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Saba Anglana, la voce della strada di Ilaria

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Saba Anglana sarà a Voci scomode giovedì 27 novembre, ore 18 a Palazzo Saluzzo Paesana (via della Consolata 1bis), dove interpreterà alcune pagine di “La strada di Ilaria”.

Rosita Ferrato con Saba Anglana
Rosita Ferrato con Saba Anglana

È bello incontrarla. Per coglierne il fascino e la complessità. Saba Anglana arriva al Caffè dei Giornalisti gentile, disponibile, informale, ed è subito facile parlarle. È un’artista, ha grande voglia di vivere, di scoprire, di migliorarsi. Occhi e capelli neri, parla sottovoce, con un tono suadente, e la sua risata è chiara e argentina, spontanea come lei. È una donna che porta in sé diversi mondi, una mescolanza affascinante.

E si inizia infatti da qua, chiedendole delle sue origini. Papà italiano, mamma etiope, nata a Mogadiscio: “Considero l’individuo emanazione del proprio albero genealogico, e se questo è vero, – racconta – io ho un albero genealogico molto intricato, complicato (ride), ma una complicazione ricca di opportunità. Opportunità di approfondimento di alcuni temi, anche storici; il mio albero genealogico è una finestra, sul mondo e sulla storia. Mio padre, italiano, era ufficiale dell’esercito, e tramite lui, i suoi racconti, ho vissuto in me una parte di quella seconda guerra mondiale, che ha vissuto lui e che mi ha passato. Aprendomi così a una prospettiva, un punto di vista anche originale rispetto a quello che si può ricavare solo dai libri.

Dalla parte di madre invece…
Lei è etiope, nata e cresciuta a Mogadiscio, da una famiglia di etiopi trapiantati a forza in quella realtà. Quindi alla base di queste tre generazioni c’è stato uno strappo, per me divenuto occasione di ricucire, attraverso il comprendere le ragioni che si muovono in me. Diceva Jodorowsky (scrittore, regista, saggista, ndr) che se trasformiamo il nostro albero genealogico in entità danzante staremmo sicuramente meglio, ed è quello che io sto facendo con gli strumenti che ho avuto la fortuna di avere: l’arte in generale e l’arte che cerco negli altri, e che provo a generare attraverso il mio lavoro con la scrittura, la musica, la recitazione, nella scelta delle cose che mi piace fare, dei luoghi che mi piace visitare. Cerco quindi di sovrapporre questi due elementi: la storia personale e lo sguardo sul mondo. Solo in questo modo riesco, attraverso il particolare, ad accedere all’universale. È uno slancio che la mia storia riesce a farmi fare.

Parliamo del tuo rapporto con la Somalia, la tua terra di origine.
Devo comprendere se effettivamente è una terra d’origine, perché noi siamo stati cacciati dalla Somalia quando io avevo cinque anni, quindi è un po’ come una madre che ti ripudia, che ti rifiuta; per quello che sei, per come sei, per la forma dei tuoi occhi etiopi, per le tue origini, il tuo colore. Colore misto, perché eravamo una famiglia metà italiana metà etiope, in un momento in cui la Somalia era in cattivi rapporti politici sia con l’uno che con l’altro paese.
E così, quasi per contravvenire ad un destino di rifiuto e di sradicamenti, ho voluto invece compiere un percorso di pacificazione e ritornare, in musica almeno, in quei luoghi, volendo così anche guarire questa forma di violenza che c’è stata. È quindi un rapporto sicuramente d’amore, ma di costruzione di quel passaggio traumatico: non potendoci tornare fisicamente, in Somalia, ho edificato il mio ritorno attraverso le canzoni, la mia musica, il racconto di quegli anni, tra ricordi indotti dai miei genitori e miei personali.

Passiamo alla rassegna Voci scomode e alla serata di giovedì, quando interpreterai alcuni passaggi del libro “La strada di Ilaria” di Cavalli. Come vi siete incontrati con Francesco?
Francesco mi ha contattata per il premio Ilaria Alpi sette anni fa, quando era appena uscito il mio primo disco che si intitolava Jidka (The Line) la linea, di confine tra il bene e il male, fra gli opposti, dove, in somalo, raccontavo soprattutto le mie origini. Lui è stato molto interessato a questo lavoro di ricognizione, un lavoro non propriamente giornalistico, ma comunque la ricerca di una verità. Una donna che cerca la propria identità nella verità, una verità da scoprire: questo ci ha messo nella stessa direzione, nella stessa rotta di incontro. Mi ha invitata così al premio e ho fatto un concerto acustico con un musicista dell’Africa occidentale, non somalo, e con una chitarra, non l’oud , proponendo le mie canzoni in un somalo ereditato da mia mamma che lo conosceva da donna estirpata molto presto, quindi un somalo non puro, il somalo che si parlava soltanto in una parte di Mogadiscio, inquinato dall’italiano, un po’ dall’inglese; un somalo bastardo, insomma, come me, ma nel senso più ricco del termine.
Il mio approccio non è mai stato filologico, documentaristico: racconto una verità attraverso gli strumenti che posso avere, al di là di un approfondimento scientifico ma tramite l’arte che può farti fare un salto empatico, emotivo, anche psicologico, a volte. Racconto così la mia ricerca di verità.
Anche questo ha permesso che io incontrassi il premio Ilaria Alpi, di cui conoscevo l’esistenza, e Francesco Cavalli; poi da lì con Francesco siamo rimasti in contatto, e avendo lo stesso ambito di interessi, ogni volta che c’è qualcosa sulla Somalia, sul corno d’Africa, capita di incontrarci. Abbiamo anche amici giornalisti comuni, tra cui Alessandro Rocca, con cui sono partita per andare a trovare le mie origini in Etiopia (per la trasmissione Radici con Davide Demichelis ndr). Quindi alla fine tutto torna.

