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Sonya Orfalian: il Mediterraneo come nostalgia del sud

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La cucina d’Armenia

Gli antipasti orientali di cui parlavo poc’anzi sono tipici dei paesi Shami. Con questo termine gli arabi definiscono il medioriente, l’area che comprende Giordania, Siria, Libano, e i territori palestinesi. Mentre Iraq, Arabia Saudita ed Emirati sono una realtà diversa e fanno parte della cosiddetta Jazira Arabia, cioè ‘‘l’isola araba’’; qui, queste gustose preparazioni sono arrivate in seguito all’emigrazione degli arabi mediorientali ma non sono ancora parte integrante della tradizione locale. Lo stesso vale per i paesi arabi che si affacciano sul Mediterraneo, cioè Marocco, Algeria, Tunisia e Libia, definiti in arabo Magreb al-Arabi e che si differenziano per la peculiare tradizione culinaria: sono consumatori di couscous. Al di fuori dei paesi del Maghreb, il couscous sparisce dalle tavole. L’Egitto, in tutto questo, resta un’isola a sé.

 


Sonya Orfalian

 

Ilaria Guidantoni, fiorentina, laureata in filosofia teoretica alla Cattolica di Milano, è giornalista e scrittrice. Profonda conoscitrice della cultura del Mediterraneo, haincontrato la scrittrice e artista armena Sonya Orfalian, nata in Libia, apolide, anzi apatride, come preferisce definirsi. Parla del Mediterraneo al plurale: un mare che, per lei, è soprattutto sud, che sa di nostalgia struggente e profuma di tè alla menta con le noccioline. Dalla sua casa romana, dove è solita trascorrere l’estate, Orfalian racconta la sua passione per la cucina, rivelatrice della tradizione dei popoli, così come emerge dalle pagine di La cucina d’Armenia (Ponte alle Grazie, 2009); parla del valore delle fiabe, che colgono l’intimità dell’infanzia di un popolo (queste ultime raccolte in A cavallo del vento, Edizioni Argo, 2017) – e del peso della memoria, al quale sta lavorando con la sua tipica scrittura di lunga sedimentazione per narrare l’epopea della sua famiglia.

L’INTERVISTA

Sonya Orfalian, scrittrice e artista armena, vive a Roma. Foto @popcornpress.it

La mia seconda quarantena, imposta dal ritorno dalla Tunisia, ha acceso la mia fantasia culinaria perché la casa è diventata il centro delle giornate; così ho sentito nostalgia dei profumi del sud e ho ripensato ai racconti dell’amica Sonya Orfalian, che ho raggiunto nella sua casa romana. Una vita da romanzo, un cammino tra peripezie che sembrano il filo narrativo di una fiaba armena. La dimensione del movimento, in questo periodo, mi manca molto. E Orfalian è la compagnia ideale per farsi portare in giro nel “Mare bianco di mezzo”.

Qual è il tuo Mediterraneo?

«Parlerei di “Mediterranei” al plurale dato che, per me, quelle sponde non sono tutte uguali. Io sono nata già rifugiata, due volta rifugiata. Figlia di rifugiati armeni in Palestina, a Gerusalemme, e poi di nuovo rifugiati, dopo l’occupazione di Israele, in Libia. Doppiamente rifugiati. Prima vittime dell’Impero Ottomano e dei Turchi, poi dello Stato di Israele.»

La nostalgia è un sentimento tipicamente mediterraneo. Cosa rappresenta per te?

«Senza dubbio soffro di mal d’Africa. Una sensazione struggente che Eva Hoffman – scrittrice americana nata a Cracovia nel 1945 – descrive bene, parlando della perdita come di uno straordinario strumento di conservazione quando racconta: “La casa, il giardino, il paese che hai perduto restano per sempre come li ricordi. La nostalgia – il più romantico dei sentimenti – si cristallizza attorno a quelle immagini come ambra.” E la nostalgia si affaccia sempre, anche quando meno te lo aspetti, è un attimo. E pur essendo lucidi ci si assenta, si entra in una condizione come tra la veglia e il sonno. Proprio come accade al nostro santo Mesròp, nel mito della creazione dell’alfabeto armeno secondo il quale, quando ebbe la visione mistica delle lettere del nostro alfabeto, si trovava in una condizione transitoria. Né come un sogno nel sonno, né come una visione in stato di veglia. È dunque dalla perdita, che arriva la nostalgia: ho perso il mare della Libia, un mare che non ho più trovato da nessuna parte e quel forte sole africano, tutto quel calore che esaltava gli odori… Anche la sabbia del mare aveva un odore, pure quella rossa che il ghibli, il vento del deserto, trasportava in città.

