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Samir Toumi: un amore dolente e algérois per il Mediterraneo

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Lo specchio vuoto

«Quella mattina mi ero svegliato più presto del solito, molto prima che suonasse la sveglia. Era una giornata autunnale, piovosa, dal cielo livido. Mi sono alzato dal letto a fatica per trascinarmi verso il bagno con la testa pesante e la mente ancora confusa. Arrivato davanti allo specchio, non ho visto il mio riflesso».


Samir Toumi, da “Lo specchio vuoto” (edizioni Mesogea)

 

È la visione del Mediterraneo quella che manca, in un momento di emergenza per il Paese, per lo scrittore algerino – anzi: algerois – Samir Toumi, ingegnere, che da sempre si occupa di risorse umane ma coltivando la passione della letteratura e della fotografia. La sua lingua poetica è un francese che respira profondamente l’algerino e il berbero, che conosce fin da piccolo. E si nutre dell’anima di Algeri, profondamente radicato nella sua città, con lo sguardo che spazia tra le due rive. Recentemente, il suo romanzo L’effacement (Lo specchio vuoto in Italia) è stato tradotto in italiano, aprendo un’opportunità nuova di lettura su una città poco conosciuta da noi: la curiosità autentica dei lettori italiani e la memoria storica dei francesi compongono un mosaico che restituisce un’immagine complessa del Mediterraneo.

Abbiamo raggiunto al telefono Samir Toumi, algerois di Bologhine, classe 1968. Dopo la laurea all’École Politecnique della capitale algerina, ha completato un dottorato a Nancy in Francia; ha vissuto a Tunisi e, ora, combatte con una situazione complicata per l’Algeria più che altrove, tra crisi economica, impasse politica e una generazione disorientata. Senza rinunciare ai progetti: nella capitale, nella Casbah inferiore, ha creato “La Baignoire”, un concetto di spazio condiviso con artisti. Una società di consulenza, uno spazio ibrido dove i giovani artisti possono andare a esporre il proprio lavoro. Durante le mostre d’arte contemporanea, lo spazio si apre al pubblico.

 

L’INTERVISTA

Samir Toumi visto da Sofiane Zouggar

IIl tuo romanzo L’effacement, uscito nel 2016 con Barzakh Éditions, è stato tradotto in italiano. Com’è nata l’occasione?

«L’occasione è stata la proposta di una giovane traduttrice, Daniela De Lorenzo, che nella sua attività di scouting ha proposto il libro alla casa editrice Mesogea, molto vicina ai suoi autori: una bella scoperta, per me.  Il mio romanzo è uscito in italiano nel 2018 con il titolo Lo specchio vuoto e così Parigi, per una volta, non è più il centro nevralgico della relazione con gli autori francofoni. Questo è merito di Barzakh che, rispetto ad altre edizioni algerine, propone direttamente i propri autori alle case editrici straniere, mantenendone una centralità».

L’effacement è un libro di grande incisività, eleganza di prosa, comune a tanta letteratura algerina francofona, e uno stupefacente rispecchiamento tra lato interiore ed esteriore, un vissuto psicologico al limite del surreale ed è insieme lo specchio del destino di una città e di una nazione. Come se essere algerini o essere di Algeri non fosse una condizione qualsiasi o una circostanza contestuale quanto una cifra del proprio Dna dal quale non si può sfuggire. Algeri è infatti una ferita dell’anima alla quale non si può rinunciare come del resto ad un grande amore e per chi non conosce questa città e la storia del popolo algerino è difficile da capire. A mio parere non è una città da colpo di fulmine. All’inizio è tanto attraente quanto respingente, ma ti entra dentro e si radica tuo malgrado. Lo stesso autore dichiara che è proprio nei sette anni in cui ha abitato a Tunisi, andando e venendo da Parigi, che ha sentito il richiamo di Algeri, anche se a volte resta la voglia di fuggire via.

Il romanzo di Samir Toumi prende avvio da una condizione meramente individuale e traccia un percorso psicologico, fino ai limiti della follia del delirio e del sogno, dove reale e virtuale si scambiano diventandone ora l’incubo, ora la cura al male di vivere. La follia dell’essere straniero a se stessi, che ricorda Camus, diventa anche l’unica possibilità per vivere o sopravvivere. L’inizio della storia cade nel giorno del quarantaquattresimo compleanno del protagonista, che assiste a una “cancellazione”, stando al titolo, del proprio viso, che non riesce più a scorgere nello specchio. Realizzando però di esserci ancora tutto intero, potendo infatti visualizzare il resto del corpo. La rara malattia – che forse poi rara non è – è evidentemente una sindrome psicologica-psicotica che, nel corso del racconto, diventa sempre più frequente, annullando progressivamente la coscienza e dando luogo a episodi violenti, dei quali poi il giovane non ricorda più nulla, in un delirio progressivo.

