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Mohamed Ben Dhia, la calligrafia con un tocco contemporaneo

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Amore e libero

«Amore e Libero, ћoub e ћour, in arabo si differenziano solo per un puntino, perché il gesto della scrittura è lo stesso. Per questo sono le “mie” parole prescelte da disegnare sulla tela».


Mohamed Ben Dhia (instagram.com/mohamedbendhia)

 

Mohamed Ben Dhia nel suo studio

La calligrafia è un’arte antica, comune a diverse civiltà, da quella in lettere latine, nello stile gotico, che ci riporta alla mente gli amanuensi e i codici miniati del Medioevo, i libri di preghiera, a quella cinese che inserisce anche disegni, così lontana dal nostro mondo, a quella araba, forse la più nota, ammantata di una sacralità, perché all’inizio era la sola arte di questa civiltà, utilizzata per diffondere la parola divina. Troppo spesso confinata nella decorazione, legata esclusivamente alla religione, recentemente sta ricevendo un’attenzione nuova, quel tocco contemporaneo e personalizzato del quale ci parla l’artista tunisino Mohamed Ben Dhia.
Nato a Tunisi, nel quartiere di Megrine, il 21 settembre 1974, città nella quale ha sempre vissuto, parla un francese elegante, senza accento locale e ci racconta che ha frequentato una scuola francese nel centro della città, dove ha passato nove anni formandosi. «Poi c’è stato lo choc del liceo tunisino. Non voglio parlare male della scuola del mio Paese ma, per me, ha rappresentato un periodo di disagio. Ho cercato di inserirmi ma amavo troppo la vita e il malessere era forte. Così, alla fine, ho lasciato la scuola e mi sono assunto la responsabilità di questa scelta. Per dedicarmi alla pittura».

È arrivata infatti la pittura, che è diventata il suo mestiere.
«In realtà, la pittura c’è sempre stata per me, fin da piccolo. Ho deciso di lasciare la scuola per restare vivo e, per fare questo, ho cominciato a dipingere, lavorando con piccoli incarichi per alcuni anni. Poi un gallerista ha visto e apprezzato i miei lavori e ho avuto il mio primo contratto con la galleria Alexandre Roubztoff a La Marsa, quartiere residenziale e internazionale nella banlieue nord di Tunisi. Direi che è stato il primo passo, per me enorme».

Com’è nata questa passione per la calligrafia?
«Come tutti gli adolescenti, scrivevo ma forse ero tra i pochi che non lo facevo per obbligo ma per una necessità, della quale non potevo fare a meno. Scrivere come attività intima è un’attività diffusa tra i giovani tunisini: non so se nella nuova generazione, ma conserva un’inclinazione che sulla sponda nord del Mediterraneo si è persa da tempo. Credo sia molto importante, perché con Internet e le tastiere ci stiamo disabituando sempre più alla scrittura a mano e perdendo, in generale, la manualità. In realtà io non conoscevo neppure la calligrafia, da ragazzo. Quando andavo a scuola, però, lungo il tragitto da Megrine al centro città con il treno urbano, vedevo i graffiti sui muri e quello è stato il mio primo approccio con l’arte visiva. Poi, a poco a poco, ho cominciato a scoprire le diverse forme artistiche. Il passaggio alla calligrafia è stato naturale perché lega la scrittura alla pittura e oggi, con l’avvento del digitale, è un’espressione più importante che mai».

Qual è il rischio di un’arte rivolta al passato, cristallizzata in certi stilemi?
«È la ragione per la quale la calligrafia araba non si è evoluta nel corso del tempo, non è riuscita a modernizzarsi, ad avere quel tocco di contemporaneità e di personalizzazione che la rende un’arte a tutti gli effetti, fruibile non solo dagli arabo-musulmani. All’inizio è stata l’unica forma di arte di questa civiltà, nata per celebrare e raccontare la parola di Dio: per questo ha assunto un’importanza centrale ma, al contempo, è stata costretta entro certi schemi e ha assunto un ruolo “di servizio” o puramente decorativo; a differenza di quanto accaduto in altre civiltà, per le quali la calligrafia era una delle arti, non necessariamente religiosa e quindi libera di sperimentare. L’arte persiana è riuscita a coniugare i due aspetti e ad essa mi sono ispirato».

In che modo?
«Attingendo alla ricchezza della sperimentazione per la scelta dei materiali, colori, soggetti e motivi figurativi, che naturalmente escludono la figura umana coerentemente con il diktat religioso senza però rinunciare alla varietà dei soggetti».

In Europa, la Persia è letta come un mondo favoloso e lontano, che appartiene già all’Oriente e non al Mediterraneo. Che tipo di influenza ha avuto la sua cultura su quella tunisina?
«Non diretta ma in modo mediato, certamente nelle fonti letterarie e nel bagaglio di miti e leggende e nell’arte per quanto riguarda soprattutto la ripartizione della tela, la tecnicalità dell’uso del colore, nonché a livello di arabèsques, motivi comuni. Personalmente sono sensibile a qualsiasi tipo di contaminazione e, in tal senso, Internet ha amplificato l’apertura e la possibilità di conoscenza e di contatto con quanto non è immediatamente disponibile. Ad esempio, in alcune miniature persiane si trova la raffigurazione di Mohammed (Maometto)».

