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l’INPGI finisce nella pancia dello Stato. E cosa succede ai freelance?

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Foto di M. Maggs da Pixabay

Come è stato spiegato in molti articoli dedicati, l’istituto di previdenza dei giornalisti (INPGI) passerà, dal prossimo anno, sotto l’egida dell’INPS. Che l’ente versasse in condizioni disperate non era una novità e, anno dopo anno, il gap tra nuovi giornalisti assunti (che quindi versavano contributi nelle casse) e colleghi pensionati o prepensionati aumentava. Tanto da creare un disavanzo mostruoso, da centinaia di milioni di euro. 

Il governo Draghi ha accettato di sobbarcarsi, quindi, le pensioni dei giornalisti titolari di contratto di lavoro subordinato. Pensioni che, fino al 2016, sono state calcolate con il vantaggioso sistema retributivo, circostanza che ha contribuito a creare una quantità di pensioni-monstre, quasi sfacciate in confronto alla quotidianità dei giornalisti meno anziani, siano essi dipendenti o autonomi. Nella sua dichiarazione, la presidente dell’Istituto Marina Macelloni ha specificato che «l’INPGI continuerà a esistere per assicurare la previdenza dei giornalisti che svolgono lavoro autonomo». Cosa significa? Che i giornalisti iscritti alla cosiddetta INPGI2, la cassa previdenziale delle partite Iva, resterà in vita. Ed è una cassa che, a differenza dell’INPGI principale, gode di ottima salute. Difficilmente potrebbe essere altro, giacché corrisponde pensioni calcolate unicamente con il metodo contributivo: per la grande platea di giornalisti precari, che denunciano redditi di poco più di 10.000 euro l’anno, significa vedersi corrispondere una pensione di un centinaio di euro lordi al mese.

Quello che non viene quasi mai fatto notare è che, ormai da qualche anno, la maggioranza dei giornalisti italiani non è più iscritta alla gestione principale, ma a quella separata, l’INPGI2. Il motivo è semplice: il precariato è talmente diffuso da aver creato un “partito” di maggioranza assoluta tra i giornalisti in attività, ed è quello delle partite Iva. Sono giornalisti cui è stato impedito di ottenere un equo compenso, che quindi – in larghissima parte – guadagna molto poco; di conseguenza versa poco nelle casse dell’Ente e poco o nulla avrà nel momento del bisogno, cioè nella vecchiaia. Si tratta – sono dati ufficiali dell’ente previdenziale – di quasi 45.000 giornalisti. Le cui retribuzioni medie, sempre dalle tabelle pubblicate, sono di poco più di 8.000 euro per gli under 30, 11.230 euro fino a 35 anni, 14.207 fino a 40 anni. Il massimo, per così dire, lo raggiunge la fascia fino a 60 anni, con ben 17.866 euro lordi annui di reddito medio. La stessa presidente dell’ente ha ammesso che, di questi tempi, i giornalisti hanno smesso da parecchio di appartenere a una casta: «La retribuzione media dei pochi nuovi assunti dal sistema è inferiore ai 30mila euro all’anno. I giovani costretti al precariato del lavoro autonomo hanno retribuzioni tra i 9 e i 12mila euro annui».

Che si vada incontro a una “bomba sociale” non è quindi opinione di quidam de populo ma dell’IPGI stessa, che in questa relazione scrive: «Il sistema previdenziale delineato dalla legge 335/95, che ha dato vita con il successivo D. Lgs. 103/96 alla Gestione Separata, mentre da un lato assicura sul lungo periodo la stabilità finanziaria della Cassa, dall’altro consegna al futuro pensionati con assegni del tutto insufficienti a far fronte alle esigenze della vecchiaia». 

Come notano giustamente Tito Boeri e Roberto Perotti su lavoce.info, i trattamenti di favore riservati ai “vecchi” giornalisti contrattualizzati, e che ora confluiranno nell’INPS, dovrebbero essere perequati con un contributo da parte di chi si trova in una situazione tanto privilegiata. Mancano, invece, parole su quello che accadrà alla sopravvissuta INPGI nella sua versione dedicata ai freelance. Così come è, a dispetto del fatto che dal 2020 si siano alzate le aliquote, è un istituto che non può garantire pensioni ma misere prebende. Certo, il problema sta nel manico: se si guadagna poco, si contribuisce poco. E si avrà poco. Ma nessuno sembra preoccuparsene. 

 

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