Home»Professione giornalista»Spazio La Stampa

Spazio La Stampa

0
Shares
Pinterest Google+

Entrando nella nuova sede de La Stampa sembra di stare in un film americano. Una redazione concentrata che lavora in una stanza ovale e scintillante (dove i visitatori non posso creare distrazioni), con una serie di scrivanie con andamento concentrico che converge verso il centro, dove sta il potere. 
Un open space che concentra il Quarto Potere… Ma la sede de La Stampa di via Lugaro non è soltanto questo, custodisce anche un piccolo museo straordinario, inaugurato lo scorso autunno.

Spazio La Stampa

Accompagna il visitatore una hostess bionda e ricciuta, entusiasta del suo compito: fa parte di una squadra di lavoro, fa parte di un insieme, e questo spirito, oggi abbastanza raro, rende entusiasta anche chi la ascolta. “Questo spazio, spiega, raccoglie i documenti originali della sede di via Marenco: tutto è raccolto in questo spazio espositivo”. E di materiale, interessante, ne troviamo davvero, a partire dalla rassegna di ritratti dei presidenti del consiglio di amministrazione del quotidiano: dal senatore Agnelli (1926-1931) fino agli anni duemila.

Esposti in modo magistrale, ecco 145 anni di storia del giornale: dalla fondazione, a Torino nel 1867 da parte del giornalista e scrittore Vittorio Bersezio, di quella che si chiamava ancora Gazzetta Piemontese, alla Nuova Stampa dopo il fascismo, a La Stampa di oggi. Da allora, quattro le sedi: piazza Solferino, via Roma (dove c’era fino a poco tempo fa l’ufficio abbonamenti), via Marenco (dal 1968 al settembre 2012) e infine via Lugaro. E poi i direttori, a partire da Frassati, allontanato dal regime fascista con mezza redazione, fino a quelli attuali.

Nel museo de La Stampa c’è un librone con le copie del 1916: si nota la diversa impaginazione, e un tipo di giornalismo, meno chiassoso rispetto ad oggi, più essenziale. Un numero di pagine inferiore – fra le quattro e le venti – e le notizie ordinate: un prodotto di èlite, anche molto più costoso rispetto ad oggi.

In una stanza troviamo i mezzi di comunicazione con cui arrivavano in redazione gli articoli: dal telegrafo (con cui giungevano i dispacci), al telefono (che rappresentava un contatto diretto con i cittadini, mentre fino ad un certo punto della sua storia era solo il giornale a fornire le notizie: la partecipazione delle persone fu un fatto importante); e poi l’apparecchio per le telefoto (del 1934, per cui le foto erano visibili “solo” 12 ore dopo un avvenimento, e questo era emozionante!); il dimafono, l’antenato della segreteria telefonica (che venne peraltro utilizzato nel 2004 in Asia, poiché nelle prime ore dopo lo tsunami non funzionava nulla), il telex, il telefax, fino ad arrivare allo smartphone dei giorni nostri.

E poi, una carrellata di prime pagine a confronto (quasi una lezione di giornalismo) dove cogliere molto bene il cambiamento del modo di dare le notizie anche tramite il confronto di due nozze regali. Quelle di Grace Kelly e Ranieri nel 1956: due foto in bianco e nero, una pagina fitta di testo. Le nozze di William e Kate nel 2011 con una foto grande a colori, molte didascalie, poco testo e due pagine piene di immagini.

Un altro confronto front page? Titanic/Concordia, e nel naufragio più recente, la notizia è la foto, (e il titolo è a supporto della foto) poiché degli avvenimenti, al momento della pubblicazione del giornale, il lettore sapeva già tutto.

Il museo è anche interattivo: vengono illustrate le ore del giornale e i suoi ritmi (riunioni di redazione, ecc ecc), e al visitatore lo si fa partecipare: per esempio, nel comporre una prima pagina. Ecco qui diverse notizie, viene detto: voi come le mettereste in pagina, che “gerarchia” usereste? Quale la foto in prima? Quale la notizia con maggior rilevanza? Quale nel taglio basso, quale quella di apertura? E il gruppo si scatena in ipotesi e si diverte a gestire le notizie all’interno del menabò, e alla fine viene mostrata quale è stata la scelta dei giornalisti “veri” e quale il risultato grafico della pagina effettivamente uscita.

Si prosegue con lo spazio delle grandi firme che negli anni hanno collaborato con La Stampa: Gorbaciov, Biagi, Bobbio; la riproduzione dello studio di un direttore del giornale negli anni ’60, le variazioni di formato della pagina: dal formato lenzuolo a quello attuale; le variazioni negli anni, l’arrivo del colore.

La realizzazione: dai caratteri a piombo (piccoli, da prendere uno per uno con le pinzette e al rovescio), il telaio inchiostrato, il flano, una sorta di matrice con una lastra curva, per cui il processo di stampa impiegava ore. E poi la linotype che ha accelerato tutto con la composizione tipografica “a caldo”, con caratteri in piombo che venivano creati di volta in volta, fino al sistema a “freddo”, e cioè la composizione al computer. 

E infine in un’unica grande parete ecco simbolicamente le mitiche rotative (35.000 quotidiani all’ora), che ogni giornalista ha sognato almeno una volta nella vita di fermare per inserire un suo scoop da prima pagina!

Informazioni: www3.lastampa.it/spazio-lastampa

 

Previous post

Le vignette per riflettere

Next post

Corso di giornalismo ambientale