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Mario Scalesi, il poeta maudit fuoriclasse e dimenticato

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Alla letteratura spossata, opponiamo quella vivace

«(…) Alle letterature spossate, che ripetono il loro sempiterno tema dell’adulterio, noi opponiamo una letteratura vivace e feconda, ricca di argomenti inediti, ricca di siti nuovi, ricca di osservazioni intorno a parecchie varietà umane. E noi faremo giustizia della ciarlataneria e dei ciarlatani. Non basterà più, se si vuole descrivere l’Africa del Nord e la vita nordafricana, parlare di graziosi minareti, di città bianche, di arabi maestosamente drappeggiati, di piccole sgualdrine disilluse, di un elemento francese bizzarro e futile, di italiani mangiatori di maccheroni e giocatori di temperino, di ebrei che forano gli occhi dei loro neonati per farne in seguito dei musicisti di harem. (…) Che la terra di Cartagine, l’antica provincia romana, non sia affatto, all’ombra della bandiera francese, soltanto la terra dei morti».


Mario Scalesi – Chronique Littéraire, «La Tunisie Illustrée», 1^ febbraio 1920

Mario Scalesi (1982 – 1922)

Quello che si racconta di Mario Scalési è soprattutto il suo essere maledetto, la sua infermità. Io vorrei partire dalla sua ricchezza, dal meticciato tipicamente mediterraneo con uno sguardo che dal sud si orienta a nord e che, come svela in queste parole, vuole oltrepassare il gusto dell’esotico, del bozzetto, della maschera per un turismo accondiscendente e una curiosità di maniera. Il suo Mediterraneo è forse più dell’entroterra o almeno non fa necessariamente riferimento al mare che pure arriva anche nei vicoli della medina. In fondo la sua vita ci parla del crocevia che è questo bacino che come dice Salvatore Santuccio in Mediterraneo. Viaggi disegnati (tabedizioni, 2020) non si può neppure chiamare mare. 

Abbiamo raggiunto al telefono Salvatore Mugno, scrittore e saggista trapanese, che ha lavorato molto su questo poeta, in occasione della recente edizione aggiornata e ampliata, sue la curatela e la traduzione, di Le poesie di un Maledetto (Les poèmes d’un Maudit) di Scalési, per la casa editrice Transeuropa (Massa, 2020).

 

L’INTERVISTA

Dove si trova adesso?
«Sono a Bonagia, appena fuori Trapani, affacciato sul Mediterraneo, che vedo dal primo piano della mia casa; di fronte, sullo sfondo, anche la Tonnara di Bonagia».

Scalesi aveva in parte origini trapanesi e fu legato in vario modo alla terra siciliana. Una storia complessa che racconta anche il problema identitario di un mediterraneo, fin dal nome.
«Il suo nome era Mariano e il suo cognome Scalisi, che risente dell’origine trapanese paterna, ma essendo nato in Tunisia e di lingua francese, il tunisino Abderrazak Bannour ha cercato un compromesso nel conservare il nome italiano accanto al cognome per tutti diventato Scalesi, al quale si è aggiunto l’accento acuto sulla ‘e’, Scalési. Mario o Marius, anzi Mariùs è come più frequentemente è chiamato. In ogni caso, quest’ambiguità risente del meticciato mediterraneo, che è una delle vie per arrivare al cuore di questo fine poeta. Nel 1918, sulla rivista Soleil sulla quale pubblica articoli e poesie, usa lo pseudonimo Rocca Staiti che rievoca cognomi siciliani trapanesi e Claude Chardon, come a ribadire la sua francofonia. Tra l’altro è proprio a partire da questa rivista e dal biennio 1918-1919 che Scalési esporrà la propria poetica, la visione e il ruolo della letteratura con una critica feroce ai cosiddetti ‘scrittori esotici’».

