) della famecome recitava un hashtag diventato virale gli ultimi giorni di aprile.

È un lockdown breve ma molto teso, quello che subiscono i libanesi. “La seconda ondata della rivoluzione è iniziata – avverte un professore-attivista, parlando a Le Monde la prima era molto bella e idealista, questa sarà diversa perché ormai è una questione di sopravvivenza”. Il nuovo confinamento darà un colpo in più a una economia già devastata, ma non riuscirà a tenere a lungo chiusi in casa i libanesi in rivolta.  

 

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