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Live Magazine, cioè il giornalismo a teatro: il nuovo trend contro la crisi

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Riviste in ibernazione, fatturati ai minimi storici, licenziamenti nelle redazioni, concorrenza spietata dell’informazione web e disamore del pubblico per le edicole. Ci sarebbe di che piangere. Da diversi anni a questa parte, la stampa francese – come quella italiana, e non solo – assiste a una lenta emorragia di impieghi fissi, a una riduzione costante di effettivi e ai diktat economici da parte dei grandi gruppi che, mossi dagli imperativi del profitto, a volte preferiscono limitare l’ascensore delle ambizioni e scendere ai piani bassi dello scoop a buon mercato e del sensazionalismo, piuttosto che salire verso la qualità e la proposta di un giornalismo d’inchiesta più approfondito.

Da troppo tempo, ormai, viene asserito che il giornalismo si deve reinventare, deve trovare nuove chiavi di lettura, deve formulare nuove proposte per attirare il pubblico di lettori e soprattutto, deve «adeguarsi ai tempi». Il che si traduce poi, nei fatti, con una massiccia influenza delle nuove tecnologie, con articoli stretti nelle gabbie delle tecniche SEO, coi contenuti “attiraclic” e con pezzi brevi, pensati apposta per imbeccare una clientela che, secondo i sondaggi di mercato, ha perso concentrazione e pazienza e vuole informazioni brevi e facili, pronte al consumo.

Ma se non fosse solo così? Se il pubblico non fosse solo rappresentato da inconsapevoli direttori d’orchestra di algoritmi pronti a guidarci verso i contenuti che interessano la nostra natura di meri consumatori? E se venisse fuori che i lettori hanno voglia di altro? Provano nostalgia di qualcosa che viene rarefatto non per loro volontà? Se, invece di correre come forsennati verso l’avanti, qualcuno decidesse finalmente di volgere lo sguardo alle spalle, per vedere se si è perso qualcosa per strada?

È quello che in Francia ha fatto l’ex documentarista Florence Martin-Kessler, all’origine del Live Magazine, da poco esportato anche in Italia. Florence è un caleidoscopio di idee, tessute in una trama di grande professionalità e determinazione. Di fronte alla crisi dell’editoria e alla sfiducia degli spettatori verso i media mainstream, ha deciso che fosse tempo di inventare un concetto nuovo, che permettesse, con un mezzo inedito, di ritrovare il senso del mestiere di giornalista: raccontare storie, informare, emozionare, portare il mondo a casa del pubblico.

Il Live Magazine porta il pubblico di lettori di quotidiani e riviste a teatro. Proprio così. Florence vuole i lettori lontani dai computer, dalla compulsività del clic e dalla solitudine della lettura sul web. I lettori si riuniscono in sale ottocentesche, su poltrone di velluto scarlatto, si accomodano e attendono che lo spettacolo abbia inizio. Solo che lo show non è quello a cui si è abituati a teatro, non ci sono attori, né scenografie particolari, né effetti speciali. Sul palco salgono via via dei giornalisti, dei reporter, degli editorialisti, degli scrittori, dei vignettisti. Nasce così un vero e proprio magazine effimero, dove i diversi atti corrispondono alle diverse rubriche di un giornale.

Il cronista di cronaca nera racconta i crimini più efferati su cui ha scritto, tenendo lo spettatore sul filo della suspense. Il reporter giramondo mostra le immagini del suo ultimo reportage in Africa, commentando gli incontri eccezionali, le emozioni vissute, gli imprevisti e i successi.

L’editorialista parla di politica, intrattiene il pubblico con arguzia, stilando battute velenose sulla classe dirigente e rivelando aneddoti inediti sulle interviste realizzate. Ognuno racconta una storia in cui si è imbattuto che l’ha particolarmente colpito, ogni giornalista permette al pubblico di entrare a far parte del suo mondo, di impossessarsi del suo bagaglio di esperienza, di dividere con lui la commozione di un momento. Perché quel delitto ha sconvolto l’esistenza di quel cronista di nera? Perché quel fotografo è partito così lontano per raccontare quella vicenda, per assistere a quell’evento? Cosa l’ha motivato, quale ricordo, quale urgenza?

Dei Live Magazine non esistono repliche: ogni volta è unica, irripetibile, è vietato filmare e diffondere le esibizioni in qualsivoglia maniera.