E poi il cielo, così diverso sull’altra sponda del Mediterraneo, un cielo immenso che ogni altro cielo fuori da lì sembra nuvoloso anche quando c’è il sole. E ancora la nostalgia dell’infanzia, del mio giardino, il pergolato, il camaleonte che ogni pomeriggio si appostava sui tralci…»

Se ti chiedessi da dove vieni, cosa risponderesti?

«Sono armena, nata in Libia. La mia è una tipica famiglia armena della diaspora. Mio padre è nato a Gerusalemme nella grande e antica comunità armena di Palestina. I suoi genitori sono miracolosamente scampati al genocidio che nel 1915 i Turchi hanno messo in atto nei confronti del popolo armeno e si sono ritrovati a vivere a Gerusalemme. Mio nonno materno, invece, fu deportato dal sultano Abdul Hamid in Libia dopo i grandi massacri del 1895 perpetrati dal sultano nei confronti della popolazione armena di Urfa, oggi in Turchia. La Libia dell’epoca era una colonia ottomana, e solo quando sono arrivati gli italiani mio nonno venne liberato. Ecco, io sono questo: il risultato di una vita in diaspora. Dall’epoca del genocidio che abbiamo subìto per mano dei Turchi che ci hanno privato delle nostre terre, siamo diventati un popolo errante. Dopo la Libia, la mia terra d’accoglienza è stata l’Italia.»

Il tuo Mediterraneo è raccontato molto attraverso i sapori: cosa affiora alla tua mente se non rifletti troppo?

«Il tradizionale tè alla menta della Libia con le cacaouettes, le noccioline, tostate sul carbone ardente. Sono difficili da trovare in Occidente, qui le vendono già tostate e salate. Io lo preparo in casa, dove ho una piantina di menta portata da Tripoli. E naturalmente, il cous-cous libico, una vera prelibatezza.

Il Mediterraneo è da sempre un mare che unisce, un veicolo di conoscenza dove gli alimenti che si usano raccontano quello che succede al di fuori della casa, ci indicano con la loro presenza sulla mensa gli esiti degli scambi commerciali, ci mostrano i tabù alimentari, i legami con popoli altri, diversi. Luogo eccellente di scambio, la stanza dove il fuoco è acceso diventa fucina di integrazione. In cucina coesistono molti aspetti della cultura. Così, nella pratica della cucina gli armeni hanno potuto salvare molti aspetti della loro cultura.»

Per te dov’è il Mediterraneo? È quello armeno, o libico, o altro ancora, o tutti insieme?

«Non saprei scegliere, sarebbe come tagliare un pezzo del corpo. Direi tutti insieme: è un modo di intendere la vita, il concetto di tempo che è così diverso… Sono luoghi in cui l’attenzione verso il bisognoso resta ancora viva, non si è persa la cultura dell’ospitalità che si dà al naufrago, da tempo immemorabile.

Roma, la città dove vivo, è una città fluviale: il rapporto profondo col Tevere si è perso, ma non per questo la città non è accogliente. È un modo diverso di accogliere. Non penso a Roma come a una città mediterranea. Direi che per chi come me viene dal sud, Roma è già il nord.

Sono mediterranee Palermo, Napoli, Bari. Mentre Venezia, una città a cui sono  particolarmente legata e dove la presenza armena è di casa da centinaia di anni, rappresenta per me l’Oriente per eccellenza.»

Quali sono le note che secondo te caratterizzano il Mediterraneo a tavola e i diversi paesi?

«Le cucine non sono nazionali bensì regionali, il Mediterraneo arriva fino a dove cresce l’ulivo, la vite, il mandorlo, dunque le materie prime; gli ingredienti sono gli stessi sulle due sponde. Il pomodoro, la cipolla, l’aglio, alcuni ortaggi come le melanzane, e poi gli agrumi, e infine la carne d’agnello: sono tutte componenti caratteristiche della tavola mediterranea.