Facciamo un passo indietro per raccontarne brevemente la storia.
«Scalesi nasce a Tunisi nel 1892 da un immigrato trapanese, arrivato dieci-quindici anni prima in Tunisia, e da Concetta Rombi, di origini genovesi e maltesi. La famiglia è di modeste condizioni ma decorosa e la sua lingua materna sarà il maltese. La mamma, con la quale trascorre molto tempo – primo di sei figli, una sorellina muore molto piccola – conosce e parla il francese ma non “frequenta” volentieri. Con il padre parla il siciliano, e si capisce che conosce poco l’italiano. I suoi studi sono francofoni, sia dal punto di vista linguistico sia di formazione culturale. La sua cultura sarà frutto soprattutto di un lavoro da autodidatta alla Biblioteca del souq al-Attarine nella medina di Tunisi. Purtroppo, interrompe giovane la propria formazione perché inizia a lavorare come contabile, prima in una carrozzeria e poi in una tipografia. Sarà quest’ultimo impiego la sua vera scuola, dove impara i segreti del mestiere e frequenta l’ambiente letterario, che si indovina dalla sua meticolosità nella scrittura. A cinque anni, cade sulle scale di casa e si frattura la colonna vertebrale: un incidente che lo segnerà profondamente nel corpo e nell’anima, con una serie di patologie annesse e connesse, come la depressione. Nella poesia Sonetto riflesso parla di meningite ma non ho trovato un riscontro clinico, in tal senso. Senza dubbio ha avuto la tubercolosi extrapolmonare, come si evince dal quadro clinico del Manicomio di Palermo».

Salvatore Mugno

La reclusione nel manicomio è un capitolo doloroso e controverso della vita di Scalesi.
«Il problema è che Scalési è un oriundo italiano, e i francesi non vogliono tenerlo nell’ospedale italiano a Tunisi, Garibaldi (che, dopo la seconda Guerra Mondiale, ha cambiato nome) e dov’era stato ricoverato alcuni giorni e lo spediscono a La Vinnicella, la piccola vigna. Non è vero che la famiglia se ne disinteressò: solo che, modesta per quanto decorosa, non aveva gli strumenti per capire questo ragazzo “strano”, solitario con non pochi disturbi. Per anni ha vissuto con una mancanza di sonno per poter lavorare e studiare insieme, che parla di donne delle quali si invaghisce e con le quali, forse, ha dei contatti ma che indubbiamente portano sofferenze. Viene preso in giro, è molto solo e solo si sente anche all’interno della sua casa, dove non è compreso né apprezzato per la cultura».

Chi è lo scrittore, per Scalési?
«Per lui è colui che rivela agli uomini quello che sono, ma che non sanno di essere o non sono in grado di comunicare. O, ancora, non vogliono dire; ne è la coscienza scomoda, una sorta di autocoscienza collettiva. La missione degli scrittori del Nord Africa si arricchisce, poi, di una lotta all’esotismo locale promosso da scrittori europei anche di valore che, però, leggono la realtà tunisina superficialmente, come lo stesso Pierre Loti».

E allora qual è la mediterraneità autentica, a livello letterario?
«La teoria della sua poetica è raccontata nella rivista Soleil,dove ipotizza una letteratura Nord africana per la quale la lingua francese è un’opportunità, perché raffinata, colta, universale, soprattutto in quel momento. E d’altronde sarà questa la scelta e, per certi aspetti, lo è ancor oggi per la maggior parte degli scrittori maghrebini, da Albert Memmi a Kateb Yacine, per citare solo due nomi. Il suo intento è depurare dal folclore lo sguardo sul Nord Africa, senza asservimento al francese, evitando però di chiudersi in un orizzonte “arabo”».

Qual è il Mediterraneo che emerge dalle pagine di Scalési?
«Essendo un poeta anti-retorico, non c’è nessuna forma di esaltazione, di campanilismo, quindi non ci sono dichiarazioni di mediterraneità, per così dire, ma questa dimensione affiora, perché è connaturata al suo sentire. Parla di se stesso come africano più che mediterraneo e, talora, dice che si vergogna di questa dimensione, perché il mondo nel quale vive è troppo utilitarista e poco attento alla dimensione culturale e spirituale; in alcuni passaggi, però, stempera questo giudizio, e lotta in prima persona per liberare i popoli di questo angolo di mondo e aprirli a un orizzonte più ampio».

