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Reporter si muore

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Non si placa l’ordalia integralista ai danni di chi fa informazione in Medioriente. Una giovane e brillante giornalista televisiva, molto popolare in Libia, Nasib Karnaf, è stata uccisa il 30 maggio da esponenti di una delle bande armate che da mesi seminano il terrore nel Paese. La giovane reporter era stata rapita un paio di giorni prima della sua esecuzione a Sabah, una città 640 chilometri a sud di Tripoli: da poco era uscita dalla redazione dell’emittente Al-Wataniya, il canale televisivo per il quale lavorava come reporter e conduttrice. Il suo cadavere, sgozzato, è stato ritrovato nella notte, in un vicolo.

La giovane Nasib ha subìto la stessa sorte toccata a numerosi altri esponenti della società civile libica ed è morta, con ogni probabilità, per mano degli stessi gruppi che stanno praticando terribili violenze in Libia dopo la deposizione del regime di Gheddafi. Pur non essendo ancora giunta alcuna rivendicazione, infatti, è ragionevole pensare alla mano delle formazioni armate jihadiste che stanno continuano a praticare violenza nella Paese, le stesse che qualche giorno fa avevano assassinato a colpi di arma da fuoco, a Bengasi, Meftah Bouzied, un giornalista del quotidiano Burniq noto per le sue posizioni apertamente e aspramente critiche nei confronti dell’estremismo radicale.

In altri due agguati, sempre nelle ultime settimane, era stato preso di mira un altro reporter giudicato nemico della Jihad: è il miracolato Hassan Bakush, corrispondente da Bengasi del network privato Libya Li Kullu Ahrar, che era riuscito per puro caso a salvarsi in due occasioni da altrettanti attentati orditi dagli estremisti islamici di Ansar al Sharia. Le sentinelle di Reporter senza frontiere avevano segnalato, all’inizio del mese maggio, un aggravarsi preoccupante del clima nel Paese, denunciando le ripetute minacce perpetrate contro i professionisti dei media libici. All’indomani del bombardamento, avvenuto pochi giorni fa, di un campo popolato da estremisti islamici nell’area a ovest di Bengasi, eseguito da una parte dei dissidenti del generale Khalifa Haftar, il dipartimento di Stato americano aveva raccomandato a tutti i cittadini americani di lasciare immediatamente la Libia.

Ma a rischiare sono anche i libici che di mestiere tentano di offrire un’informazione non schierata ai cittadini di uno Stato ancora sconvolto dal post-Gheddafi. La scia di sangue è figlia degli ultimi avvenimenti politici in Libia: lo scorso 25 maggio il nuovo governo, insediato dal generale Ahmed Mitig, era riuscito a ottenere la fiducia del Congresso nazionale libico al termine di una tornata elettorale fortemente contestata, anche da molti parlamentari; l’abitazione del premier era stata anche oggetto di un attacco a colpi di arma da fuoco. L’esecutivo emerso dalle urne è violentemente contestato dai ribelli autonomisti, contro cui le autorità hanno schierato la polizia e l’esercito. Proprio l’iniziativa del generale contro i Fratelli musulmani ha scatenato la reazione delle frange violente tra gli attivisti politici e, sempre di più, la Libia è ostaggio di una guerra tra bande in cui la libertà di informazione è prima tra le vittime.

 

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