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Maria Camilla Brunetti e la sfida di Reportage

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brunettieditedMaria Camilla Brunetti è caporedattore di Il Reportage, coraggiosa iniziativa editoriale che da cinque anni crea un trimestrale votato a un esercizio cui il giornalismo sembra voler sempre più rinunciare.

Come nasce il tuo mestiere di giornalista?
«Mi sono laureata in Lettere Moderne nel 2006 all’Università di Bologna e poi mi sono specializzata in Editoria, settore nel quale ho lavorato a tempo pieno fino alla fine 2009. La mia formazione è quindi in primo luogo letteraria e editoriale. A inizio 2010 mi sono trasferita a Vienna per seguire un Master in Globalgeschiche (geo-politica e storia internazionale) e a Vienna ho vissuto fino alla fine del 2011. Il primo numero di Reportage, fondato da Riccardo De Gennaro e Mauro Guglielminotti, è uscito nel gennaio del 2010 e ho iniziato a collaborare alla rivista fin dai primi numeri. Da tre anni sono caporedattrice. A questo lavoro primario ho sempre affiancato ricerche e progetti più personali e collaborazioni con piattaforme culturali e editoriali. Durante il mio periodo di studi a Vienna ho avuto modo di approfondire ulteriormente la storia e la politica mediorientale, e da circa due anni vivo in Libano più o meno stabilmente».

Cosa ti ha convinto ad accettare la sfida di un trimestrale cartaceo dedicato al giornalismo fatto sul campo e studiato nei contenuti?
«Fin dall’inizio ho trovato che un progetto come quello di Reportage potesse unire i due aspetti che più trovavo affini alla mia formazione e al percorso professionale che desideravo realizzare; ossia un “luogo editoriale” con una forte vocazione letteraria, una grande attenzione all’approfondimento culturale, giornalistico e storico/politico, e un approccio editoriale che privilegiava la narrazione, intesa sia in accezione testuale che visiva. Aspetti che sono stati punti cardine del progetto di Reportage fin dal primo numero e che continuano a caratterizzarne appieno lo stile e la visione. I margini di miglioramento sono sempre stati, e continuano a essere, la spinta per cercare di fare il lavoro che siamo chiamati a fare al meglio. Raccontare storie che possano essere chiavi di lettura e di indagine, affinché i nostri lettori possano conoscere e comprendere anche gli aspetti meno raccontati del nostro contemporaneo».

repoPurtroppo la crisi sembra aver ridotto a oasi gli spazi per il giornalismo di qualità, in ragione di costi e di scelte editoriali prettamente commerciali. Si riesce comunque a sopravvivere?
«Indubbiamente la congiuntura economica nella quale viviamo non sembra favorevole a progetti editoriali che puntino sulla “lunga durata”, sull’approfondimento; progetti che affrontino, come ha sempre fatto e continua a fare Reportage, anche temi molto complessi, lontani da un tipo di informazione commerciale e di rapido consumo. Ma noi continuiamo a credere in questa sfida e continuiamo a pensare che ci siano lettori in Italia, che credono, cercano e sono interessati a un certo tipo di ricerca e di visione. Reportage è un progetto indipendente al 100%. Non riceve nessun tipo di finanziamento pubblico, politico o privato. Così come non si avvale di alcun tipo di pubblicità. Questo perché, per ciò in cui crediamo, l’indipendenza delle scelte e delle linee editoriali e l’assoluta libertà di lavoro dei nostri collaboratori rimangono fattori imprescindibili. Quindi la rivista si sostiene grazie agli abbonamenti in primo luogo e alle vendite dirette e in libreria. Cercare di fidelizzare i nostri lettori è fondamentale per la sopravvivenza di un progetto indipendente come il nostro e per questo invitiamo sempre chi ci segue ad abbonarsi alla rivista. È il modo più semplice, e soprattutto più conveniente, per seguirci e per sostenere il magazine».

Opinione comune è che la Rete abbia contribuito sostanzialmente a ferire a morte molte testate e a prosciugare alla fonte le risorse per fare giornalismo di approfondimento e di prima mano. Questione tuttora aperta è come rendere Internet amica e non avversaria di giornali e riviste.
«Personalmente credo che il web abbia aperto nuovi approcci al linguaggio reportagistico – sia testuale, che visivo – e credo si debba cercare di attuare il lavoro sfruttando e avvalendosi dei benefici che i nuovi media hanno messo a disposizione degli addetti ai lavori. Insomma, non credo che l’implementazione di linguaggi narrativi digitali sia un limite o un deterrente a certe forme di approfondimento, credo al contrario che possa essere una sfida importante e avvincente da vivere. Questo non toglie che personalmente continui ad amare, prima e sopra di tutto, le riviste e i prodotti editoriali cartacei e credo che la vita dell’editoria cartacea sia ancora lunga. Così come credo fortemente all’insegnamento e al modello degli autori che hanno fatto grande la tradizione del reportage. Penso a Ettore Mo, Ryszard Kapuściński, Rodolfo Walsh, Anna Politkovskaja…»

Però non solo il mezzo e le abitudini sono cambiate, sono mutati anche i lettori.
«Sicuramente, e questo è un aspetto importante, la capacità di attenzione e di concentrazione nel lungo periodo del lettore, soprattutto di quello più giovane, si è terribilmente indebolita. E questo è, a mio avviso, un dato di fatto del quale in qualche modo si deve tenere conto».

Un altro risvolto drammatico della crisi è l’abitudine – ormai invalsa – di sottopagare il lavoro giornalistico, di sostituire il lavoro di qualità con la quantità indiscriminata, di cronicizzare il precariato.
«Sì, in Italia esiste una “mala pratica” di sottoretribuzione o nei casi peggiori di non retribuzione dei prodotti editoriali per il web e non solo (testi, immagini o video che siano) che sfortunatamente si sta consolidando verso una gravissima normalizzazione. Personalmente la trovo una pratica, ovviamente, deprecabile; insomma il lavoro è lavoro e deve sempre essere retribuito. Il tema è molto delicato e la sottoretribuzione del lavoro intellettuale è, purtroppo, solo la punta dell’iceberg di molte altre gravi lacune nostrane. Tornando al caso specifico di Reportage, tutti i nostri collaboratori, sia che contribuiscano al numero cartaceo sia che scrivano per l’online, vengono regolarmente retribuiti anche se, per ovvi motivi, non possiamo permetterci le stesse “tariffe” dei grandi media internazionali o dei media mainstream.
Abbiamo costruito negli anni una solida rete di colleghi con i quali stiamo cercando di costruire e rafforzare, numero dopo numero, quello che riteniamo sia ancora un modo necessario e importante per raccontare il mondo. La fiducia dei nostri lettori, la fiducia dei tantissimi collaboratori e addetti ai lavori che apprezzano e sostengono il progetto ci dà la motivazione e la forza per continuare in ciò che stiamo facendo».

cover 22 reportage

La copertina del numero 22 di Reportage

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