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Pipeline, la tratta delle schiave del sesso

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È stato presentato venerdì 17 ottobre, presso la Fondazione dell’Avvocatura Torinese “Fulvio Croce”, il progetto fotografico “Pipeline” che Elena Perlino, membro dell’agenzia fotografica Picturetank di Parigi, ha dedicato al fenomeno della tratta nigeriana in Italia.

www.elenaperlino.com© 2014 (photographs) Elena Perlino, Paris
www.elenaperlino.com© 2014 (photographs) Elena Perlino, Paris

Nei suoi lavori più recenti la fotografa italiana si è occupata di migrazioni e di tratta a scopo di sfruttamento sessuale e con “Pipeline” si è aggiudicata la candidatura per Magnum Emergency Fund, oltre al sostegno di Open Society Foundation. Nel 2014 il suo reportage che racconta per immagini la storia delle donne di Benin City, è stato pubblicato da Maarten Schilt Publishing e André Frère Éditions e nel 2015 verrà esposto al Festival Les Rencontres Internationales de la photographie a Gaspésie, in Canada. Le fotografie di Elena Perlino hanno già fatto il giro del mondo: sono state esposte a Visa pour l’image, a Perpignan, in Francia, al Lawndale Art Center di Houston, in Texas; a Rencontres Internationales de la Photographie di Arles, in Francia e al Museo d’arte contemporanea di Genova.

Una testimonianza importante che svela il retroscena delle vite di alcune delle vittime di tratta che incontriamo sulle strade italiane e ne mostra complessità e contraddizioni. Elena Perlino ha documentato la realtà quotidiana delle donne originarie di Benin City (da cui proviene l’80% delle donne nigeriane) nelle città di Torino, Genova, Roma, Napoli e Palermo, tra il 2006 e il 2013: una quotidianità fatta di riunioni nelle chiese pentecostali, club nigeriani, vita sulla strada e centri di detenzione temporanea. Secondo le stime di UNODC (United Nations Office on Drugs and Crime) la Nigeria è tra i primi otto paesi al mondo per numero di esseri umani coinvolti nella tratta, come ha ricordato Stefanella Campana, che ha promosso e organizzato l’evento di presentazione di Pipeline, a cura di Snoq Torino, a cui hanno partecipato anche Laura Onofri e la presidente della Fondazione dell’Avvocatura.  Lo sfruttamento ad opera della maman, a cui le prostitute sono legate per il pesante debito da rimborsare, genera di fatto l’impossibilità per queste donne di integrarsi nella società che le ospita.

A sostenerle nel percorso di affrancamento dallo sfruttamento a scopo sessuale ci sono le unità di strada, i centri d’accoglienza e paradossalmente i clienti stessi, che se da un lato alimentano il flusso delle donne nigeriane in Italia, dall’altro rappresentano spesso una risorsa nel difficile percorso di riscatto. Cosa è stato fatto fino ad ora per contrastare questo fenomeno? Francesca Bosco dell’Unità Crimini Emergenti dell’Unicri, l’istituto interregionale delle Nazioni Unite per la ricerca sul crimine e la giustizia, impegnata da tempo nel contrasto alla criminalità organizzata e nello specifico della tratta, ha ricordato il Protocollo sulla tratta degli esseri umani, adottato dall’Onu a Palermo nel 2000. Si tratta di un accordo internazionale stipulato dalle Nazioni Unite e da 117 paesi membri per favorire la cooperazione internazionale nelle indagini e procedimenti penali per le persone ritenute colpevoli del reato di tratta.

Sono stati poi sanciti tre accordi bilaterali Italia-Nigeria per combattere la tratta e nel 2003 la Nigeria ha creato un’agenzia nazionale, NAPTIP, allo scopo di contrastare il traffico di esseri umani. Un grave ostacolo a questi progetti è la mancanza di fondi, come ha sottolineato Rosanna Paradiso, presidente di Tampep, associazione che promuove azioni e politiche basate sul rispetto dei diritti delle persone immigrate e tra queste delle prostitute. L’incertezza di nuovi finanziamenti, infatti, è una delle principali cause della difficoltà di contrastare il fenomeno e programmare interventi per il futuro. Per mancanza di fondi, ad esempio, non sono attivi l’Osservatorio nazionale sulla tratta e il numero verde.

Francesca Bosco ha ribadito l’importanza dell’articolo 18 del Testo Unico sull’immigrazione, dedicato al soggiorno per motivi di protezione sociale. Il rischio, però, è che possa essere usato per aggirare il problema della mancanza di documenti per il soggiorno. Siamo di fronte, a tutti gli effetti, a un fenomeno molto complesso. Ma perché Elena Perlino per raccontarlo ha scelto il titolo Pipeline, oleodotto? È il termine con cui i giornali locali chiamano la rotta delle schiave sessuali. E come scrive Giuseppe Carrisi (La fabbrica delle prostitute, Newton Compton Editori, Roma, 2011) “a ben guardare, non c’è tanta differenza tra le ragazze e il petrolio. Entrambi rendono un sacco di soldi”.

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