Un esempio su tutti è il grano, che si consuma su entrambe le sponde del mare: da una parte prende la forma della pasta che così bene conosciamo in Italia, dall’altra assume l’aspetto del cous-cous. Per individuare le pietanze tradizionali peculiari di una cultura si può guardare utilmente alle tradizioni religiose: durante le ricorrenze sacre, sulle tavole compaiono cibi speciali riservati ai giorni di festa.»

Cosa caratterizza in particolare la cucina armena? 

«Nella cucina di tradizione armena, in generale c’è ampio consumo di carne accompagnata da pilaf di riso o bulghur, il grano spezzato. Ma esistono anche tanti piatti “vegetariani”, se vogliamo usare un’espressione moderna, poiché nella tradizione si osservavano digiuni rituali legati al credo religioso. Non esistono preparazioni tradizionali con carne di maiale, e non per motivi di ortodossia diretta bensì per una consuetudine dovuta alla coabitazione stretta e annosa con popoli di fede islamica. Nei nostri piatti tradizionali, specie nei giorni di festa, non può mancare la melagrana, il simbolo dell’Armenia per eccellenza, che conferisce alle pietanze un gusto agrodolce. Contrariamente a ciò che normalmente si immagina, quella armena non è una cucina speziata, ma in molti piatti si ritrovano i profumi e i colori primari di tante erbe tipiche, fresche o essiccate, che crescono soprattutto in montagna. Altri ingredienti diffusi sono lo yogurt, usato in molte zuppe, e in generale i prodotti della pastorizia. Una prelibatezza è la marmellata di petali di rosa e la confettura di noci fresche.»

Quali altri tipi di influsso ha ricevuto dai paesi mediterranei e cosa ha lasciato di sé la tradizione armena?

«C’è stato certamente uno scambio reciproco soprattutto dopo il genocidio del 1915. Con la diaspora, sparpagliandosi nei vari paesi che affacciano sul Mar Mediterraneo, gli armeni si sono aperti ad accogliere i sapori locali arricchendo così la loro tavola tradizionale. D’altronde, la cucina e la musica sono i primi linguaggi attraverso cui si entra in contatto con l’altro. Forse proprio perché sono i più immediati. Vero è che per la sua posizione geografica, l’Armenia non è mai stata isolata e si è sempre dimostrata aperta verso nuove culture, non avendo peraltro nessun tabù alimentare. Pensando a cosa hanno donato gli armeni in cucina, mi viene in mente una piadina che si prepara ad Aleppo detta shapatya, ovvero “pane del sabato”, molto sottile, che si avvolge varie volte attorno al ripieno.»

Ci racconti qualche piatto tipico?

«In ogni piatto della tradizione non c’è solo il sapore e l’atmosfera di casa propria: in esso si nasconde e insieme si manifesta la storia di un popolo intero, tanto che ogni pietanza tradizionale può essere considerata alla stregua di un monumento alla memoria. Questo è quello che cerco di raccontare nel mio libro La Cucina d’Armenia, che è un viaggio nella cultura culinaria del mio popolo. Un piatto tradizionale, legato alla sfera religiosa, è l’anush abur che si prepara in occasione dell’Ascensione: una sorta di budino di riso od orzo al profumo di cannella. Anche noi armeni, com’è uso nelle culture mediterranee, per la Pasqua prepariamo un pane dolce, il cioreg, a forma di treccia, nel cui impasto inseriamo un pizzico di maleppo, i semi profumatissimi del ciliegio selvatico che si utilizzano solo in questa occasione. Il nostro pane tradizionale, il lavash, è molto simile al carasau sardo: è il pane tipico delle comunità pastorali, ha funzione di contenitore e, se inumidito, è adatto ad avvolgere il cibo.»

Nella tua attività ti sei dedicata molto anche al recupero delle fiabe armene nelle quali il cibo ha una sua centralità, a cominciare dalla conclusione di tutti i racconti che suona più o meno così: “Caddero tre mele, essendo le mele un dono prezioso per la cultura contadina: uno per chi ha narrato, uno per chi ha ascoltato e la terza per il mondo intero, o per chi ha chiesto la fiaba o per chi ha seguito la dottrina e così via”. Oppure, talora, “una per chi ha esaudito i propri desideri e una per chi deve ancora realizzarli”. Come nasce la tua voglia di riunirle e a cosa è dovuto il titolo?

