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Muhammad Aladdin: in bilico sul sogno di un Mediterraneo che non c’è più

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Cani sciolti

«Si avvicina in silenzio e si siede al mio fianco. Per un po’ ci guardiamo, poi, finalmente, accade quello intorno cui stavamo rigirando da ore. Questa volta, però, facciamo tutto con calma, potendoci prendere il nostro tempo, senza l’affanno di dover fuggire, mezzi nudi, inseguiti da una camionetta della polizia. È come con le stelle del porno che stavo sognando poco fa – a parte il cerchio bluastro intorno al suo occhio destro – e vorrei proseguire all’infinito, ma l’abilità con cui Nevìne si muove, mi fa venire come il padrone che, con un fischio breve e acuto, richiama a sé il proprio cane addestrato».


Muhammad Aladdin, da “Cani sciolti” (ed. Sirente)

 

Un Mediterraneo orientale, quello egiziano. Poco africano, non ancora asiatico, non propriamente mediorientale, perché gli egiziani sono cittadini di un paese arabo ma non sono arabi: eppure rappresentano un mito, per gli altri paesi arabi. Soprattutto per il cinema, come il Libano lo è per l’editoria e l’Algeria per la poesia. Paese che tutti conoscono, pensando soprattutto alla storia antica, che affonda le radici in un passato mitico, meta tra le favorite del turismo e tra le prime vittime del terrorismo, dove una generazione di giovani è cresciuta senza punti di riferimento. Cani sciolti, appunto, che ricordano a occidente i giovani algerini che “reggono i muri” e non hanno saputo cucire la tradizione con la modernità.

Abbiamo raggiunto Muhammad Aladdin al telefono. Nato Bāb el-louk, al-Cairo, nel 1979, autore di romanzi e sceneggiatore, è uno dei più noti scrittori di questa nuova generazione in Egitto e nei paesi arabi, definito dai più come post-moderno. Avevo avuto occasione di incontrarlo personalmente al Salone del Libro di Torino nel 2016, quando era stata una delle voci del mio libro Lettera a un mare chiuso per una società aperta. Muhammad ha pubblicato la sua prima raccolta di racconti nel 2003 e, a oggi, è autore dei romanzi Il Vangelo di Adamo, Il trentaduesimo giorno, L’idolo, Il piede, Cani sciolti (pubblicato da Il Sirente, nella Collana altri arabi), e tre raccolte di racconti – L’altra riva, La vita segreta del Cittadino M. e Giovane amante, Nuovo amante.

 

L’INTERVISTA

Muhammad Aladdin (1979), anche noto come Alaa Eddin

Raccontaci la tua storia in poche parole.

«Sono solo uno scrittore che sta provando a vivere. Nulla più di questo e, naturalmente, lo scrivere è una parte essenziale della mia vita».

Quando hai scoperto la passione per la scrittura?

«Quando avevo 12-13 anni ho letto un racconto che parlava del sé, e ho desiderato scrivere qualcosa di simile. Forse, se avessi letto ora questo racconto, lo troverei troppo sentimentale e naïf, ma è da quella suggestione che sono diventato quello che sono».

Che cos’è il Mediterraneo per te e per un egiziano?

«Qual è il rapporto con il mare bianco di mezzo? Per me come per ogni egiziano, una città come Alessandria significa molto. E attraverso la sua ricca storia, posso trovare come una nota a piè di pagina dei passaggi del nord per comprendere entrambi, il nord e il sud, ma anche l’est e l’ovest. Il Mediterraneo, per me, è così unico al mondo, un melting pot di molte culture e un modo di vedere la vita. In un mio articolo ho scritto che questo Mediterraneo ha già sofferto troppo.

Ci sono tutte queste barche, navi, fregate e cacciatorpedinieri che fendono la sua schiuma, che ci gettano dentro la loro spazzatura e i resti di cenere della loro polvere da sparo, i loro sogni, le loro frustrazioni… Come negarlo, se il mar Mediterraneo si è mutato in un cimitero nero tra le cui sponde ora dormono persone che non sognavano niente di più che una vita degna di essere chiamata tale?»

Come guardi all’Italia dall’Egitto?

