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Bekzhanov e l’oblio della libertà di stampa

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Muhammad BekzhanovIl 26 giugno si celebra la giornata che le Nazioni Unite hanno scelto di dedicare alle vittime della tortura. Per l’occasione quest’anno Amnesty International ha lanciato una raccolta di firme per portare all’attenzione due casi, uno dei quali è quello del giornalista Muhammad Bekzhanov, fino al 1994 caporedattore di “Erk” (Libertà), rivista di un partito di opposizione politica, critica nei confronti dei media governativi legati al presidente Islam Karimov e per questa ragione bandito dalle autorità uzbeche.
Bekzhanov è detenuto da 16 anni – una delle pene più lunghe mai scontate da un giornalista – a seguito di un processo iniquo che lo ha condannato sulla base di una confessione estortagli sotto tortura.

Nel 1999 fu costretto a lasciare il suo Paese perché accusato di aver preso parte a una serie di attentati organizzati nella capitale Tashkent nel febbraio di quell’anno.  Fece domanda di asilo in Ucraina ma, contrariamente alle sue aspettative, fu estradato a Tashkent. Fino alla fine di aprile fu detenuto in totale isolamento e torturato al punto da confessare di essere responsabile di quegli attentati. Durante il processo Bekzhanov, insieme ad altri cinque coimputati, denunciò le torture subite durante la detenzione preventiva. Tuttavia il tribunale ricusò tutte le sue affermazioni e lo condannò a 15 anni di detenzione per la sua presunta partecipazione agli attentati.
Quando un militante islamico ammise di essere stato torturato per implicare Bekzhanov , le autorità carcerarie ridussero la pena del giornalista a 13 anni.
Bekzhanov aveva dichiarato di essere stato colpito con manganelli di gomma e bottiglie di plastica piene d’acqua, di aver subito scariche elettriche e tentativi di strangolamento. Ma nessuna delle sue dichiarazioni fu sottoposta ad accertamento.
Nel 2012, pochi giorni prima di essere rilasciato, è stato condannato ad altri 4 anni e 8 mesi con l’accusa di aver violato una norma del regolamento carcerario.
Secondo notizie recenti, si trova ora in una prigione nella città meridionale di Kasan, sordo da un orecchio a causa dei maltrattamenti e affetto da tubercolosi.

Giornalisti come Bekzhanov si sono scontrati con il più grande nemico della libertà di stampa, ovvero i governi autoritari che impongono il controllo sul contenuto dell’informazione.
I pochi militanti e giornalisti critici attivi in Uzbekistan, secondo Freedom House, devono affrontare il rischio di violenze fisiche, persecuzioni, multe salate e detenzioni arbitrarie.
Nonostante le garanzie costituzionali, le libertà di espressione e di stampa sono gravemente limitate. Lo Stato controlla i principali mezzi di comunicazione e le relative strutture, i media indipendenti sono inesistenti o a malapena in grado di operare, l’autocensura è caldamente incoraggiata. I giornalisti stranieri sono generalmente esclusi dal paese e i contenuti di social media, notizie mainstream e informazioni provenienti dall’estero sono sistematicamente bloccati. L’unica stampa accettabile funge da portavoce del regime e l’accesso dei cittadini a informazioni imparziali è molto limitato.
Ulteriore prova questa che la libertà di stampa in molte parti del mondo non è un diritto scontato.

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