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Mediterraneo in 4 film

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notte documentarioROMA, 2 luglio, prima edizione della ‘Notte del documentario mediterraneo‘, dalle 20 fino all’una del mattino, sullo storico Barcone della Società Romana Nuoto 1889. Quattro documentari ambientati in altrettanti paesi mediterranei: Egitto, Bosnia, Spagna e Turchia. Promotori della serata l’associazione Babelmed, il Centre Mediterranéen de la Communication Audiovisuelle di Marsiglia, il Caffè dei giornalisti di Torino e la romana Assemblea dei cittadini del Mediterraneo.

La partecipazione è numerosa, tanto che per assistere alle proiezioni ci si deve stipare: tanti giovani, ma non solo. Il contesto è speciale: il barcone sul Tevere è nei pressi dell’Ara Pacis e la serata estiva si presenta ideale per un incontro all’ aperto.
Dopo una breve presentazione e un delizioso apericena, con lo sfondo dei primi tocchi rosati di un tramonto romano, ecco il primo documentario: “Bulaq” di Davide Morandini e Fabio Lucchini. Narra la storia di un quartiere popolare nel centro storico del Cairo, i cui abitanti lottano da una trentina d’anni contro il governo che vuole raderlo al suolo per costruire delle infrastrutture turistiche, offrendo, in alternativa, la sistemazione in grandi casermoni ai margini del deserto. Ma non è solo una preoccupazione logistica, o l’attaccamento pervicace all’ambiente in cui sono vissuti da generazioni. È una resistenza alla disgregazione sociale: se andiamo via di qui, come è successo a chi è stato brutalmente cacciato anche di notte dalle case, ci perdiamo… finché siamo qui, invece, ci aiutiamo a vivere, ci diamo conforto nelle avversità.

Segue “In utero Srebrenica” di Giuseppe Carreri, presente il regista: in piena notte, in una foresta, Munira scava a mani nude il terreno minato per ritrovare le ossa del figlio ucciso durante il genocidio di Srebrenica. Con lei, molte altri madri continuano ad attendere segni che confortino la memoria mai spenta per i loro cari mai più tornati e di cui non si ha più alcuna traccia: basterebbero poche ossa in cui riconoscere i tratti amati; la loro è una lotta silenziosa, costante, personale contro l’ingiustizia in Bosnia-Erzegovina, un paese che ancora oggi ha la ferita aperta di troppi morti e violenze pepetrate in nome della definizione etnica. Il documentario è in bianco e nero, denso di contenuti storici eppure poeticissimo perché va al di là di un contesto temporospaziale preciso per dare voce all’urlo di quel dolore silente di chi patisce e non trova ragione, perché ragione non c’è. La dedica è a chi resta, alle mamme, alle mogli, alle donne che, nonostante tutto, sono vive e devono andare avanti… E il documentarista, di appena 25 anni, esprime con forza che proporre questi lavori non vuol dire fare la foto di una situazione, ma dare una chiave di lettura e cercare di sollecitare in chi vede una reazione e un coinvolgimento utili a far sì che le mentalità si sveglino e le persone si sentano vicine.
La sala è commossa, seria. Molti apprezzano le abilità tecniche, molti si chiedono come ci sia sfuggita la percezione di quella efferata realtà posta a un paio d’ore di aereo da casa nostra.

E’ poi la volta di “A house for Bernarda Alba” di Lidia Peralta: otto donne gitane di El Vacie, una baraccopoli di Siviglia, sono diventate molto famose in Spagna dopo aver recitato in “La Casa di Bernarda Alba” di Federico García Lorca. Il dramma scritto nel 1936 prende così vita con risultati inimmaginabili: grande il successo a Siviglia e a seguire rappresentazioni nei migliori teatri anche a Madrid e Barcellona. Ma la storia vera ci introduce nel mondo gitano e nella grande dignità di queste otto donne che s’impegnano nel progetto a testa alta, riuscendo ad affrontare novità estreme per il loro tipo di vita: l’esperienza dell’aereo, del pubblico, degli autografi e delle famiglie lasciate incredibilmente alla cura degli uomini rimasti nel campo. C’è freschezza e saggezza nei loro sorrisi e nei loro occhi e una profonda consapevolezza delle priorità familiari. La loro vita non cambierà dopo questa fulgida esperienza ma il segno lasciato sarà forte in termini di autostima. Allo spettatore rimarrà quello che gli stereotipi si rompono, ma non solo con gli applausi: verrà ricordato al pubblico dell’ennesimo teatro in visibilio anche la difficoltà per il gruppo di attrici di entrare in un taxi o di essere accolto in un ristorante.

Infine “Mon vélo de rêve” di Serda Yalin, del 2009: solo 15 minuti ma tutti dedicati ad Abdullah che ha 11 anni e vive con i genitori e undici fratelli e sorelle ad Hasankeyf, una città storica molto turistica nell’Est della Turchia. Vorrebbe avere una bicicletta sua ma sa che i suoi non possono permettersela, anche per la malattia del papà che non può lavorare. Per averla decide allora di provare a comprarla da solo, ma deve guadagnare denaro e così decide di diventare guida turistica volontaria. Un ragazzino sveglio, ritratto sapientemente così com’è: pulito nei modi e nei sogni… Tifiamo tutti per lui… Ce la farà!

La notte è scesa su Roma. La cordialità di chi ci ha ospitato, la capacità degli organizzatori sul campo, la perizia e l’intuizione umana dei documentaristi, e soprattutto le storie proposte e il loro farsi condivise saranno il buon frutto della serata.

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