«A cavallo del vento è una raccolta di fiabe armene e, come ho scritto nella breve presentazione al testo, intendo lanciare questi racconti come pietre in uno stagno, perché si diffondano e non si perdano nell’oblio. Caratteristica delle nostre fiabe è senza dubbio la formula conclusiva che ricordavi e che recita: “dal cielo cadano tre mele, una per chi ha narrato, una per chi ha ascoltato e una per il mondo intero”. Non pensiamo alle mele presenti nei mercati. Il riferimento è al pomo d’oro, non in quanto metallo ma in quanto simbolo di luce e calore. Il colore dorato è legato al regno remoto del sole che è calore e fertilità. Chiamare in causa il sole significa non dimenticare di far parte del cosmo, e condividere questa consapevolezza con tutti i presenti. Non è un caso, per noi armeni: in un lontano passato  il nostro popolo ha conosciuto una setta chiamata arevordik, ovvero “Adoratori del Sole”. Tanto che Nerses Shnorhali, padre fondatore della chiesa armena, nelle sue encicliche li nomina spesso quando parla del tentativo di convertirli al Cristianesimo. Da noi, la voce del narratore recita all’inizio una frase apertamente contraddittoria: “C’era e non c’era una volta…” (in armeno Gar u cigar); con questa formula l’uditorio è avvertito: si è nel tempo e nello spazio indefiniti, oltre i cancelli della veglia e del vissuto quotidiano. Ma il riferimento alla sospensione del tempo e alla sua difficile misurazione torna nel racconto, dove spesso infatti si incontrano espressioni come: “Se camminano poco o molto solo sanno solo loro”, oppure “Se volò poco o molto solo lui lo sa”. Dunque la fiaba è il luogo dove tutto può accadere e niente è come sembra. Siamo proiettati in quel mondo immaginario, dove tutto è possibile, dove il tempo non ha inizio e non ha fine, lo spazio si percorre in un istante: si vola, si corre, si nuota, si parlano lingue fatate e si visitano mondi ora belli ora brutti, si fanno incontri magnifici ma anche orribili. Al centro del racconto c’è l’eroe che deve affrontare una serie di prove iniziatiche. Alla fine trionfa sempre, le supera tutte e sempre con l’aiuto di una figura femminile: è una donna che fornisce le istruzioni per il buon fine dell’impresa, senza questa voce femminile l’eroe non sarebbe in grado di portare a termine la sua missione. E questo è un grande insegnamento: uomo e donna hanno lo stesso valore e sono complementari. Se manca una delle due parti, l’impresa non si compie.

Come sei diventata scrittrice?

