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L’intermediazione del giornalista

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Il rapporto tra media e Organizzazioni non governative è sempre complesso. I giornalisti vengono tacciati dagli addetti ai lavori di generalismo e poca capacità di approfondimento da un lato, dall’altro le associazioni denunciano la fatica a comunicare il lavoro che svolgono, in patria o all’estero, e “ad uscire sui media” cercando di contribuire all’informazione su quelle parti del mondo in cui operano spesso dimenticate.

Ma con il digitale e i nuovi media, è ancora necessario per le Ong, ma vale per le associazioni in generale, creare un’alleanza con i giornalisti per raggiungere il grande pubblico?

Lo abbiamo chiesto a Cristopher Cepernich, docente dell’Università degli Studi di Torino, che in occasione del convegno presso l’Associazione stampa subalpina del 5 febbraio scorso  ha riportato alcuni dei dati di uno studio svolto sulla copertura mediatica dei temi dello sviluppo e della cooperazione.

“La ricerca ha analizzato l’interazione tra le due parti, media e ong, valutando la quantità e la qualità dell’informazione”, spiega il professor Cepernich. “Quello che ne risulta è uno scarso interesse da parte dei media locali per le tematiche legate allo sviluppo e quando se ne parla è limitato agli eventi e alle iniziative organizzati sul territorio”.

Ma questo non è solo per il lavoro degli organismi internazionali nei paesi del Sud del mondo, è in realtà una tendenza dei media italiani a parlare poco di esteri in generale, spesso relegati a poche pagine su siti e quotidiani.

Si tratta di una patologia tutta italiana. I media italiani hanno una copertura dei fatti locali che non ha eguali. Questo interesse alle notizie particolari e territoriali ha origini storiche – spiega Cepernich. – La stampa italiana nasce in funzione di gruppi editoriali con interessi precisi e molto radicati sul terreno o nasce in funzione di esperienze e ideologie di tipo politico. E questo ce lo si porta dietro, senza generalizzazioni”.
Il modo di fare giornalismo in Italia oggi è ancora quindi influenzato da quelle origini, ben differente del mondo britannico o francese, che per ragioni coloniali e di politica estera hanno sempre mostrato una maggior apertura ai fatti internazionali. E questi ultimi stanno anche reagendo meglio al cambiamento del mondo dell’editoria e del modo di fare informazione.

E allora quale il ruolo del giornalista nel raccontare i temi dello sviluppo? Quali i consigli per un aspirante reporter interessato a parlare di sviluppo e cooperazione?

“Innanzitutto vanno rispettati i compiti di ciascuno – commenta Cepernich. – Sovente si fa confusione tra comunicazione e informazione. La comunicazione è ciò che viene detto direttamente dall’ong al suo target di riferimento, come nel caso della comunicazione politica dal partito e ai suoi elettori. L’informazione deve invece essere necessariamente svolta con l’intermediazione e il professionismo dei giornalisti. Vanno mantenuti i rispettivi ruoli, al giornalista la competenza di svolgere il proprio lavoro e alla cooperazione il raccontare cosa fa, sfruttando i nuovi strumenti che la tecnologia offre”.

DevReporterMa come migliorare l’alleanza tra le due parti?
Innanzitutto con maggiore professionalizzazione da entrambe le parti esorta il Cristopher Cepernich. “Chi fa il giornalista deve aggiornarsi e riqualificarsi, con curiosità e competenza. E chi vuole occuparsi di cooperazione non può farlo dal desk, deve viaggiare e conoscere la realtà con la quale sta interagendo”. Lo stesso vale per le organizzazioni, che al loro interno devono investire in comunicatori che sappiano dialogare con le redazioni.

E fino al 13 marzo, i giornalisti che vogliono approfondire questi temi possono approfittare del bando promosso nell’ambito del progetto DevReporter che finanzia reportage fino a 5000 euro che affrontino questioni relative alla cooperazione allo sviluppo e alla solidarietà internazionale, promuovendo la stretta collaborazione tra gli attori della cooperazione e i giornalisti.

Per maggiori informazioni: www.devreporternetwork.eu

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