«L’Italia, anni fa, ha dato il via a un’operazione per salvare i migranti dai naufragi, o meglio, per respingerli nuovamente verso l’inferno da cui sono venuti, che porta il nome altisonante di mare nostrum. Questo è il nome che gli antichi Romani davano a quello che credevano essere il loro mare; e fu in sèguito riutilizzato da Mussolini, al culmine dell’euforia fascista, secondo la quale il colonialismo era un atto nobile e patriottico. La questione dei nomi del Mediterraneo suscita alcune riflessioni: in arabo, abbiamo ereditato l’epiteto “bianco” dalle denominazioni ottomano-bizantine dei luoghi geografici, da cui vengono anche il mar Rosso e il mar Nero. Tutti i mari sono azzurri, o almeno, appaiono azzurri ai nostri occhi. Noi però, come d’abitudine, fantastichiamo attribuendo alla realtà fisica caratteristiche che non hanno niente a che vedere con essa, nonostante tutto quello che sappiamo delle definizioni di una lingua che si considera “descrittiva”».

Per uno scrittore le parole hanno un peso profondo. Cosa ci dice il Mediterraneo?

«Il nome che resiste di più è ancora oggi Mediterraneo, un nome a cui vale la pena prestare attenzione. Il mar Mediterraneo, nel mondo antico, stava davvero nel mezzo, e la cosa buffa è che esso è ancora ‘mediterraneo’ per il mondo popolato, mentre gran parte del mondo antico ormai è indicato come “Medio-Oriente”, per distinguerlo dall’“Estremo Oriente”. Il Mediterraneo è, tutt’oggi, il punto d’incontro di innumerevoli civiltà. Vi si sono succeduti i Greci, i Fenici, i Romani, i Persiani, gli Arabi, gli Ottomani. Lo hanno attraversato tentativi di creare un’unica cultura come quella ellenistica, o il tentativo di imporre un’unica cultura come quella francese. Sulle rive del Mediterraneo sono nate religioni e civiltà che ancora oggi danno forma alla coscienza di milioni di persone dall’America Latina all’estremità del Giappone, passando per le isole sparse nell’oceano Pacifico. Ma questo fervido epicentro continua a scontrarsi con se stesso, tra illusioni di purezza e sogni di pace».

Quale ruolo gioca il Mediterraneo nei tuoi libri?

«Non posso dire che il Mediterraneo sia in primo piano direttamente nei miei scritti. Ma la sua idea è sottintesa, in ogni angolo del mio mondo. Mio nonno era tra coloro che presero parte alla fondazione dei Giochi del Mediterraneo, insieme a Mohammed Taher Basha, ad Alessandria: una delle città più grandi dell’intero Mediterraneo. La città più importante del mondo per un certo periodo, poi ancora la città più importante del mondo dopo Roma. Alessandria, che fu la culla del sogno di Alessandro, e che tentò di far rivivere qualcosa di simile alla fine degli anni Cinquanta del Novecento. Fu Alessandria a offrire al mondo la sua biblioteca, nonché il crimine dell’uccisione di Ipazia, una donna scienziata che rifiutò la fede e il punto di vista maschile come dominante. Alla fine, Basha trovò rifugio sull’altra sponda, in Francia, mentre mio nonno preferì restare in patria.

Alla storia, purtroppo, non piacciono le contraddizioni. Si preferisce un unico contesto, un’unica lingua, un unico colore, un’unica opinione, un’unica forza. Ma la contraddizione è l’anima del mondo, il suo motore etereo: la contraddizione tra la nostra verità e quello che aspiriamo a essere. Dunque a me, personalmente, non piace il sogno di Alessandro, ma il sogno di mio nonno».

Qual è il tuo linguaggio nei racconti e qual è la tua scelta nella scrittura?

«Scrivo in arabo moderno standard; mi sembra un scelta naturale. In un vagabondare allenato uso però lo slang egiziano nei dialoghi. Sento che è più sincero per trasmettere i punti di vista e la vita.”

Qual è il tuo dialogo con il bilinguismo dato che respiri una cultura bilingue?

