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RSF, Adés-Mével: il giornalismo è il vero vaccino contro la disinformazione

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«Il giornalismo? Un vaccino contro la disinformazione». Pauline Adés-Mével, portavoce di Reporters Sans Frontières, si esprime sull’impatto che la pandemia legata al covid ha avuto sul mondo dell’informazione e sulle conseguenze, lungi dall’essere temporanee, subite dalla professione giornalistica in questi mesi di crisi sanitaria.

«Il giornalismo è servito come barriera al complottismo e alle fake news, talvolta alimentate non da gruppi oscuri, ma dagli stessi governi. Penso all’Ungheria di Viktor Orbán, che ha fatto di tutto per nascondere le carenze del settore ospedaliero al pubblico, o al Brasile di Jair Bolsonaro, che ha corretto al ribasso il numero delle vittime, coerentemente con la sua politica negazionista. Molti giornalisti in questi contesti si sono dimostrati preziosi, nel rivelare le menzogne e riportare a galla la verità, hanno compiuto la missione essenziale del giornalista, quella di raccontare i fatti, autentici e verificati».

Purtroppo, nel mondo la crisi sanitaria è giunta in una situazione in cui la libertà di stampa e il giornalismo erano già fortemente attaccati da una patologia dai sintomi molteplici: una crisi geo-politica che aveva fatto emergere in diversi Paesi regimi autoritari nemici della libertà giornalistica, l’impatto del digitale che ha sconvolto i modelli economici e lavorativi nella professione, una crisi di fiducia da parte dei lettori e degli spettatori, tradotta talvolta con un vero e proprio odio dei media visti come complici dei poteri forti, e infine una crisi economica generale che ha ridotto sempre più i mezzi a disposizione dei professionisti, precarizzando il mestiere, riducendo i compensi, e finendo per ottenere così un giornalismo di qualità inferiore rispetto al passato.

«La pandemia ha esasperato queste crisi pre-esistenti». commenta Pauline Adés-Mével. «Ha dato l’occasione ai regimi più autoritari di effettuare un giro di vite e stringere ancora di più il controllo sul lavoro dei reporter e dei giornalisti d’inchiesta. Numerosi Paesi hanno stilato misure legislative supplementari, create per essere permanenti e non contingenti all’eccezionalità del periodo, allo scopo di ostacolare i media. Penso ad esempio all’Iran o alla Cina, ma anche in realtà riconosciute come più democratiche».

La portavoce di RSF spiega la dinamica diffusa che ha portato a questa situazione: «Lo aveva ben spiegato Naomi Klein nel suo Shock Economy, in cui dettagliava la dottrina dello choc messa in atto da numerosi governi: una strategia che mira ad approfittare di catastrofi di qualunque natura – dai disastri naturali alle guerre –  e dello stato di siderazione e disorientamento in cui versa la popolazione sotto shock, per fare accettare qualunque restrizione, qualunque legge punitiva, qualunque limitazione delle libertà individuali, in nome della sicurezza generale.

Così ad esempio, in Bangladesh, «in nome della sicurezza e per evitare disordini i media non potevano più parlare con il personale degli ospedali durante l’epidemia». Senza recarsi troppo lontano, la stessa cosa è accaduta in Europa, in Grecia. Questo mentre l’Ungheria finalizzava una legge contro le fake news che prevede fino a cinque anni di prigione per un giornalista accusato di diffondere notizie false, ovviamente restando assolutamente vaghi sul concetto di «notizie false».

«Queste misure intimidatorie hanno avuto un effetto immediato sul lavoro giornalistico: molti professionisti hanno praticato l’auto-censura, evitando di toccare argomenti sensibili», continua Pauline Adés-Mével. «In tutto il mondo, la pandemia ha accelerato le limitazioni alla stampa e ai media in generale. In Giappone si è messo in atto un controllo rigoroso sull’attività mediatica. Il governo ucraino ha deciso di sopprimere una consistente parte di budget destinato alla tv pubblica. Le minacce di pene di prigione sono il pane quotidiano per molti giornalisti in Indonesia e persino nel lontano arcipelago delle Vanuatu, durante la pandemia, i professionisti dei media si sono visti costretti a sottoporre i loro articoli alla validazione delle autorità prima di poter essere pubblicati. Oggi, nel mondo, ci sono ancora quattordici giornalisti imprigionati a causa di notizie legate al covid».

Nessun Paese è realmente esente da questi problemi, anche se vissuti in misure diverse.

La pandemia, per la Francia e l’Italia ad esempio, ha rappresentato l’esacerbazione di un sentimento di sfiducia e diffidenza nei confronti dei media, sostenuto dalle forti reti complottiste sul web e dai social network.

Nell’eccellente documentario The social dilemma di Jeff Orlowsky, viene suggerito che se l’informazione fosse esclusivamente in mano ai social media, e gli organi di stampa tradizionali venissero silenziati, entro sei mesi si scatenerebbe un conflitto bellico.

In effetti, anche nei nostri Paesi il giornalismo è servito da barriera contro un flusso ininterrotto di fake news, spesso alimentate da movimenti di estrema destra made in USA, forieri di teorie cospirazioniste di ogni genere, in particolare anti-scienza, diffuse poi dalle reti anti-vax, molto attive sia nel nostro Paese che oltralpe.

La portavoce di RSF insiste sulla necessità di mettere a disposizione degli strumenti democratici per garantire un’informazione di qualità. 

« È indispensabile lottare perché i giornali continuino a informare correttamente e a mettere a disposizione contenuti affidabili. RSF ha recensito violazioni del diritto di informare avvenute in almeno 90 dei 193 paesi membri dell’ONU, il che mostra ampiamente la gravità della situazione ».

Il Forum sull’Informazione e la Democrazia ha presentato nel novembre scorso più di 250 proposte volte a lottare contro la disinformazione online, attraverso una regolazione delle piattaforme digitali e dei social. Il Forum è emanazione del Partenariato sull’Informazione e la Democrazia, iniziato proprio da Reporters Sans Frontieres, per porre rimedio al caos informativo. 42 Paesi hanno già aderito all’iniziativa, allo scopo di promuovere un’informazione affidabile nello spazio digitale. Viste le derive dell’auto-regolazione, l’idea sarebbe quella di intervenire con un impianto normativo equilibrato sulle piattaforme per impedire la diffusione di notizie manipolate o false.

Pauline Adés-Mével è fiduciosa, il cammino è in salita ma se il giornalismo ce l’ha fatta a sopravvivere a questa crisi epocale, dando persino vita a nuove realtà mediatiche alternative ricche di interesse, la stampa libera può ancora sperare in un futuro combattivo, ma radioso.

 

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