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Mohamed Berrada, mettersi in discussione per ricucire il vicinato mediterraneo

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Luce fuggitiva

«Stava sdraiato, indolente, su una coperta distesa dietro il parapetto dell’ampio balcone orientato verso il mare, verso la costa spagnola che si poteva distinguere a occhio nudo, con il bel tempo. La voce del muezzin risuonava ancora, annunciando la fine del giorno, Si lasciò trasportare, sognatore, da una riflessione che aveva letto o ben sentito sull’argomento di questo qualcosa che si manifestò tra le ombre della sera e le tenebre della notte… A quest’ora, sempre, di pensieri cupi, dei sentimenti indecifrabili invadevano il suo essere».


Mohamed Berrada (Da Luce fuggitiva, Éditions Le Fennec, Casablanca 1993; Actes du Sud, 1998 per la traduzione in francese di Catherine Charruau, traduzione italiana di Ilaria Guidantoni)

 

Mohammed Berrada (Rabat, 1938)

Ho incontrato Mohamed Berrada, scrittore marocchino, autore di romanzi e critico letterario, traduttore di lingua araba, nel 2009 a Cosenza, in occasione della manifestazione “Ottobre piovono libri”, dove presentai il suo romanzo Il gioco dell’oblio che era stato tradotto in italiano da Mesogea. Un costruttore di ponti tra civiltà attraverso la letteratura, attento a cercare un filo conduttore tra i paesi arabi, profondo conoscitore della letteratura di lingua araba, come anche a riannodare i fili di una trama comune tra l’Europa e il mondo arabo, in particolare l’Europa del sud e il Maghreb.

Lo abbiamo raggiunto nella sua abitazione vicino ad Avignone, dove abita da quando è in pensione insieme alla moglie Leila Shahid, diplomatico, prima del 2015 ambasciatrice della Palestina in Francia, presso l’Unione europea, il Belgio e il Lussemburgo.

 

L’INTERVISTA

Ci racconta la sua storia?
«È semplice e complessa allo stesso tempo. Sono nato a Rabat, la capitale del Marocco, nel 1938. Dato che mio padre è morto che avevo solo un anno, sono andato a vivere da mio zio a Fez, dove ho trascorso la mia infanzia compiendo studi arabofoni e frequentando scuole che si ispiravano al neonato movimento nazionalista, sorto nel 1945, contro la Francia e per l’indipendenza del Marocco. Un moviemnto che voleva a ogni costo distaccarsi dalla situazione drammatica della vicina Algeria. A Rabat, successivamente, ho continuato a studiare in scuole dove l’impronta era foriera di un rinascimento arabo, poi abortito. Il proposito iniziale era positivo, ma le vicende politiche interne dei paesi arabi spezzarono l’idea di unità che dal Medioriente doveva unire i popoli fino al Marocco. Io ero molto politicizzato e, nel 1955, fuggii letteralmente in Egitto per passare la maturità e poi laurearmi in letteratura araba. Quindi rientrai in Marocco, e poi a Parigi per completare il dottorato con una tesi nell’ambito della critica letteraria nel 1973».

Malgrado l’ostilità verso la Francia?
«Consideravo e considero il francese uno strumento della cultura: non la mia lingua ma un ponte importante, anche se già allora in arabo erano tradotti molti testi internazionali di rilievo – con traduzioni realizzate in Libano ed Egitto – quali i libri di Carl Marx, o di André Gide per fare degli esempi. E trovavo di che nutrirmi nella mia lingua materna: a quei tempi, anche il romanzo arabo era molto aperto».

Il Marocco raggiunse l’indipendenza relativamente presto, nel 1956. Come cambiò lo scenario?
«Il movimento nazionalista al quale io aderivo aveva sterzato a sinistra, ed esigeva una monarchia parlamentare: fatto che portò a una serie di conflitti e a una situazione di grande tensione nel Paese, conosciuta come Le temps du plant, il conflitto permanente. Poco a poco, la mia patria ha scoperto la sua vocazione mediterranea. Le radici in Africa, la testa rivolta all’Europa, il cuore nel Mediterraneo».

Che cosa ha voluto dire scoprirsi o meglio riscoprirsi mediterraneo per un marocchino?
«Scoprire un ponte per l’Europa, per attraversare il quale non sarebbe bastata una passeggiata, per quanto possibile proprio per le radici comuni che affondavano nella storia. A questo proposito, un ruolo molto importante è stato ricoperto dallo scrittore, saggista e critico letterario egiziano, cieco, Taha Hussein. Che, ad esempio, nel suo libro L’avenir de la culture en Egypte nel 1938, già chiedeva di rimodellare la scuola sui programmi europei, insegnando il greco, il latino, la storia delle antiche civiltà mediterranee. Questo autore, che ha compiuto gli studi all’Università religiosa el-Azhar del Cairo, è stato professore di letteratura araba e rettore dell’Università di Alessandria, nonché ministro che ha imposto la scolarizzazione gratuita. Ha avuto molta influenza su tutto il mondo arabo. In particolare, ha posto la questione di come entrare nella modernità per i paesi arabo-musulmani e, in generale, per i paesi della sponda sud del Mediterraneo».