Disorientato da quanto gli sta capitando, si reca da un terapeuta, il Docteur B. – non a caso è senza nome – che diventa, in qualche modo, un suo nemico interiore, fino al triste epilogo tra sogno e realtà. La simbologia è complessa ed evidente ma non a tesi, né toglie il respiro leggero e avvincente di quello che è e resta, a tutti gli effetti, un romanzo. Impossibile non pensare a Uno, nessuno e centomila di Luigi Pirandello, alla metafora del volto specchio dell’anima e di come un’irregolarità che mette in crisi il nostro vivere sociale diventi lo stimolo a una ricerca profonda del sé, per condurci fino alla follia, dove la pazzia reale o presunta dagli altri accoglie spesso un’altra verità, non meno valida di quella del consenso che, talora, può rappresentare addirittura un rifugio. Il nostro protagonista, infatti, coglie l’occasione per rileggere e analizzare l’infanzia e i rapporti complessi con la famiglia ma soprattutto con la figura del padre, grande moujahidin valoroso, combattente nella Guerra d’Indipendenza algerina e, allo stesso tempo, presenza ingombrante. Ma è, alla fine, una unica tenera vicinanza con la quale si riconcilia, sebbene sotto forma un fantasma, che ricorda per alcuni aspetti la figura della madre in Woody Allen perché sembra più introiettata che superata o metabolizzata realmente.
Il narratore è vittima di questa prima “cancellazione” dopo poco tempo dalla morte del padre. Evento che, probabilmente, apre in lui un vuoto e il bisogno di risalire al groviglio della famiglia – una madre che scopre tradita e senza nulla svelare, l’incontro con l’amante del padre creerà non poco turbamento – e allo stesso tempo della patria, della storia della liberazione algerina, una cicatrice che sanguina ancora presso gli algerini. Molta letteratura algerina si trova a fare i conti con un’eredità difficile da cancellare: e proprio quando si assiste a un fenomeno di evanescenza, l’io è spinto al coraggio di ridisegnare i contorni del sé, che scoprirà legati alle dinamiche familiari e a quelli di tutta la comunità.

Perché ha deciso di scrivere per mestiere?

«Ho sempre scritto, fin da giovane, grazie anche a una famiglia che mi ha educato alla lettura. Come molti adolescenti ho scritto poesie, ho tenuto un diario ma senza ordine. Poi, con l’età, scoprendo la grandezza della letteratura, è subentrato il pudore. Il processo di maturazione della scrittura adulta è stato molto lungo in me: un giorno d’aprile, nel 2010, ho ripreso la penna in mano e ho sentito l’urgenza di scrivere per condividere».

Qual è stata la sua opportunità di affacciarsi sul palcoscenico italiano?

«Una grande opportunità, che ho assaporato durante la mia tournée lo scorso anno. Ho toccato, Torino, Milano e Napoli, ho trovato un pubblico curioso in senso autentico senza a priori – anche perché mi sono reso conto che, in Italia, la storia dell’Algeria non si conosce – che si orienta alla scoperta non all’interpretazione. Lo sguardo francese è, al contrario, condizionato dalla storia, dall’elaborazione della memoria legata alla Guerra d’Indipendenza che ha segnato la fine del colonialismo d’Oltralpe e li vede direttamente coinvolti. Per me, sono interessanti le due letture e trovano un punto in comune anche con la lettura che ho avuto nel mio stesso paese, ed è l’interpretazione psicoanalitica».

Trova che la stampa abbia dato giusta accoglienza alla sua storia?

«Direi di sì. Un’attenzione politica alle tre generazioni di cui parlo nel libro, rispettivamente: la generazione dei padri, la mia e quella giovane degli harraga, una generazione disorientata che ha vissuto le rivolte arabe. Nel romanzo trova spazio questa generazione che proprio in questi anni sta facendo i conti con la storia post-coloniale e con la più recente guerra civile degli anni Novanta, la cosiddetta decennie noire (alla quale però il libro non fa cenno, ndr). In ogni caso, in Italia ho vissuto l’opportunità di non essere inquadrato all’interno di una classificazione come avviene nel mondo francese dove ovviamente la letteratura francofona è molto studiata».

Girano voci di un adattamento cinematografico del romanzo.

