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Spinoland (18) – Campagne d’Egitto, la rivolta delle galabeya e la battaglia dei media

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L’ultima vittima nota dell’apparato repressivo egiziano si chiama Awais al-Rawi, ucciso il 30 settembre davanti alla sua famiglia nel villaggio di el-Awamiyah, a una manciata di chilometri dai templi di Luxor. Aveva 38 anni e due figli. La polizia è entrata a casa sua in cerca di suo fratello, accusato di aver partecipato a una piccola manifestazione anti-governativa. Non trovandolo, un poliziotto ha preso a sberle suo padre. Awais al-Rawi lo ha centrato con un pugno, e questi gli ha scaricato addosso quattro proiettili, uno in pieno viso. La sua esecuzione ha scatenato proteste furiose, perché nella Valle del Nilo non si prendono a sberle i padri e non si uccidono i figli che li proteggono. Nessun regime se lo può permettere, neanche quello di al-Sisi.

Il funerale di Awais al-Rawi è diventato un campo di battaglia in cui la polizia ha di nuovo aperto il fuoco, mostra un video che gira sulle reti sociali, accompagnato da un hashtag che inquieta il regime: “Venerdì usciremo a milioni per le strade”. E dall’Alta Valle del Nilo, l’indignazione si è diffusa nel resto del Paese. Siamo tutti Awais al-Rawi, ripetono gli egiziani, che paragonano il caso a quello di Khaled Said, la cui uccisione a giugno 2010 per mano della polizia innescò la rivolta che poi sfociò nella rivoluzione del 2011.

La zona di Luxor è stata per giorni sotto assedio, racconta il quotidiano indipendente Mada Masr, violando il black out informativo imposto ancora una volta dai media del regime, in stato di massima allerta. Perché sono sempre di più gli egiziani che rifiutano la consegna del silenzio, anche se infrangerla comporta seri rischi. La giornalista trentenne Basma Mostafa, che ha provato a seguire la storia, è stata fatta sparire sabato 3 ottobre, poco dopo essere arrivata a Luxor. È ricomparsa domenica negli uffici della Procura centrale del Cairo, in stato di arresto preventivo per quattordici giorni. È una procedura abituale del regime, che di solito rinnova a piacimento la detenzione in attesa di un processo – o di un formale atto d’accusa – che potrebbe non arrivare mai, come già raccontato dal Caffè dei Giornalisti.   

Basma Mostafa del resto è una giornalista fastidiosa, pretende di seguire i casi che il regime preferirebbe lasciare in ombra – indagò anche sul caso Regeni, intervistando la famiglia presso la quale erano stati trovati i documenti intestati al giovane ricercatore friulano –  ed è già stata arrestata quattro anni fa. Anche il giornale online per il quale lavora, al-Manassa, è da tempo nel mirino, come tutte, o quasi, la testate che s’intestardiscono a praticare il giornalismo sotto al-Sisi. Solo dal 2017, in Egitto sono stati chiusi oltre 500 siti di notizie, dopo il passaggio di una legge che ha allargato a dismisura il concetto di terrorismo facendovi rientrare anche “la diffusione di fake news” e “l’uso improprio dei social media”.

Al-Manassa ha trovato un espediente tecnologico per riaprire, ma la sua direttrice Nora Younis è stata arrestata e poi rilasciata, com’è capitato nel novembre del 2019 e nel maggio 2020 a Lina Attalah, la direttrice del quotidiano Mada Masr, la fonte principale cui ci appoggiamo per raccontare cosa sta accadendo in questi giorni: in Egitto, malgrado le sistematiche violenze e intimidazioni nei confronti di giornalisti, attivisti, infermieri occasionali com’era, tra le altre cose, Awais al-Rawi, o proprietari di negozi di uccelli come il 26enne Islam al-Ostraly, torturato a morte un mese fa a Giza per essersi rifiutato di pagare un bustarella, la persone sono uscite di casa per farsi sentire, nelle piazze reali oltre a quelle virtuali, a Luxor e altrove.

Non siamo ancora ai milioni di manifestanti invocati dopo la morte di Awais al-Rawi, tutt’altro, si tratta di tante piccole proteste, ma questo è anche l’obiettivo dichiarato da Mohamed Ali. L’ex contractor dell’esercito fuoriuscito in Spagna reinterpreta il concetto di massa critica teorizzando che “se cinque milioni di persone scendessero in strada a protestare, nessuno verrebbe arrestato”. Un anno fa, in seguito al suo appello alla rivolta in cui aveva denunciato la corruzione del regime erano troppo pochi, e in 400 sono finiti in galera. Esattamente un anno dopo, Mohamed Alì ci ha riprovato, chiedendo via social agli egiziani di #انزل_20_سبتمبر  (#uscire per strada il 20 settembre) per “cogliere questa opportunità di liberare il Paese”.

Alcuni lo hanno ascoltato – da Suez a Kfar El Dawwar, sul delta del Nilo, da Alessandria ad Assuan, ma anche a Giza e in altri sobborghi del Grande Cairo, magari unendosi a chi stava già manifestando, sfidando o aggirando le forze di sicurezza. Perché le proteste, in questa stagione, si sono accese prima nei piccoli centri rurali, dove la presenza dell’apparato è molto meno pervasiva. La chiamano la rivolta delle galabeya, la tunica tradizionale che portano gli abitanti della valle del Nilo. “Questa volta è la campagna che guida la città”,  come ha spiegato il giornalista italo-egiziano Maaty el Sandoubi lo scorso 29 settembre a Radio3Mondo.

Molti sono scesi a protestare contro la decisione del governo di abbattere gli edifici “illegali” in cui vivono, nel tentativo di difendere almeno la casa, in una stagione in cui la crisi economica, aggravata dal Coronavirus, sta rendendo ancora più agra la vita del 70% degli egiziani che vivono sull’orlo o sotto la soglia di povertà. “Il Venerdì della rabbia” 25 di settembre le proteste si sono impennate, gli scontri sono diventati più duri, facendo registrare la prima vittima – il 25enne Sami Wagdy Bashir, ucciso nel villaggio di al-Blida nel Governatorato di Giza –  mentre a Helwan, limite meridionale della megalopoli Cairo è esploso lo slogan che riassume con chiarezza l’obiettivo politico delle proteste sociali: “Dillo forte, senza aver paura, al-Sisi se ne deve andare”.

Il regime ha risposto con la solita ondata di arresti – 496 e tra questi diversi minori secondo Amnesty International, che il 2 ottobre ha lanciato un appello per la loro liberazione – due vittime e oltre al bavaglio, anche la manipolazione mediatica, usando quelle testate rilevate negli ultimi anni da gruppi editoriali legati all’apparato di intelligence e sicurezza. Oltre a negare sistematicamente l’esistenza del minimo dissenso, infine riconosciuto dallo stesso al-Sisi, la United Media Services Group, che detiene Youm7, avrebbe inscenato finte proteste e consegnato i filmati ai media considerati ostili – da al Jazeera, a El Sharq Tv – per poi denunciarne l’incapacità di distinguere una vera protesta da una messinscena. In altre parole, i media lealisti hanno inventato proteste finte per negare l’esistenza di quelle vere. L’inganno è stata però svelato dall’attenta ricostruzione di Mada Masr. La battaglia continua, nelle campagne e nelle città d’Egitto, e sui suoi media.

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