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Marinette Pendola: lungo i sentieri dello sradicamento

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Marinette Pendola (Tunisi, 1948)

Marinette Pendola è italiana di Tunisi, anzi, siciliana di Tunisi, ormai adottata dalla città di Bologna, insegnante di francese per una vita, scrittrice, esploratrice di sentieri poco battuti, per scoprire o riscoprire nomi sconosciuti, piccole storie dimenticate o ignorate del tutto. La lingua, anzi, le lingue sono il suo strumento e l’empatia per coloro che sono stati sradicati e nei quali si riflette, per la ferita certamente, quant’anche per l’opportunità di un’appartenenza plurale.

Scrivi storie, raccontando di vite in viaggio. Vuoi cominciare dalla tua?
«Sono nata in Tunisia, da genitori italiani e da nonni siciliani trasferitisi sulla sponda sud del Mediterraneo da bambini. Ho vissuto fino all’età di tredici anni in campagna, nella zona di Zaghouan – dove ci sono le vestigia di un grande acquedotto romano in parte distrutto dai Romani per assetare Cartagine – situata a circa 60 chilometri a sud di Tunisi, e sono tornata in Italia con la mia famiglia poco prima che il nuovo Stato tunisino, divenuto indipendente, espropriasse le nostre terre. Così ho conosciuto l’esperienza del campo profughi vicino a Frosinone e, poi, siamo arrivati a Bologna, città nella quale vivo tuttora».

Quali sono le tue lingue che raccontano molto del Mediterraneo?
«Capisco il dialetto bolognese per aver insegnato alle cosiddette 150 ore, un corso di formazione per lavoratori dove molti erano operai e, almeno tra di loro, parlavano in dialetto, esperienza per me molto formativa. Con il siciliano me la cavo meglio perché mia mamma, unica tra le altre madri italiane, per scelta non parlava con me in francese ma nella lingua dei nonni, proprio perché voleva che fossi in grado di parlare con loro e capirli. A dire il vero, parlava una variante di siciliano: se lo scheletro della lingua era siciliano, gli innesti erano francesi e tunisini».

È stato un modo per radicarti nella tua provenienza ma con un’apertura alla nuova terra?
«Certamente: questa “lingua” materna mi ha ancorata alla sicilianità, che poi ho relegato in un angolo perché in Tunisia ho comunque frequentato scuole francesi e poi ho frequentato il Liceo linguistico a Bologna, quindi mi sono laureata in Lingue e letteratura straniera, specializzandomi in francese e conseguendo un dottorato a Nanterre. Così la mia identità francese ha preso il sopravvento su quella italo-tunisina».

Concordi quindi nel dire che la lingua ti dà l’identità più importante?
«La lingua mi ha plasmata, mi ha resa altro ma, da una ventina d’anni, il mio lavoro è stato diventare italiana».

Perché quest’esigenza?
«È accaduto un po’ per caso o, forse, inconsciamente ho cercato una nuova strada. Stavo scrivendo il mio primo romanzo, La riva lontana – pubblicato nel 2000 da Sellerio – e lavoravo su una francese del Settecento, nota come Mademoiselle Aïssé, una schiava affrancata, tratta da una storia vera che mi aveva affascinata. La mia tesi era che l’epistolario conosciuto come il suo non fosse autentico; troppo colto, rispetto a quel biglietto scritto di sua mano, ritrovato e alquanto sgrammaticato. Il lavoro era estenuante e quando arrivavo a sera stanca, stanca del francese, le parole erano sempre in italiano e ho cominciato a scrivere in questa lingua».

La storia di questa donna ha rappresentato una svolta non solo in termini linguistici, ma anche per la tua attività di scrittura. Cosa ti ha conquistata?
«Non credo molto nelle mie possibilità, ma mia figlia mi ha spinto a scrivere e a continuare e questo libro è stato il pungolo giusto. Di Aïssé mi ha affascinata il dolore dello sradicamento, che è quello che ho vissuto in prima persona, come ferita e anche come opportunità, naturalmente, di un’apertura che, a cominciare dalla pluralità linguistica, mi è stata regalata».

Marinette Pendola da bambina, in Tunisia

E il Mediterraneo, separando le terre a una o due notti di navigazione soltanto, come tu racconti bene nei tuoi libri, fa dialogare le nostre dimensioni tra di loro, in una vicinanza che è comunanza.
«Amo in generale le storie “minori”, le mete fuori percorso, in scia con la storiografia degli Annales, e il tema della schiavitù e dell’emigrazione in questo senso è emblematico perché va in cerca di vite nomadi, spesso perdute, senza nomi. Ho scoperto, ad esempio, che la schiavitù non è stata unilaterale sulle sponde del Mediterraneo, come per questa bambina che a quattro anni viene comprata dall’Ambasciatore francese a Istanbul e portata a Parigi, dove viene lasciata alla cognata non potendosene lui occupare, essendo sempre in viaggio. Ma con un progetto non privo di ambiguità per il suo ritorno in Francia. La ragazza cresce come una figlia di buona famiglia e, per fortuna, viene tenuta lontano dal suo acquirente. Purtroppo era in uso, nel Settecento, portare dal Medioriente in dono agli amici tappeti e, a quelli più intimi, donne. Le presunte lettere di questa donna morta giovane per tisi, successive alla Rivoluzione francese, evidenziano come la scrittura degli aristocratici fosse tornata di moda».