«Sì, sarà oggetto di un adattamento cinematografico diretto da Karim Moussaoui, regista algerino della Nouvelle Vague, e verrà prodotto da Pelleas Films. Credo sia fondamentale che il regista sia algerino, perché potrà cogliere l’anima e la sensibilità della storia. Non sarebbe potuto essere altrimenti».

Anche il suo primo libro, Alger, le cri, del 2013, pubblicato anch’esso da Barzakh Éditions – un inno d’amore ad Algeri – è in procinto di essere tradotto. L’Italia sta scoprendo il suo paese?

«Sì, è in corso di traduzione ed è una grande sfida per me, per via del suo linguaggio poetico».

Il libro apre al lettore italiano su un mondo sconosciuto, perché  Algeri non è solo una città. E lo fa con uno stile avvolgente, seducente, senza essere ammiccante, sfacciato né mieloso; è un grande canto d’amore e di rabbia per quella città magnifica e morsa dal serpente, una storia di violenza e di guerra, di un suicidio infinito. Ci si trova tutto il dolore che provoca la rabbia tipica di ogni amore sofferente, prima che non ricambiato; forse, un amore impossibile eppure irrinunciabile, che lascia il protagonista in una gabbia. Il suo cammino è la ricerca di un grido, che è sorgente della vita, la voce, il primo grido umano che alla nascita prova che il bambino respira, quel grido che, nel suo caso, era rimasto soffocato. Il grido, ad Algeri, lo cercherà invano, tra le voci represse dei martiri dell’indipendenza, perseguitati e torturati, che hanno preferito la morte al silenzio. E sembra che Algeri non trovi la via d’uscita, se non quella di fuga.

Nel suo libro, e più in generale nella sua poetica, risalta un ritratto dei giovani desolante. Non ha speranza in loro?

«Purtroppo la delusione e rassegnazione dei giovani stanno prendendo il sopravvento. Sono i cosiddetti “sostenitori dei muri”, ragazzi che ciondolano per le strade e perdono i loro giorni, il loro tempo. Talora sono i clandestini che partono allo sbaraglio: gli harraga, appunto. Però non li considero, anzi, non sono una massa indistinta. Forse stanno prendendo coscienza del fatto che devono assumersi la responsabilità del proprio destino e farsi carico del futuro».

C’è un messaggio che vuole diffondere più di altri, tra le sue pagine?

«Non mi sento un intellettuale investito di una missione di testimonianza o di educazione. Sono un semplice cittadino innamorato della lingua e delle parole, che ha deciso di esprimere il proprio sentire attraverso la letteratura».

Scrivere è anche una singolare forma di protesta, per certi aspetti.

«In effetti il mio libro ha avuto molta eco in Algeria, forse perché ho portato alla luce il rapporto ambiguo di amore e odio degli algerini con il loro paese e perché la maggior parte degli intellettuali è all’estero e, in realtà, la loro notorietà passa attraverso le grandi case editrici internazionali».

Da Algeri, all’Algeria al Mediterraneo. Qual è la sua visione del mare bianco di mezzo?

«(Sospira, sussurra una risata amara a denti stretti). Mi è difficile, davvero, avere una visione in questo momento. Perché sono come assalito: noi algerini siamo stretti da mille difficoltà, a tutti i livelli. Vivo giorno per giorno. Sto cercando di salvare la mia impresa e di salvarmi, e mi impedisco di costruire il minimo progetto, anche solo di proiettarmi sul domani. Sono totalmente immerso nell’istante presente. L’Algeria è abituata da secoli a trasformare il dolore in resilienza e, talora, penso che questa sia solo un’altra prova. Ma in certi momenti sono scoraggiato. La letteratura è l’unica proiezione di grande respiro sul Mediterraneo che ho».

E quali “proiezioni” letterarie ha, per il futuro?

«Ho collaborato a un’opera collettiva, Méditerranée, amère frontièreMediterraneo confine amaro, pubblicata lo scorso anno da Actes du Sud, sul tema dei rifugiati, dei migranti. I proventi sono andati all’associazione SOS Méditerranée, un’unione civile ed europea di ricerca e soccorso in alto mare che si propone di fornire assistenza a chi si trova in pericolo di morte durante la traversata del Mediterraneo. Inoltre ho scritto la prefazione ad Algeroid, opera del fotografo algerino che vive a Marsiglia Abed Abidat. Un lavoro di memoria attraverso stampe Polaroid, che richiamano una dimensione senza tempo. Sto partecipando anche a un’opera collettiva che sarà pubblicata nel giro di qualche settimana da Barzakh, che rappresenta una serie di visioni e suggestioni del Paese: si chiama J’ai revé l’Algérie, Ho sognato l’Algeria».

 

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