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Nel Sulcis, per raccontare la vita al tempo della crisi

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capodarco
Il XXI seminario di Redattore Sociale a Capodarco di Fermo, dal 28 al 30 novembre 2014

Raccontare la crisi. Lo scrittore Angelo Ferracuti, insieme a Ennio Brilli, autore di reportage, ci spiega come farlo. È questo, infatti, il cuore del lavoro di documentazione al quale si stanno dedicando.
Ne hanno parlato durante il XXI Seminario di formazione per giornalisti dal titolo “Rimozioni”, organizzato da Redattore Sociale a Capodarco.
«In Italia la crisi è raccontata male, in modo spettacolare o con dei numeri, attraverso le analisi statistiche o l’esperienza di quelli che ce l’hanno fatta, che l’hanno superata. Noi vogliamo raccontare chi non ce la fa». Con questa determinazione, hanno raccolto le testimonianze e le storie degli abitanti del Sulcis, nella Sardegna sudoccidentale, dove la disoccupazione giovanile raggiunge il 75%. Su 120.000 abitanti della provincia, 30.000 sono senza lavoro.
Alla rabbia, all’amarezza e alla disperazione dei minatori dei Sulcis i media hanno dato risalto in più occasioni, ma l’intento di Ferracuti è quello di andare più a fondo, di scendere in profondità, proprio come si farebbe entrando in una miniera.

«È importante raccontare come sta cambiando la vita quotidiana, la routine, lo status di quelle persone. In Italia il disagio c’è ed è grande, ma dopo un lungo periodo che ci ha abituati al benessere, ci si vergogna del malessere e lo si nasconde. L’impoverimento oggi è tale per cui le persone non rubano più nei supermercati, mangiano direttamente lì».
Il frigo vuoto, le bollette non pagate, il tasso crescente di alcolismo – soprattutto tra le donne –, l’aumento dei disturbi mentali sono segnali inequivocabili della crisi che il nostro Paese sta attraversando, anche se lo neghiamo, minimizziamo o, al contrario, prediligiamo la retorica della catastrofe imminente. Ci siamo dentro. E il tema è così caldo e sentito che le persone intervistate spesso tendono a ripetere ciò che il giornalista si aspetta di sentire.

Il fotografo Ennio Brilli e lo scrittore Angelo Ferracuti
Il fotografo Ennio Brilli e lo scrittore Angelo Ferracuti

Ferracuti ha scelto un’altra strada. «Ho usato l’arte dell’avvicinamento. Bisogna andare più volte in un luogo per percepire quello che accade». Ha ascoltato quello che la gente del posto racconta nei bar, ha chiesto informazioni nelle sedi del sindacato, alla mensa della Caritas.
Ha conosciuto così l’ultimo abitante rimasto a Ingurtosu, oggi villaggio deserto, ma fino alla fine degli anni Sessanta sede di una delle più importanti miniere della Sardegna. «Quell’uomo è quasi un custode della miniera. Vede qualcosa che non c’è più». Si ricorda, ad esempio, che dove oggi non c’è altro che desolazione, un tempo c’erano la scuola, la chiesa, la posta. E con le sue memorie ridà vita a quello spazio che oggi suggerisce solo abbandono.
«E’ difficile riuscire a raccontare con le parole e con le immagini quando non succede niente – aggiunge Brilli – La disoccupazione paradossalmente produce luoghi disabitati, perché si è spenta la vita sociale. Quando finisce il lavoro, rimane la desertificazione, ci sono solo le macerie».

Eppure, luoghi come le vecchie miniere del Sulcis sono un preziosissimo serbatoio di archeologia industriale. Molti siti industriali dismessi, in Italia e all’estero, negli ultimi decenni sono stati riscoperti, restaurati e valorizzati, diventando “contenitori” per istituti di ricerca e poli museali, centri commerciali o espositivi. Solo a Torino, si pensi allo stabilimento di produzione FIAT del Lingotto, trasformato da Renzo Piano in centro commerciale, fieristico e culturale, alle Officine Grandi Riparazioni o alle Ex Manifatture Tabacchi, per citarne alcune, riconvertite in spazi d’arte.
Come forma alternativa di utilizzo delle ex-miniere del Sulcis si è pensato allo stoccaggio dell’anidride carbonica, ma non solo. La miniera rappresenta la storia e l’identità di quel territorio: con la creazione del Parco Geominerario, il primo al mondo riconosciuto dall’Unesco, le miniere non più sfruttate a fini estrattivi sono diventate una rete di centri di diffusione culturale. Molto ancora si può e si deve fare per un paesaggio così ricco eppure poco sfruttato turisticamente.

Ferracuti ha provato a raccontare una Sardegna inaspettata, facendo emergere l’arte di rimboccarsi le maniche: ad esempio a Teti, località del Nuorese che vive dell’attività agricola e pastorale, dove gli abitanti, al motto di “Noi ripartiamo da noi”, hanno restaurato le stalle per trasformarle in agriturismi per l’accoglienza dei turisti.
Per realizzare il suo lavoro di documentazione, Ferracuti conferma che non bisogna avere fretta. Che occorre prendersi il tempo per leggere, e leggere molto: «Forme ibride come il reportage consentono di usare fonti non giornalistiche, come film e libri che hanno costruito quell’immaginario». Molto, poi, si capisce dall’ascolto della musica e dei testi prodotti da chi vive in quell’ambiente: gruppi come Gola Seca o Intreccio, band di “rock metalmeccanico”, sono la voce di quelle terre.
E conclude: «Il reportage è comunque un tradimento della realtà per l’intervento dell’interpretazione, presenza costante che il lettore avverte». Il suo non è un lavoro giornalistico, né letterario. «E’ un’esperienza», come ama definirlo.

 

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