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Nel mondo, 387 giornalisti in carcere: quando il covid-19 diventa una scusa per reprimere la libertà di stampa

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Jihad Jamal, reporter siriano morto in carcere nel 2016

Mentre mancano pochi giorni alla pubblicazione del rapporto annuale dedicato ai giornalisti uccisi nel 2020 (uscirà il 29 dicembre), Reporter Senza Frontiere rilascia anche quest’anno – come fa oramai dal 1995 – il dossier dedicato ai giornalisti che hanno subito un trattamento detentivo arbitrario, che sono stati privati della libertà o addirittura hanno perso la vita come risultato diretto del loro lavoro.

In tutto il mondo, sono 387 i giornalisti detenuti per ragioni legate alla professione. 54 sono tenuti in ostaggio e 4 sono dispersi. È quasi la stessa cifra che si registrava lo scorso anno (389), nonostante un forte aumento delle violazioni della libertà di stampa e degli arresti legati alla pandemia di coronavirus. Più della metà di loro (61%) sono detenuti in soli cinque paesi. Per il secondo anno consecutivo Cina, Egitto, Arabia Saudita, Vietnam e Siria sono i cinque maggiori carcerieri di giornalisti del mondo. La Cina detiene il primato assoluto con 117 giornalisti in carcere. In Siria la maggior parte delle detenzioni risalgono ai primi anni dall’inizio della guerra civile nel 2011, la lista dei giornalisti incarcerati è invariata e poche famiglie hanno ottenuto notizie. Se vengono a sapere qualcosa, di solito si tratta della morte di una persona cara. Come nel caso dell’ex moglie di Jehad Jamal, un blogger incarcerato nel 2012. Nel 2020, la donna ha ottenuto l’accesso a un certificato di morte che conferma i suoi timori, ovvero che Jamal sia morto in detenzione, probabilmente sotto tortura. Il certificato, in cui si afferma che è deceduto nel 2016, non ha fornito alla moglie alcun chiarimento sulla causa della morte.

Cresce parecchio, del 35%, il numero di giornaliste in carcere: da 31 di un anno fa a 42 di oggi. La maggior parte delle giornaliste detenute si trova in Bielorussia (4): questo paese ha visto una repressione senza precedenti, dalle contestate elezioni presidenziali dello scorso agosto in poi. Sempre per quanto riguarda la Bielorussia, almeno 370 giornalisti sono stati arrestati dalle controverse elezioni presidenziali del 9 agosto 2020 e sono stati detenuti per periodi variabili, per un totale di oltre 880 giorni. I media indipendenti sono stati a lungo presi di mira dal regime del presidente Alexander Lukashenko, ma le violenze contro di loro sono aumentate di dieci volte dopo le elezioni di agosto e l’inizio delle proteste pacifiche. Il giorno dopo le elezioni, 23 giornalisti sono stati arrestati. Alcuni sono stati subito rilasciati, altri sono stati sottoposti a maltrattamenti e percosse, sono stati costretti a spogliarsi e a restare senza cure mediche, cibo o accesso ai servizi igienici. Gli arresti arbitrari sono stati accompagnati dalla censura di Internet e della carta stampata, mentre la propaganda sui media statali si è intensificata.

Altri aumenti di arresti si sono registrati in due dei paesi in cui la crisi da coronavirus ha portato un marcato aumento della repressione: in Iran (quattro) e in Cina (due).
Secondo i dati – da loro stessi definiti non esaustivi – raccolti dallo staff di RSF e da Tracker 19, nel mondo si è verificato il quadruplo degli arresti arbitrari di giornalisti durante i primi tre mesi di diffusione del Covid-19 (tra maggio e maggio 2020). È “l’effetto Covid 19”: la maggior parte dei giornalisti arrestati è stata trattenuta per poche ore o, in alcuni casi, per pochi giorni o settimane, ma alla fine dell’anno sono ancora detenuti 14 giornalisti arrestati in relazione alla loro copertura della pandemia. «Queste cifre confermano l’impatto della pandemia sul giornalismo e il fatto inaccettabile che alcuni giornalisti paghino con la loro libertà per cercare la verità – spiega il segretario generale di RSF Christophe Deloire – Confermano anche che le giornaliste non sono risparmiate dalla repressione, come si vede dall’aumento del numero delle donne arrestate».

Le maggiori violazioni della libertà di stampa in relazione alla pandemia si sono registrate in Asia. È là che si trova il maggior numero di “detenuti per coronavirus”: sette in Cina, due in Bangladesh e uno in Myanmar. In Medio Oriente, dove diversi paesi hanno approfittato della pandemia di coronavirus per aumentare il controllo sui media e sulle notizie, tre giornalisti sono ancora detenuti per articoli legati alla pandemia: due in Iran e uno in Giordania. In Africa, un giornalista è ancora detenuto in Ruanda, con l’accusa di “violazione delle norme di lockdown”. Ma la pandemia di coronavirus è stata utilizzata per ridurre ancora di più la libertà di stampa anche nell’Europa dell’Est e in Asia centrale. Legislazioni arbitrarie sulla diffusione di informazioni false e accuse di violazione delle regole di lockdown hanno fornito ottimi motivi per arrestare giornalisti e soffocare media indipendenti, soprattutto durante la primavera. Ciò è successo soprattutto in Kazakistan, Azerbaijan, Tagikistan e Russia.
In Europa centrale e nei Balcani le autorità hanno approfittato della pandemia per intervenire contro i media critici, sia per mezzo di leggi draconiane, come in Ungheria e Serbia, sia arrestando giornalisti, come in Serbia, Kosovo e Polonia.

Per quanto riguarda invece i giornalisti tenuti in ostaggio, questi sarebbero almeno 54. Dopo il rilascio di un giornalista ucraino tenuto dai separatisti filo-russi nella regione del Donbass dell’Ucraina orientale, Siria, Iraq e Yemen sono gli unici paesi in cui i giornalisti sono ancora tenuti in ostaggio. Tra loro vi sono quattro giornalisti detenuti dagli Houthi nello Yemen dal 2015 che sono stati condannati a morte ad aprile e, da allora, sono in attesa di sapere se e quando queste condanne saranno eseguite.

 

Fondata nel 1985, Reporter Senza Frontiere (RSF) lavora per la libertà giornalistica, l’indipendenza e il pluralismo in tutto il mondo. Con sede a Parigi, e 13 uffici e sezioni in tutto il mondo e corrispondenti in 130 paesi, ha statuto consultivo presso le Nazioni Unite e l’UNESCO. Fornisce supporto specifico ai giornalisti sul campo attraverso campagne, assistenza legale e materiale, attrezzature e ausili di sicurezza fisica (come giubbotti antiproiettile, caschi, manuali e assicurazioni).

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