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Per tutelare i giovani: Concita e una legge ammuffita, rovina dei giornalisti

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Il caso di Concita De Gregorio, costretta a pagare di tasca sua per centinaia di cause che riguardano articoli non scritti da lei, e per i quali l’editore si è dileguato, è l’ultimo (magari lo fosse davvero…) rigo di una storia indecente, che sta rovinando l’esistenza di molti – spesso giovani e spiantati – giornalisti. 
In un’intervista al quotidiano online Open, l’ex direttrice dell’Unità racconta di aver deciso di esporre la sua vicenda personale per «tutelare i giovani, perché quello che sta succedendo a me è capitato ad altri e rischia di accadere ancora. I grandi editori stanno finendo: se vogliamo che il giornalismo continui a essere libero, bisogna trovare nuovi strumenti di tutela».

La vicenda è piuttosto nota: De Gregorio ha diretto il quotidiano l’Unità dal 2008 al 2011. Dopo aver abbandonato la direzione, il giornale ha cambiato editore, la società editrice è andata incontro al fallimento (tuttora in corso: la procedura sta ancora tentando di liquidare, intorno al 20% delle somme dovute, la miriade di creditori chirografari). Dopo il suo abbandono, e dopo la chiusura del giornale, decine di procedimenti giudiziari (soprattutto civili) sono arrivati a sentenza di primo grado. Si trattava di cause intentate da persone che si erano ritenute danneggiate da articoli scritti da giornalisti del suo quotidiano. Alcune di queste cause, in primo grado, hanno dato ragione al ricorrente: la giustizia civile, in questo caso, prevede il sequestro cautelativo dei beni del soccombente. Ed essendo il direttore responsabile un obbligato in solido, nelle cause civili, alla De Gregorio hanno pian piano pignorato tutto: casa, stipendi, collaborazioni. Al punto tale che non può più pagare le bollette e deve firmare contratti simbolici, perché ogni sua entrata verrebbe “aspirata” da qualche sequestro.

La giornalista ha deciso di far conoscere la sua vicenda dopo aver appreso che uno dei sequestri fa capo alla causa civile intentata da un uomo appartenente a formazioni di destra che, anni fa, era stato condannato per un’aggressione di stampo politico. «In questi anni – ha detto a Open – ho dovuto pagare per chiunque, ma che mi venga sequestrato il conto per Stefano Andrini è una cosa che non posso tollerare […] La ricreazione è finita, dobbiamo tutti tornare ai nostri posti di lavoro. Se io mi fossi fatta eleggere in Parlamento, avrei l’immunità. Ma ho sempre detto no perché mi interessa solo fare il mio lavoro. Così come non mi voglio ritirare a vita privata né andare all’estero. Quando, la scorsa settimana, sono scesa dalla Car-to-go e il mio credito di 2 euro e 60 era stato pignorato, ho pensato che era stato superato un limite. Non posso pagare le bollette, giro con i mezzi pubblici, sottoscrivo contratti simbolici da 2 euro per continuare a fare il mio lavoro con dignità, sorriso, forza».

Eppure le iniziative di legge, in questi, anni, non sono mancate. Dell’ultima proposta ci siamo occupati recentemente, ma serve la volontà politica di andare fino in fondo (cioè all’approvazione parlamentare del testo di legge) e, finché la maggioranza sarà costituita da un movimento apertamente ostile ai giornalisti – considerati come una entità unica e non come singoli, spesso freelance poco tutelati e ancor meno pagati – sarà difficile che possa vedere la luce.

Il precedente progetto di legge, a firma Walter Verini (Pd) si è fermato in Senato, dove non ha più ripreso la sua marcia. Era una norma semplice e difficilmente contestabile nei suoi capisaldi: «Se un editore è desaparecido – ha detto il parlamentare a Repubblica – la scure della richiesta di risarcimento si abbatte solo su cronista e direttore che pagano per tutti. Un cronista che denuncia la tratta di esseri umani, le mafie, la corruzione politica, ed è un freelance pagato a pezzo, è facile e isolato bersaglio dei poteri che denuncia». Se venisse mai approvata, la legge Verini toglierebbe il carcere per i giornalisti nei casi di diffamazione a mezzo stampa e, nel caso di vertenze civili (ormai l’arma prediletta per chi vuole “offendere” i giornalisti), «introduce – ha spiegato Verini –  una responsabilità civile aggravata a carico di colui che promuove un’azione risarcitoria priva di consistenza e quindi a scopo intimidatorio  prevedendo, oltre al rimborso delle spese e al risarcimento a favore del convenuto, anche il pagamento di una somma determinata dal giudice in via equitativa». Tutto giusto, tutti d’accordo. Peccato non si faccia mai nulla.

 

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