Home»Libertà di stampa»Sciacalli, nemici del popolo… le parole del 2018 per i giornalisti

Sciacalli, nemici del popolo… le parole del 2018 per i giornalisti

1
Shares
Pinterest Google+

Ultimi stralci del 2018, tempo di bilanci, con un occhio già al prossimo anno, alla lista di cose da fare e a quelle che non si sono fatte. Poteva andare meglio, andrà meglio in futuro? Ognuno risponderà per la sua parte. Noi, dal canto nostro, ci interroghiamo – ancora una volta – sulle difficoltà che deve affrontare chi fa il giornalista e sullo stato di salute della libertà di stampa nel mondo. Come già raccontato, quest’ultima ha visto un ulteriore peggioramento, con 82 giornalisti uccisi (15 in più rispetto al 2017) e 335 incarcerati.

Ma senza andare tanto lontano, in Afganistan, Messico, Siria o negli altri paesi dove fare il giornalista significa molto spesso essere un bersaglio al quale chiudere la bocca, restiamo in Italia, dove negli ultimi tempi il concetto di “libertà di stampa” è entrato nella quotidianità nell’agenda politica e nelle discussioni che ne seguono.

«Il livello di violenza nei confronti dei giornalisti in Italia – secondo Reporter senza frontiereè in continua crescita, tra intimidazioni e minacce verbali e fisiche, specialmente in Campania, Calabria e Sicilia. Molti giornalisti, soprattutto nella capitale e nel sud del paese, affermano di essere costantemente molestati da bande mafiose che irrompono nei loro appartamenti per rubare computer e documenti confidenziali relativi al lavoro anche quando non li prendono di mira fisicamente».

In Italia i giornalisti che hanno subito minacce, abusi e altri attacchi dal 2006 a oggi sono 3.722. Come Graziella Di Mambro, minacciata per le sue inchieste sugli appalti e la corruzione legata alla gestione dei rifiuti nel basso Lazio e a Minturno. O Massimiliano Coccia, giornalista di Radio Radicale, che dopo l’intervista a Paolo Borrometi ha ricevuto un foglietto anonimo, che prometteva “piombo”. E ancora gli attacchi a Federico Ruffo, giornalista di Report che ha subito un tentativo di incendio della sua casa.
Ventotto sono i colleghi uccisi in questi ultimi dodici anni: undici ammazzati in territorio italiano per mano delle mafie o del terrorismo, diciassette all’estero. L’impunità arriva al 90 per cento, secondo i dati dell’ultimo rapporto Demonishing The Media realizzato da Index on Censorship all’interno del progetto di indagine Mapping Freedom Media, che cerca di tenere traccia di limitazioni, minacce e violazioni che colpiscono i professionisti dei media nello svolgimento del loro lavoro.

E il Governo che ne pensa? “Puttane”. “Infimi sciacalli”. Questi alcuni degli epiteti che negli ultimi mesi sono stati affibbiati ai giornalisti italiani da alcuni tra i principali esponenti politici. D’altra parte per il presidente americano Donald Trump i media sono “nemici del popolo”.

Nella sua conferenza stampa di fine anno, il Presidente del Consiglio Conte ha parlato dei tagli all’editoria: «Non credo che un’idea come quella che sta ispirando il Movimento a 5 Stelle, e condivisa anche da un’altra forza politica e dal sottoscritto, di rivedere il sistema di finanziamento all’editoria, sia un attentato alla libertà di informazione – ha detto Conte – Dal Governo c’è massimo rispetto per la libertà di informazione, che è sacrosanta, e se c’è stato qualche scambio dialettico non è un attentato a questa libertà», ha ribadito, ricordando come vengano salvaguardati i quotidiani e periodici di minoranze linguistiche, per ipovedenti, le pubblicazioni delle associazioni di consumatori e quelle diffuse all’estero, e come le norme siano comunque progressive.
Di rimando, il presidente dell’Ordine dei giornalisti Carlo Verna, ha interrotto per alcuni secondi il suo discorso, e poi ha detto, rivolto a Conte: «Ha visto che effetto fa all’improvviso una voce che non c’è più? Sono stato in silenzio solo 7 secondi».

Su 18 mila testate registrate in Italia, solo 150 prendono contributi pubblici ha spiegato il sottosegretario Crimi, intervenendo al Gr1 domenica 16 dicembre . I cosiddetti giornaloni (altro termine in voga nel 2018) sono quotati in borsa e hanno normali azionisti che li finanziano. Tra le testate che potrebbero veder ridotti i contributi statali ricordiamo tra gli altri Radio Radicale, il manifesto, Avvenire. «Altri posti di lavoro persi», spiega la Federazione nazionale della stampa.

Tempo di bilanci, insomma. Ai colleghi pagati cinque euro a pezzo, a quelli minacciati, in pericolo, che siano in Medio Oriente, negli Stati Uniti o nelle redazioni italiane. A tutti voi, per la costanza, l’onestà, il coraggio e la tenacia necessari per continuare la professione, i nostri auguri.

Previous post

Dare la vita per gli altri: l'ultimo messaggio di Abdezarrak Zorgui

Next post

Vita da freelance: la flat tax per i giornalisti