Una sfida tra indipendenza e adozione di un modello europeo. Cosa è successo?
«Il modello scolastico europeo aveva un’apertura importante per il mondo arabo che, a causa dei conflitti interni, non è riuscito a raggiungere una sua unità, cosa che l’Europa in una prima fase ha fatto con maggior profitto. Il Maghreb, ad esempio, non è diventato un luogo di unità e non è stata capìta, in generale, l’importanza della dimensione mediterranea come un’appartenenza comune. Gli intellettuali e gli scrittori l’hanno segnalata, solo che da nessuna delle due sponde si è abbracciato un orizzonte di accoglienza: basti pensare al rapporto tra la Francia e l’Algeria. Le ombre sono rimaste e non si è ridisegnato un vero dialogo mediterraneo, almeno con l’Europa del sud, più vicina a tutti i livelli, perché riemergono sempre i nodi del passato. Per rendere possibile una politica del buon vicinato, occorre fare tabula rasa del passato».

Ora sembra più importante che mai ripartire dai punti comuni, dalle corrispondenze, dalle conoscenze. Può essere una via, sulla scia di quanto suggerito da Taha Hussein?
«Credo che oggi si debba superare la visione romantica delle corrispondenze mediterranee: che esistono e dobbiamo coltivarle, pensando soprattutto ai problemi comuni, dalla pandemia, alla catastrofe ambientale e ai cambiamenti climatici. In comune, in questo momento, ci sono soprattutto i problemi ed è chiaro che solo uniti si possono affrontare. E per fare questo è indispensabile superare gli ostacoli politici».

Come praticamente, se non vogliamo coltivare solo sogni letterari?
«L’Unione europea, che mi pare sia ispirata a un modello che non funziona più, deve aprirsi al Mediterraneo e, per fare questo, deve rimettersi in discussione. Non può più riposare sugli allori della Rivoluzione francese, della quale per altro ha tradito i valori, dato che la Francia continua a vendere armi a Paesi come l’Egitto e gli accordi sono recenti».

Con la vostra attività letteraria avete giocato un ruolo in tal senso?
«Sono stato presidente dal 1976 al 1983 dell’Unione degli scrittori marocchini, eletto tre volte. Ho cercato sia di creare raccordi tra i diversi paesi del Mediterraneo arabo-musulmani, sia tra le due rive del Mare bianco di mezzo. Nel 1979, ad esempio, a Fez, ho organizzato un grande convegno internazionale in tal senso, perché credo che la letteratura araba moderna sia il luogo nel quale si può sondare la situazione dei giovani, comprenderne i desideri e i problemi, anche grazie allo sforzo che il romanzo arabo ha fatto per emanciparsi. Io stesso ho fatto parte della corrente marocchina attajrib, della sperimentazione di nuove tecniche di scrittura. Il testo trascura l’intrigo romantico classico e si apre anche all’influsso dialettale: ad esempio, a forme più contemporanee e immediate di comunicazione, a giochi di parole, a rimandi allusivi. Si rivela specchio della società e, in particolare, del mondo dei giovani. Questo quadro si è rivelato anche nella manifestazione che si è tenuta un anno a Bruxelles Daba Maroc, ovvero il Marocco di oggi, non a caso espressione dialettale».

Quale Mediterraneo emerge dai vostri romanzi?
«Per me, il Mediterraneo non è un a priori ma i caratteri di questo continente liquido emergono dai miei personaggi, sebbene cerchi di non generalizzare e non offrire delle maschere. Certo, nei miei libri racconto molto delle mie esperienze e, quindi, si ritrova il Marocco ne Il gioco dell’oblio dedicato a mia madre e l’Egitto, letterario e culturale nella memoria di un marocchino che studiava lì all’Università in Comme un été qui ne reviendra pas. E ancora, in Lumière fuyante c’è il mondo e il fermento culturale dell’Egitto; ma non è mai programmatica, la mia scelta».

Quali sono gli ultimi lavori e i nuovi progetti?
«Tra gli ultimi lavori, vorrei citare Roses et cendre (“rose e cenere”) tradotto dall’arabo da Mohamed Hmoudane (per l’edizione Les Infréquentables) che è la corrispondenza con un grande scrittore marocchino scomparso, Mohamed Choukri, noto anche in Italia per il romanzo autobiografico Il pane nudo del 1973 e che è un fatto particolare, perché nel mondo arabo sono rari gli epistolari tra intellettuali. Il prossimo progetto sarà un saggio di critica letteraria sul romanzo arabo nell’ultimo secolo perché, appunto, il romanzo è il mezzo per esprime il sé, ed è la via per conoscere profondamente il mondo arabo».

 

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