«Ho scritto alcuni libri in inglese ma non mi considero un bilingue, se scrivo il dialogo nel dialetto egiziano. Credo di essere figlio di una società universale dopotutto, che parla in più lingue e culture. Ma, alla fine, tutto ruota intorno ai sentimenti fondamentali della paura o della morte, e all’assurdità del vivere».

Cani sciolti è un’espressione che indica una generazione cresciuta nei paesi arabi tra gli anni Ottanta e Novanta, dominati da dittature e consumismo, schiacciata negli anni Duemila da un limbo di corruzione, crisi crescente e impoverimento di valori e cultura, senza punti di riferimento dopo le cosiddette ‘primavere arabe’, un modo di dire che non amo. Un momento di spaesamento ma anche pieno di energia: raccontaci il messaggio di questo libro, e che cos’è cambiato dopo questa stagione.

«Francamente non credo che la letteratura abbia intenzionalmente un messaggio e che voglia dare risposte. Io scrivo istintivamente e, spesso, mi rendo conto del messaggio a partire dalle emozioni e dai pensieri dei lettori e dei critici. C’è stato sicuramente un mutamento dello scenario e un cambio di passo. Indovino la domanda delle domande: qual è il senso di un essere umano? Non cerco una risposta, almeno quando scrivo, ma mi pongo la questione da uomo di quarant’anni di fronte a una donna. Perché la letteratura è questo: una storia particolare, un punto di vista su uno scorcio di mondo da raccontare nella quale molti si possono riconoscere, non una tesi. Mi chiedo come il progredire del tempo possa diventare un fardello».

E che storia racconta Cani sciolti?

«Commentando splendidamente il mio romanzo, tradotto dall’amica Barbara Benini, qualcuno ha detto che si aspettava di leggere solo dell’Egitto e, invece, si è trovato a leggere dell’Italia. Non potete immaginare quanto mi sia sentito sollevato. Credo che questo sia il sogno definitivo della letteratura: essere vicini pur nelle nostre divergenze, essere d’accordo sulle nostre contraddizioni; leggere noi stessi in un romanzo americano, o trovare i nostri sentimenti sul dorso di un romanzo cinese. Credo che fosse questo, ciò che mio nonno sognava per il Mediterraneo».

Ci racconti qualcosa di più di questo sogno condiviso?

«Mio nonno nacque in un’epoca in cui il canale di Suez era ancora giovane, un corridoio tra l’India e l’Europa, tra il mar Bianco e il mar Rosso. Quando il canale fu scavato, si sapeva che il mar Rosso si sarebbe innalzato al di sopra del livello del mar Mediterraneo e che, perciò, alcuni esseri viventi tipici del mar Rosso sarebbero migrati verso il Mediterraneo. Gli scienziati sostenevano che l’elevata salinità dei nostri Laghi Amari in Egitto li avrebbe tenuti lontani, ma per azione della mescolanza delle acque la salinità si ridusse, permettendo a quelle creature di passare. Così si insediarono nel Mediterraneo orientale, ma naturalmente i biologi non le lasciarono in pace e le chiamarono “creature delessepsiane”, dal nome del costruttore del canale, Ferdinand de Lesseps. Gli studiosi hanno espresso forte preoccupazione e ansia per la decisione del Governo egiziano di ampliare e migliorare il canale, perché questo incoraggerà le creature a migrare. È comprensibile l’ansia degli scienziati di preservare l’ambiente del Mediterraneo e le sue creature dai cambiamenti ecologici – nonostante la norma del mondo sia il mutamento – ma io non capirò mai perché gli esseri umani vengano trattati come pesci, insetti o animali. Leggete buona letteratura, celebrate la contraddizione e non trasformate i ponti in cimiteri».

A giudicare dalle storie che Muhammad racconta, soprattutto in Cani sciolti – una sceneggiatura, più che un romanzo – il sogno sembra infranto. Il testo è crudo:  un impietoso affresco del Cairo di oggi di giovani senza speranza, che navigano a vista. Una vita consumata in un limbo di emozioni, perfino nel vizio che, del mondo cosiddetto occidentale (ma meglio sarebbe dire all’avanguardia e dominante) prende il peggio.

A cosa stai lavorando, adesso?

«Sto scrivendo un nuovo racconto che spero possa funzionare, ma è ancora presto per parlarne».

 

Alla prossima puntata.

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