La ricerca di una tua verità: questo cercare può essere collegato ad Ilaria Alpi?
Fino a qualche tempo fa non pensavo ci fosse una differenza di approccio cognitivo fra uomini e donne, rifiutavo questo aspetto: ritenevo che l’essere umano fosse portato alla conoscenza, all’approfondimento, e che tentasse di elevarsi, cercasse diversi gradi di verità. Ma poi, attraverso l’esperienza maturata in questi anni, la musica e la ricognizione di storie legate a donne che cercano la verità, ho capito che la donna è portata ad un approfondimento maggiore, mette insieme molti elementi, è molto più ossessionata dalla verità rispetto all’uomo. Quest’ultimo è forse più legato alla scoperta, che è sensazionalistica, mentre la donna ricerca una verità più profonda.
Ilaria Alpi, questa giovane giornalista, entra perfettamente nell’orizzonte delle donne che ho anche raccontato attraverso le mie canzoni, dove non parlo solo di me, ma anche delle donne della mia famiglia, quelle che ho incontrato, del loro coraggio. È un motore incredibile la loro ricerca di approfondimento: e non sempre ci dà piacere, anzi spesso ci crea sofferenza, ma è come una sorta di necessità. Forse tra qualche anno riuscirò a capire da cosa dipende tutto questo: ho sempre pensato che la donna sia portatrice di vita, fisicamente, antropologicamente, e abbia una nicchia entro cui si annida la vita e cerchi di proteggerla, di difenderla. Ha quindi questo atteggiamento anche nei confronti della verità, perché la vita è verità.
Credo che un po’ tutte noi abbiamo voglia di scoprire, di farci raccontare delle storie, cosa che faccio tantissimo anch’io, nel mio piccolo. Siamo ossessionate dalla verità, e più lo siamo e più approfondiamo, più ci avviciniamo e più scopriamo che la verità non è qualcosa di monolitico, non è una sfera liscia, ma una superficie multi sfaccettata: è complessa, è ricca. Quindi è un percorso anche doloroso, che mette di fronte a un forte relativismo e mette in gioco anche la nostra capacità di giudicare.

Come si porta avanti la ricerca della verità?
Un giornalista immagino debba avere degli strumenti “scientifici”, oggettivi, per misurare una serie di attendibilità, ma attendibilità e verità sono due cose differenti. La verità è complessa, a volte è dolorosa, è scomoda. Come tutte le cose complesse è anche difficile da misurare. Viviamo in una società in cui le voci che abbracciano la complessità sono spesso vissute come scomode. Perché si tende a semplificare e ci si accontenta di qualcosa di superficiale, anche a costo di un impoverimento, perché scavare è faticoso e spesso significa far emergere qualcosa che le persone rifiutano, perché è scomodo da accettare, difficile da capire, o comunque impegnativo da affrontare, da gestire.

Per tornare al libro, quanto è importante l’uso delle parole?
La terminologia è fondamentale e il libro di Francesco è frutto anche della sua essenzialità, lo si vede dalla pulizia del linguaggio che usa: periodi brevi, un racconto molto cristallino con grande attenzione alle parole. Le parole hanno un potere molto forte, comunicano dei significati precisi in un libro, o usate in un reportage giornalistico, o dette da un palco. I giornalisti devono essere molto attenti perché ad esempio, se il titolo è “invasione”, le persone pensano che ci sia un’invasione e i migranti arrivino come i lanzichenecchi; dobbiamo però tutti fare uno sforzo su questo. E Francesco è allenato nell’uso giusto del linguaggio che si fa strumento nella ricerca della complessa verità, e crea qualcosa di molto semplice, molto luminoso, molto diretto, come la sua scrittura nel libro La strada di Ilaria. Anche per questo, sono molto contenta di dare voce ad una voce scomoda!

I tuoi progetti?
Sto componendo il quarto disco che nasce dalla scia di quello che ho proposto in teatro quest’anno per lo Stabile di Torino con lo spettacolo che si intitolava Mogadishow, in cui raccontavo la mia infanzia in Somalia. Sarà molto improntato alle origini di mia nonna, le origini etiopi di una donna etiope nata a Mogadiscio. Quindi ci sarà la Somalia, ma anche l’Etiopia e tanta spiritualità.

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