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L’inferno dantesco che brucia nella penna dei contemporanei

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Il mondo come «inferno globalizzato», per usare un’espressione scelta da Edoardo Sanguineti, va in scena grazie alla fortunata operazione del regista Federico Tiezzi per la drammaturgia di Fabrizio Sinisi, dieci anni dopo Dante Inferno: con Inferno Novecento, nell’ambito della rassegna Blu Oltremare sul palco del cortile di Combo salgono Sandro Lombardi e David Riondino per mettere a confronto e in dialogo la Commedia con il grande giornalismo italiano.
Dante come un contemporaneo, i personaggi e gli episodi più noti dell’Inferno assimilati alle icone del Novecento.
In un’interpretazione attualizzata del poema su cui si fonda la cultura italiana, gli spettatori sono accompagnati in un viaggio dove i versi della Divina Commedia si alternano a estratti di prestigiose firme del giornalismo italiano: una discesa agli inferi del presente e della storia recente, una narrazione dell’umano anche nei suoi aspetti più brutali, ieri così come oggi.
Poesia e cronaca diventano due facce della stessa medaglia nel racconto del mondo: l’Inferno dantesco è usato come chiave di lettura della nostra epoca e delle contraddizioni dell’essere umano contemporaneo, a sua volta il giornalismo regala all’immaginario dell’aldilà dantesco nuove figure e nuovi fatti che attingono al presente da poco alle nostre spalle.
Paolo e Francesca rivivono nel racconto giornalistico che Aldo Cazzullo fece della morte di Lady Diana e di Dodi Al Fayed per «La Stampa», i tiranni del Canto XII in quello lucido e partecipato dell’esecuzione di Saddam Hussein fatto da Matteo Durante per «Panorama».
La selva dei suicidi del Canto XIII sembra popolarsi di una Marylin Monroe fragile, finalmente donna, spoglia dell’aura di diva, descritta con garbo da Giovanna Grazzini per «Il Corriere della Sera» e di una forse a noi meno nota Haydée Santamaria, eroina rivoluzionaria cubana, splendidamente raccontata da Rossana Rossanda – ed è stato commovente, nel giorno stesso della sua morte, ascoltare la lettura di un estratto del suo articolo “Anche per me (Haydée Santamia)” scritto per «Il Manifesto».
Amor ch’a nullo amato amar perdona e Fatti non foste per viver come bruti diventano strofe di una ballata nell’accompagnamento musicale di David Riondino. Ed ecco che Ulisse si veste dei panni di Pasolini immortalato da Enzo Siciliano nel pezzo “L’idroscalo di Ostia” per «Il Manifesto», Guido da Montefeltro di quelli di Giulio Andreotti nel ritratto che ne fece Oriana Fallaci in un’intervista per «L’Europeo», ricordando il sentimento di paura che le aveva trasmesso, non certo per il suo aspetto fisico – anzi, piuttosto gracile –, ma perché non aveva bisogno di mostrare la propria intelligenza, come può permettersi chi sa di avere molto potere da esercitare.
La voce di Brunetto Latini, che fu maestro di Dante, si intreccia alle parole con cui Fernanda Pivano descrisse per «Il Corriere della Sera» l’amicizia e la contaminazione artistica tra Andy Warhol e Lou Reed. Mentre i golosi del VI Canto si sarebbero leccati i baffi ascoltando Sandro Lombardi declamare come una poesia la ricetta del «Rognone in salsa molecolare» di Carlo Cracco!
Ritroviamo accostati l’episodio del Conte Ugolino e «la nuova regia dell’orrore», come Renzo Guolo definisce la decapitazione dei cristiani copti per mano dell’Isis su «Repubblica».
E quindi uscimmo a riveder le stelle del finale è anticipato dal molto discusso “La rabbia e l’orgoglio” di Oriana Fallaci, articolo pubblicato sul «Il Corriere della Sera» prima di diventare il primo libro della sua trilogia: nella sua narrazione, la sensazione di pericolo percepita quasi inconsciamente quell’11 settembre 2001 nella sua casa a Manhattan raggiunge il climax  quando, accesa la televisione, si trova di fronte l’immagine di «una torre del World Trade Center che bruciava come un gigantesco fiammifero» e poi quella di un aereo di linea che «s’è infilato nella seconda torre come un coltello che si infila dentro un panetto di burro».
Crudo realismo, immagini potenti, rafforzate da quella proiettata sullo sfondo prima che cali il sipario: un uomo inerme, quasi un Cristo crocifisso, inghiottito dagli abissi.

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