«Non mi definisco scrittrice in senso stretto ma, piuttosto, un’artista che usa le parole. Come artista ho lavorato con la pittura informale; come migrante, ho portato nell’arte e nel racconto il mio vissuto, diventando spesso l’oggetto stesso della mia pratica artistica. Per sopravvivere in una società che ti ospita ci vuole arte, un’arte raffinata: non è facile, nelle condizioni in cui all’improvviso ci si trova, affrontare la vita lontano dal luogo cui si è nati, un luogo in cui non si può più tornare, il luogo da cui si è stati espulsi definitivamente. L’artefatto, l’oggetto d’arte, sono diventata io stessa: qualcosa che appare evidente solo agli occhi e nei cuori di coloro che hanno desiderio, interesse o bisogno di vedere oltre, di chi ha occhi per osservare, o intravvedere dapprima per poi finalmente vedere del tutto. Vedere oltre la ferita non inflitta: un bell’esercizio. Io non mostro ferite visibili: intendo dire che non mi frusto, né mi taglio, né mi procuro dolore fisico come fanno Gina Pane o Marina Abramović;  le ferite, la pena, il dolore li abbiamo subiti in quanto armeni nel corso dei massacri e del genocidio, non abbiamo più sangue, non ne è rimasto più… Io ho solo ferite invisibili, quelle che non si vedono. E non è detto che tutti possano capire, così come non tutti riescono a comprendere il senso delle azioni della Abramović, della Pane e di altri artisti come loro. Non so cercare risposte, ho solo domande a cui rispondo istintivamente. Quando ci si trova nella condizione dell’esule, del rifugiato, del senza-patria, dell’apatride, non si hanno mai certezze: la pallina sbatte contro gli ostacoli e riparte in altre direzioni. Gli ostacoli producono altrettante spinte creative, forse. Quello che so è che molti immigrati possono tornare nella loro terra, se sono fuggiti dalla povertà, dalla miseria del vivere: hanno la possibilità di un ritorno, anche se forse alla fine un ritorno non ci sarà. Anche se malediranno la loro patria che li ha spinti così lontano. Anche se hanno lasciato le loro città per salvarsi la vita. Essi hanno comunque un orizzonte, una frontiera: la possibilità del ritorno. A me invece questa possibilità è preclusa: quelle terre non esistono più, sono state cancellate dalla faccia della terra. La mia astronave è condannata a vagare per galassie sconosciute. Non c’è approdo finale. Un esempio? Ho una carta di identità che è un rebus, una sfida continua per i concierge degli alberghi, per le forze dell’ordine e per chi sventuratamente mi chiede di esibirla. E’ complicato leggere il luogo di nascita e non compare neanche il nome del paese dove sono nata: al suo posto c’è una sigla, indecifrabile ai più. Il mio documento non dice niente di me. E ogni volta che lo porgo a chi me lo chiede, aspetto e poi rispondo, cercando di chiarire chi sono e recito il mio rosario avvolgendo delicatamente l’incauto interlocutore in un groviglio di spire: quasi come un baco da seta che sta per esalare l’ultimo respiro davanti all’ennesima richiesta di spiegazioni e l’unica cosa che fa è lasciar scivolare lentamente un ultimo filamento setoso… In fondo lo stato di migrante/rifugiato è connaturato al destino di molti abitanti del Mediterraneo…»

Qual è il tuo rapporto con la lingua?

«Ho iniziato le scuole elementari senza sapere una sola parola di italiano; in casa si parlava l’armeno, la mia lingua madre. Dunque ho imparato l’italiano a scuola. Essere nati in una comunità multietnica significa essere esposti a una molteplicità di culture e di idiomi diversi. Oltre l’armeno conosco anche l’arabo, l’inglese, il francese, lo spagnolo… E forse non è un caso che nelle mie performance e nelle mie installazioni abbia spesso inserito lettere e segni appartenenti ad alfabeti diversi. Tuttavia, quando scrivo uso prevalentemente l’italiano, anche se spesso mi vengono in mente espressioni e modi di dire intraducibili che cerco di rendere al meglio in italiano, una lingua complicata e bellissima. Comunque, qualcosa si perde sempre: le molte lingue della mia vita conservano significati e danno importanza a eventi e a oggetti in modi differenti. La cosa che mi piacerebbe molto ora sarebbe quella di poter padroneggiare i dialetti: amo le espressioni dialettali, rendono più immediati tanti aspetti della quotidianità. Si restituisce la visione delle cose in un modo diretto, colorito, e si dà un profumo speciale a ciò che si vuole raccontare.
E poi, forse, non mi pongo proprio il problema: scrivere in italiano o in altre lingue non è così importante, l’importante è arrivare a esprimere un concetto il più direttamente possibile. Certo è che scrivere in una lingua che eredita una straordinaria tradizione di cultura, la lingua di Dante, è qualcosa che infonde direi naturalmente uno speciale senso di responsabilità: si diventa più consapevoli, si ha il massimo rispetto nell’affrontare le profondità e le stratificazioni storiche e culturali che le parole portano con sé e con cui costantemente ci si ritrova a fare i conti.»

A cosa stai lavorando adesso?

«A un libro sulla memoria dei miei familiari sopravvissuti al genocidio armeno. Non so ancora se lo pubblicherò in Italia o in Francia, perché avverto la difficoltà di parlare di certi temi in questo Paese, dove forse manca motivazione, un interesse spiccato per le vicende del mio popolo. Non ho fretta, perché credo che i ricordi debbano sedimentare ma sono altrettanto convinta che il nostro vissuto – anche quello indiretto – resti per sempre dentro di noi.»

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