In questo giornale «vivente», Florence è il direttore editoriale e il regista. A mano a mano, proprio come nelle riviste vendute in edicola, sfilano gli articoli, non scritti ma raccontati. Si passa -mai indenni – attraverso le storie vere e poetiche nate tra le macerie di una guerra, da qualche parte su questo pianeta travagliato. Si ascoltano fotografi che raccontano il perché di un’immagine e cosa questa nasconde, si lascia che scrittori di talento rivelino qualche frammento della propria anima, e che i disegnatori ci portino per mano nel tenero universo delle loro caricature. Anziché girare le pagine di un giornale, si assiste a un cambio di luci e di scena.

L’idea ha già federato i nomi più importanti del giornalismo d’oltralpe ed è nato persino un festival estivo, il Festival de Journalisme Vivant, a Couthures, nella bella regione bucolica del Lot et Garonne, quest’anno l’evento è previsto agli inizi di luglio, se la pandemia lo permetterà. Il Live Magazine cerca l’interattività, il pubblico di lettori non è un’entità astratta, ma un’umanità presente e vicina. I giornalisti si rivolgono agli spettatori, cercano lo scambio, sono confortati dagli applausi.

A volte non deve essere facile per chi è abituato al confort del duo scrivania-tastiera, al bozzolo di discrezione rappresentato dall’a tu per tu con un computer, ritrovarsi a nudo davanti a un pubblico in attesa di sensazioni. Ma le sensazioni arrivano, eccome, forse proprio spinte dalla brezza esitante di questa inaudita e coraggiosa spontaneità, generata da attori che non sono attori ma decidono di diventarlo per una sera, in nome delle loro storie e per amore del loro mestiere.

L’idea ha trovato già infinite declinazioni, al teatro della Porta Saint Martin a Parigi ha avuto luogo in diverse occasioni un Live Magazine per bambini: vicende commoventi e autentiche, raccontate come fossero favole, per far pensare, muovere le corde della sensibilità dei più piccoli.

Gli ospiti del Live sono sempre di tutto rispetto: a salire sul palco ci sono stati vincitori del prestigioso premio Albert Londres, finalisti del Pulitzer, candidati al World Press Photo. Così come una rivista autentica, il Live Magazine sa far riflettere, interrogare, indignare, ridere, gioire, sorprendere, ma ogni stato d’animo è amplificato, perché chi ci informa, non lo fa attraverso pagine mute e patinate ma è qui, ora, ci invita nel suo mondo, ci osserva, chiede cosa ne pensiamo di quella vicenda che è diventata uno scoop e gli ha cambiato la vita.

È un po’ come se una pletora di giornalisti formidabili ci raccontasse la fiaba della buonanotte. Si sa che le fiabe vere, le storie realmente accadute, sono sempre più emozionanti. Il successo de Live Magazine forse sta proprio qui. Ad andare in scena sono spaccati di vita autentica, di vissuto eccezionale, con i suoi aspetti a volte meravigliosi e a volte grotteschi. In fondo il buon giornalismo è proprio questo: saper osservare e raccontare come si deve l’umanità, il mondo e le migliaia di sfumature che lo rendono una fonte inesauribile di spunti, immagini e riflessioni.

La realtà riesce a essere sempre più abile della più raffinata finzione e il Live Magazine sembra averlo capito benissimo.  L’avventura dagli inizi ha già fatto passi da gigante, seppur frenata quest’ultimo anno dalla crisi sanitaria e dalla chiusura temporanea dei teatri. E se cominciasse proprio da qui, da esperienze come questa, una nuova vita per il giornalismo? Grazie a un nuovo modo di esprimersi libero e diretto col pubblico, una sorta di «circuito breve» che riconcili la figura del giornalista con quella del lettore?

In Francia sarebbe più che mai necessario. Le crisi sociali e la pandemia, in questo ultimo periodo, hanno scalfito inesorabilmente la fiducia tra spettatori televisivi, lettori e attori dei media. Dalla crisi dei gilet gialli in poi, il pubblico ha denunciato una lettura mediatica parziale dei fatti e della società, una lettura considerata troppo prossima ai comunicati del potere. Spesso queste lamentele non sono piovute a torto, di conseguenza, avere nuovi dispositivi che avvicinino chi racconta e chi ascolta, non può che essere salutare.

«Il teatro esiste come divino anacronismo», diceva Orson Welles. Forse proprio nel teatro, in questa forma di espressione al di fuori della corsa del tempo, esiste una nuova genesi per un’informazione a dimensione umana. E adesso, spegnete i cellulari.

 

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