Questa sua scelta non ha creato scandalo?
«Penso che l’arte, anche nei gesti di rottura, non debba provocare scandalo ma aprire una altra finestra, una nuova prospettiva».

Rispetto al mondo arabo-musulmano, che ruolo assume oggi la calligrafia?
«Si è costituito un nuovo movimento a metà tra la calligrafia e il graffitismo, che vede l’adesione di sempre più artisti: così, la calligrafia sta diventando anche una forma di street art, più popolare, rivolta ai giovani e ci sono artisti quotati e ricercati anche a livello internazionale. In generale, la calligrafia rende possibile a tutti l’avvicinarsi alla scrittura araba in termini immediati ed emozionale, al di là della conoscenza della lingua ma per fare questo deve andare incontro allo spettatore».

Che cosa racconta con le sue opere?
«Cerco di andare oltre quei limiti legati al contesto nel quale vive tradizionalmente la calligrafia, che non la valorizza. Io utilizzo le lettere e le parole arabe come un utensile, dando loro un gesto nuovo, una diversa allure e in generale una nuova vita. La ricerca è sia grafica sia concettuale: finisco per dissociare, disgregare le lettere e le parole e così cerco di portar fuori dall’ambito decorativo la calligrafia. Io disegno un testo o descrivo un’immagine proprio perché cerco di esplorare la fusione fra testo e immagine che la calligrafia presuppone, spesso però riducendosi ad un’imitazione abbellita nella forma del testo. Questo è artigianato artistico magari di alto livello ma non arte in senso proprio».

Come lavora? Ha uno schema predefinito?
«Cominciare è la cosa più dura. Non faccio mai dei bozzetti e non so dove sto andando. Inizio il viaggio e penso che l’opera sia il viaggio stesso, quindi ricomincio più volte e lavoro sul lavoro già svolto. Quello che conta è la composizione tra lettere e immagine, con una corrispondenza che è compenetrazione, e seguo quello che mi dà piacere».

Esiste un riferimento al testo religioso nei suoi lavori?
«Amo molto l’oro e il blu e quest’ultimo colore è ispirato al cosiddetto “Il Corano blu” di Kairouan, il più bel Corano che conosca. Si tratta di un Corano datato della fine del IX secolo o dell’inizio del X secolo, e deve il suo nome alla tintura indaco che ne fa una delle più belle opere del mondo musulmano. Quando cominciò la diffusione della Sacra Scrittura ogni regione cercò il proprio stile, colore, tecnica e così l’arte ha avuto uno sviluppo che poi a un certo punto si è bloccato. Per me il blu è anche il colore del Mediterraneo».

Che Mediterraneo racconta, con il suo lavoro?
«La mia arte è piena di Mediterraneo: il blu del cielo e del mare sono stati il mio orizzonte durante tutte le vacanze di bambino, che trascorrevo in una casa sulla spiaggia. Quello è il più bel ricordo della mia infanzia, e tutti i ricordi della mia infanzia sono, d’altra parte, legati a quella casa».

Della Tunisia cosa si rintraccia, nelle sue tele?
«È presente ma in un modo trasfigurato. Sono attento a non cadere nei cliché, dell’immagine turistica del mio paese. In una delle ultime opere che ho esposto, ad esempio, racconto la mia casa di vacanza a Sokrine, un villaggio costiero del Sahel a sud di Monastir, dove ci sono i colori di quel luogo e anche dei pezzetti di tessuto di un vestito di mia madre e di legno appartenuti alla casa, ma non rendo riconoscibile i luoghi in stile cartolina».

Ci sono lettere o parole che disegna con particolare passione?
«La parola ћoub, amore e ћour, libero che in arabo si distinguono solo per un puntino sotto la lettera b e anche se le lettere finali delle due parole sono distinte il gesto che le produce è praticamente lo stesso. Oltre tutto il loro significato è forte e intrecciato».

Ha mai pensato di lavorare con degli scrittori, data la natura della sua arte?
«Ho avuto qualche proposta negli ultimi anni ma, per il momento, ho rifiutato perché sarebbe necessario passare al digitale: un salto che non ho ancora fatto, non volendo affidare la digitalizzazione delle mie opere ad altri. Per un calligrafo è essenziale la manualità, il fatto di toccare la materia. Ed è per questo che mi sono avvicinato ora alla scultura, ora a certi mestieri artigianali come la falegnameria».

Ha nuovi progetti?
«Sì, sto preparando una mostra all’Istituto di Cultura Francese di Tunisi in collaborazione con la piattaforma Archivart, una galleria digitale alla quale parteciperanno diversi artisti; inoltre, ho in testa un progetto con grandi installazioni che, però, mi obbligheranno al passaggio digitale per cominciare il lavoro».

Che messaggio le piacerebbe rivolgere alle genti del Mediterraneo?
«Vorrei recuperare l’anima del vicinato, anche se i rapporti con i vicini non sono sempre idilliaci. Siamo stati per secoli in relazione, poi non so cosa sia accaduto. Oggi, il mondo è diviso tra umani e subumani, che perdono la loro identità in un’omologazione che distingue chi ha dei diritti e chi ha il diritto di vivere solo secondo il modello che altri impongono».

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