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L’oro della Turchia: come Erdogan ha usato l’architettura per “edificare” se stesso

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Giornalista freelance, collaboratrice di repubblica.it, Linkiesta e Huffington Post, Giovanna Loccatelli ha lavorato con le agenzie Ansa e Reuters a Londra, fa base al Cairo e ha scritto, nel 2011, Twitter e le rivoluzioni per Editori Riuniti. Quest’anno, per Rosernberg&Sellier, ha pubblicato L’oro della Turchia, un saggio incentrato su un aspetto poco considerato ma molto importante nella strategia comunicativa (e non solo) del premier turco Erdogan. Il presidente è l’architetto della cosiddetta yeni Türkiye, la “nuova Turchia”. Dal suo insediamento, Istanbul ha visto crescere palazzi, grattacieli, centri commerciali sfavillanti. Ma anche segregazione di comunità chiuse, separazione sociale tra ricchi e poveri. Questo “oro della Turchia”, con la crisi economica, rischia peraltro di appannarsi e di rivelare ciò che c’è dietro l’apparenza.

Ne abbiamo parlato con l’autrice.

Partiamo dall’architettura pubblica: Erdogan l’ha pensata, e lo racconti nel tuo libro, come mezzo ideologico che fonde nazionalismo e Islam per consolidare il potere. Il nuovo volto di Istanbul risponde a un preciso disegno politico?
«Certo, rappresenta una strategia politica ben chiara. Che è tesa a sradicare l’identità originaria del luogo, a controllare gli spazi di aggregazione urbana e a rendere il più possibile Istanbul appetibile agli occhi degli investitori. L’Islam, attraverso determinati progetti architettonici, ritorna simbolicamente al centro del dibattito politico e si ritaglia uno spazio all’interno della nazione. Attraverso l’architettura, Erdogan vuole mandare un chiaro messaggio su quale storia si debba rievocare e quale dimenticare».

Un esempio?
«La riconversione a moschea di Santa Sofia è solo l’ultimo dei casi. Una visione politica con due componenti principali: una basata sulle politiche neoliberiste e di trasformazione della città, l’altra che riguarda le inclinazioni ideologiche islamiste del governo. Il tutto è condito da una forte propaganda nazionalista, che esalta Erdogan come difensore della patria dai nemici esterni; come grande condottiero, fautore di un ordine politico e morale nuovo; e come creatore di una nuova modernità».

La “rivoluzione” di Erdogan assume i tratti dello sradicamento dell’identità cittadina e del controllo dello spazio. Soprattutto dei luoghi di aggregazione.
«Sì, e piazza Taksim è un perfetto esempio del controllo dello spazio da parte del governo targato Akp. Qui, tra le altre cose, è stato realizzato il progetto di pedonalizzazione della piazza: una vasta superficie di cemento, un modo per controllare più facilmente questo luogo simbolo della metropoli. L’architettura – come dimostrano la demolizione dell’Atatürk Cultural Center e la costruzione di una moschea a piazza Taksim – diventa un marchio che serve a pubblicizzare lo spazio pubblico. Lo scopo rimane quello di “vendere” una metropoli e, al tempo stesso, controllarla il più possibile».

Nel libro si parla anche del fiorire di shopping mall come “roccaforti del benessere”: un tentativo di intervenire negli stili di consumo dei cittadini?
«In Turchia i centri commerciali si sono inseriti alla perfezione nel processo di modernizzazione del Paese, per soddisfare le esigenze di tutti i segmenti della società. Sono diventati lo spazio pubblico che rimodella la vita dei cittadini turchi: abitudini, orari, gusti. Sono un esempio lampante dei muri sociali eretti negli ultimi vent’anni».

Gated communities, ghetto curdo, trasformazioni di quartieri popolari in isolati di pregio: nel paesaggio urbano e nella segregazione degli spazi di Istanbul sembra anche volersi esaltare, e non nascondere il divario tra ricchi e poveri.
«Esattamente: la gentrificazione e la divisione sociale sono state alimentate nel nome dell’innovazione e dello sviluppo urbano».

Sembra fare il verso a una celebre serie tv, ma cosa significa che “I vecchi neri turchi sono i nuovi turchi bianchi”?
«Significa che le due categorie considerate monolitiche – turchi bianchi e turchi neri, spesso contrapposti strumentalmente da Erdogan – in realtà hanno confini molto labili. La borghesia conservatrice che ha scalato il potere può, di fatto, rientrare nel gruppo dei turchi bianchi. Ci sono molti anatolici che parlano perfettamente le lingue straniere, sono intellettuali sicuri di sé. E si sono presi, col tempo, lo spazio che prima era occupato dalle classi più privilegiate. Questo ha scatenato il panico all’interno della minoranza cosiddetta bianca».

Cosa sono oggi, per Istanbul, due luoghi come Piazza Taksim e Gezi Park?
«Restano fondamentali all’interno del tessuto urbano di Istanbul. Così come Atatürk, anche Recep Tayyip Erdogan ha capito, fin da subito, che il suo potere e l’eredità del suo impero passavano innanzitutto attraverso trasformazioni fisiche, concentrate nella capitale economica del Paese. In tal senso, il governo Akp ha avanzato, dagli inizi degli anni Duemila, nuove proposte di rigenerazione urbana, concentrate proprio a piazza Taksim. Con l’intento di dare un nuovo significato e attribuire nuovi valori allo spazio pubblico più importante e sentito della città».

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