Torniamo al tema dell’emigrazione: quanto c’è di tuo in quello che scrivi e perché hai scelto di raccontarlo con la narrazione di finzione?
«In realtà mi interessa soprattutto lo sradicamento e, forse, riscriverei oggi alcuni libri con quest’ottica: lo strappo che ho vissuto e che mi ha lasciato una nostalgia fortissima della Tunisia. La scelta letteraria è legata innanzitutto al fatto che io ho una formazione letteraria e non storica, ma anche alla convinzione che il romanzo consenta un passaggio emozionale più forte e, per me, racconti di più e colga quel dolore, quella lacerazione che è al centro del mio interesse».

Quali sono le lingue dei tuoi libri?
«Ormai l’italiano, una conquista che rinnovo ogni momento, perché il lavoro di rilettura e spesso di riscrittura per me è complesso. Ritengo che la qualità della lingua sia fondamentale anche se scrivo con uno stile semplice, perché penso sempre a chi sto parlando e quello di cui parlo, nelle mie intenzioni, è rivolto soprattutto a persone semplici, che magari hanno vissuto storie simili. L’obiettivo è la semplicità, cercando di tenermi ben lontana dalla sciatteria, anche se connoto i personaggi con la lingua, oltre che con i gesti, ed è questo lo sforzo maggiore. Il francese c’è nella struttura del romanzo, anche se forse la critica italiana non se ne accorge: sono stata formata fin da piccola a una scrittura cartesiana e, oggi, ho bisogno di questo schema come quello che ero obbligata a consegnare con il tema in classe, e ad avere dei binari lungo i quali muovermi. Il tunisino e il siciliano nelle loro varianti, nei punti di tangenza sono sottintesi anche perché altrimenti i lettori italiani non capirebbero i libri ma queste lingue, questi dialetti trovano posto nei sensi, nello sguardo, nei sapori e negli odori che raccontano il Mediterraneo».

Come hai fatto a portare a galla il timbro di questi linguaggi?
«Con il sonoro: è il ritmo, non tanto le parole e le espressioni, che sono tunisine e siciliane. Ad esempio Angela, protagonista di L’erba di vento, parla seguendo il ritmo del siciliano. Quando scrivevo lo facevo in italiano e rileggendo il testo a voce alta, traducendolo in siciliano per vedere se era sostenibile. Diversamente, l’ultimo romanzo – uscito a giugno scorso per Arkadia – Lunga è la notte, ha come protagonista Mimmo, che ha rimosso l’esperienza della giovinezza in Tunisia e si è mimetizzato con la realtà bolognese. Tanto che, quando si smarrisce e allenta il contatto con la realtà, non parla neppure in italiano, ma solo in dialetto bolognese. E forse si perde anche perché resta senza radici».

Su cosa stai lavorando adesso?
«Ho scritto due capitoli di un progetto in embrione, del quale non conosco ancora la forma. L’idea è una storia familiare legata a un mio zio che durante la seconda guerra era in Italia, a Firenze, e per due anni e mezzo in Tunisia non se n’è saputo nulla. Quando è tornato, non ha fatto parola di quello che era accaduto nel tempo trascorso lontano da casa; finché, due anni fa, qui a Granarolo (a due passi da Bologna, ndr) ho partecipato a una serata dell’ANPI, organizzata da un caro amico, nella quale si leggevano le lettere dei condannati a morte della Resistenza. In quell’occasione, tra le immagini che scorrevano sullo schermo della Brigata Garibaldi, ho riconosciuto mio zio e mi è sembrato un punto di vista narrativo interessante. Ora sto lavorando sul vuoto. Un vuoto di silenzio e anche di mancanza di conoscenza, di un ponte tra le due sponde durante gli anni del Fascismo e della Seconda Guerra Mondiale che, per lo più, è ignorato o conosciuto solo per gli aspetti coloniali».

Come leggi oggi il Mediterraneo più prossimo a noi?
«Purtroppo lo vedo poco prossimo: basti pensare che, malgrado la continuità territoriale tra l’Italia e la Tunisia, occorre sempre un passaporto, un paradosso per il Belpaese che è una penisola nutrita di mediterraneità, una matrice comune forte della quale manca l’orgoglio dell’appartenenza. E forse anche la conoscenza degli aspetti comuni, ben oltre quelli più folcloristici come la cucina, e proprio dalla lingua e dall’intreccio tra le sue lingue classiche si potrebbe ripartire».

 

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