In termini stilistici, di uso della lingua, come si colora il suo Mediterraneo?
«La sua lingua è il francese e un francese colto, anche se la conoscenza del maltese e del siciliano – ma anche in parte del dialetto tunisino – penetrano nelle sue pagine in un singolare pastiche linguistico molto sfumato. Si indovina che conosce poco l’italiano, che appare in alcuni versi di una composizione dove si nota una conoscenza colta ma inattuale, priva di freschezza, propria di chi non maneggia con agio la lingua. Forse è proprio nel mélange linguistico la cifra del suo essere mediterraneo più autentica, e il tunisino Hatem Bourial ha sottolineato come Scalési sia la figura mediterranea della letteratura tunisina, mentre Qasim al-Chabbi il poeta nazionale, arabofono. Il suo è, in fondo, un Mediterraneo europeo, che qualche critico ha definito orientale per l’aspetto narrativo, perché nel mondo orientale la poesia è un’espressione centrale del racconto. Nell’insieme, è un intellettuale che difficilmente si può inserire in una corrente».

Il riconoscimento di Maudit è quello più evidente che, forse, lo ha ridotto però a un simbolo, non permettendo una restituzione ampia del personaggio.
«In realtà, lui stesso si è definito così, rifacendosi al Simbolismo francese al quale ha attinto, in particolare, con Charles Baudelaire, Paul Verlaine e Arthur Rimbaud, lontano dagli autori del Parnaso come del Romanticismo. A mio parere ha una vena espressionista intimistica ma anche una forte connotazione sociale, come ne L’épopée d’un pauvre che racconta una condizione universale di miseria».

Qual è la Tunisia che emerge dai suoi versi?
«Molto varia. Da una terra dal sapore orientale, a quella dei mendicanti e della povera gente che ha conosciuto per estrazione sociale, a quella dei monumenti, a quella legata all’Islam, per il quale ha dichiarato simpatia anche se era cristiano, credente critico. A un certo punto, dichiara che se l’umanità ha creduto è arrivato il momento in cui vuole sapere: eppure, la divinità è molto presente nelle sue pagine».

Un poeta sostanzialmente dimenticato, sia sul versante tunisino sia su quello italiano. Perché?
«Perché appartiene a tutti e a nessuno e ha scontato il suo essere culturalmente meticcio. In Italia non è mai stato e non maitrisé la lingua, mentre i tunisini se ne sono vergognati perché il loro poeta di espressione francese probabilmente più importante del Novecento era un immigrato italiano con problemi mentali. Un personaggio non facile da avvicinare e da comunicare».

Per concludere, com’è nata in te la passione per questo autore?
«Perché appartiene a tutti e a nessuno e ha scontato il suo essere culturalmente meticcio. In Italia non è mai stato e non maitrisé la lingua, mentre i tunisini se ne sono vergognati perché il loro poeta di espressione francese probabilmente più importante del Novecento era un immigrato italiano con problemi mentali. Un personaggio non facile da avvicinare e da comunicare».

 

Salvatore Mugno (Trapani,1962), saggista e narratore, ha pubblicato diversi romanzi, nonché studi su Mauro Rostagno, Giuseppe Marco Calvino, Mameli Barbara, Tito Marrone, Matteo Messina Denaro, Giangiacomo Ciaccio Montalto, Giovanni Falcone, Giuseppe Lo Presti, la maschera di Peppe Nappa.

Si è occupato di importanti scrittori tunisini, curandone e traducendone delle opere, da Mario Scalesi a Moncef Ghachem e Abū’l Qāsim ash-Shābbi. Tra i suoi lavori più recenti: Decollati. Storie di ghigliottinati in Sicilia.

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