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Raccontare chi non fa rumore: la depressione degli studenti nell’epoca del covid

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Talvolta la stampa insegue i pochi che fanno rumore e ostenta un paraocchi nei confronti della massa silenziosa. Succede. Soprattutto in periodi come questo, che non hanno nulla di ordinario, periodi in cui facciamo quasi fatica a ricordarci il senso della parola “ordinario”.

Durante questa interminabile parentesi di pandemia, si sono mobilitate in tutta Europa armate di reporter per parlare dei meeting dei QAnon o delle proteste anti-vax. In Francia, le parabole satellitari delle unità televisive mobili hanno fatto capolino quotidianamente sotto l’ospedale in cui il controverso professor Raoult proponeva la idro-clorochina come rimedio miracoloso contro il virus. Ogni casalinga che passava di lì, finiva intrappolata da interviste lampo, rilasciava suo malgrado dichiarazioni choc o montate per sembrare tali. L’isteria non ha avvelenato solo l’opinione pubblica. Ha costretto a un’auto-iniezione di adrenalina anche il mondo mediatico.

A periodo eccezionale, deve corrispondere una copertura eccezionale. Ma molte volte ci si è immolati come falene notturne su tematiche intrise di sensazionalismo, trascurando le realtà più silenziose, spesso contribuendo – nostro malgrado – a dare un’immagine alterata delle reazioni del mondo rispetto al virus, come i disegni di un bambino che non sa rispettare le proporzioni, che pretende di usare colori vividi lì dove sarebbe meglio un pastello.

C’è una depressione silenziosa che invade la nostra gioventù. Una nube colossale e grigia, che si fa via via più palpabile con cifre, fatti di cronaca e statistiche sempre più allarmanti. Una sorta di nuova Grande Depressione vede come vittima gli studenti universitari, e rappresenta un dramma che non si può liquidare con un «ci sono stati periodi peggiori», come qualche editorialista canuto tenta ogni tanto di fare. Se la Grande Depressione americana ha avuto come testimoni d’eccezione Dorothea Lange e John Steinbeck, oggi, forse, manca un’analisi profonda degli sconvolgimenti che la pandemia ha imposto alla società, una trasformazione che si presenta sempre meno come un fenomeno temporaneo.

Degli assegni prepagati per recarsi dallo psicologo. È l’idea a cui, in Francia, l’esecutivo sta dando forma per far fronte alla situazione drammatica degli studenti. La candidata alle presidenziali 2022 Sandrine Rousseau, vicepresidente dell’Università di Lille, uno dei maggiori poli universitari francesi, denuncia l’impensabile: ogni giorno, l’amministrazione riceve la segnalazione di almeno quattro casi di tentativi di suicidio presso la popolazione studentesca. Incertezza per il futuro, isolamento sociale, precarietà economica sono solo alcune delle problematiche scatenate dalla pandemia presso i giovani.

«In molti si ritrovano soli, lontani dalla loro città di provincia e dalla loro famiglia, in  esigui monolocali in affitto. Le lezioni vengono tenute online, i ragazzi e le ragazze non hanno più alcun rapporto coi compagni di corso e coi professori, e naturalmente tutti i divertimenti sono off limits», denuncia la candidata.

Psicologicamente, è l’ecatombe. I casi di depressione grave si moltiplicano, complice per molti  la difficilissima condizione finanziaria. Gli ospedali psichiatrici della regione Ile de France, il bacino territoriale in cui si trova la capitale, si riempiono di ventenni e trentenni che non avevano mai fatto uso prima di ansiolitici. Parlano di vite interrotte, di futuri ipotecati, di progetti evaporati, di amicizie e rete sociale la cui espressione virtuale non è assolutamente sufficiente a riempire il vuoto.

Il 25% degli studenti francesi vive, oggi, sotto la soglia di povertà e dalla primavera scorsa, quando ha avuto inizio il lockdown, il 24% di universitari ha perso la possibilità di effettuare quei lavori, indispensabili per molti di loro, per pagare gli studi.

Bar e ristoranti chiusi, baby-sitter licenziate, lavoretti precari diventati impossibili: le opportunità di lavoro si sono dileguate. Il 75% degli studenti dichiara di avere sofferto di difficoltà economiche quest’ultimo anno: e c’è da crederci, visto il ricorso massiccio all’aiuto delle banche alimentari.

Associazioni come Les Restos du Coeur, creata negli anni Ottanta dal popolare comico Coluche, fanno fatica a rispondere alla domanda di pasti gratuiti. Un giorno a settimana, l’associazione dedica una distribuzione specialmente agli studenti. Ogni universitario riparte con il necessario per preparare una decina di pasti. Fino alla settimana successiva. Fra i prodotti distribuiti anche gli articoli per l’igiene personale, il cui prezzo è diventato ormai proibitivo per molti.

«L’Università di Lille è stata la prima a distribuire tamponi igienici gratuiti per le ragazze», racconta ancora Sandrine Rousseau. Le studentesse infilano pudicamente le confezioni di assorbenti nella borsa, ormai acquistarle mensilmente è diventato per molte un serio problema di budget. Gli studenti più fragili sono certamente quelli venuti dall’estero, che non possono beneficiare della maggior parte di borse di studio.

«Macron ha rifiutato l’idea di estendere gli aiuti per le persone economicamente vulnerabili, circa 600 euro al mese, che qui in Francia vengono definiti RSA, ai cittadini sotto i venticinque anni. In una situazione come questa, non ha senso decretare la maggiore età a diciotto anni e poi mantenerli in una situazione di dipendenza economica fino ai venticinque. Sarebbe, ora più che mai, necessario dar loro una mano per emanciparsi e rendersi autonomi», spiega ancora Sandrine Rousseau.

Ma lo Stato francese si è già indebitato per miliardi per aiutare le imprese in difficoltà, il settore della cultura fermo da mesi, la ristorazione, i commercianti penalizzati da confinamenti e coprifuoco. Oltre all’aiuto sotto forma di assegno per le visite dallo psicologo, sarà possibile valutare altro? Ma, soprattutto, esiste la reale intenzione di prendersi cura degli studenti universitari? Magari diminuendo l’aiuto pubblico alle imprese più forti, quelle che nonostante la crisi distribuiscono ricchi dividendi agli azionari? E destinando così una parte di aiuti a questa parte di popolazione silenziosa che rappresenta tuttavia il futuro del Paese? Oppure dovrà permanere questa sensazione di essere ignorati?

Fra le ragioni dello scoraggiamento c’è, poi, il calo di fiducia riguardo alle possibilità lavorative offerte dalla laurea che stanno per conseguire, e il sentimento di impegnarsi per niente.

Secondo un recente sondaggio dell’Istituto Odoxa, l’80% degli studenti universitari è incerto sulle proprie capacità di conseguire il titolo di studio. Il rapporto inesistente coi professori e il confronto assente con gli altri studenti minano la loro fiducia. Senza contare il 72% persuaso che la laurea, nel periodo post-crisi sanitaria, varrà sicuramente meno di prima, con un mercato lavorativo saturo di domande da parte di chi ha perso l’impiego in questi mesi.

La precarietà degli studenti universitari esisteva, purtroppo, già prima dell’arrivo della pandemia. Nel novembre del 2019, Anas K., studente in scienze politiche, ventiduenne, si diede fuoco davanti alla sua facoltà a Lione, dopo essersi vista rifiutata una borsa di studio.

Quanti Anas si contano oggi, dopo un anno di reclusione?

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