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Libera satira in libero mondo. Oppure no? Da Charlie Hebdo all’autocensura

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Eppure era un’idea bellissima.

Dopo le reazioni cariche d’odio in seguito alla pubblicazione delle caricature di Maometto nel giornale danese Jyllands-Posten, il 30 settembre 2005 prendeva vita una meravigliosa iniziativa, grazie all’incontro dell’allora Segretario Generale delle Nazioni Unite, Kofi Annan e di Plantu, caricaturista francese per Le Monde: nasceva Cartooning for Peace, un’associazione di dodici vignettisti internazionali, intenzionati a combattere l’intolleranza attraverso il disegno, a «disegnare per la pace».
L’associazione mette in primo piano la libertà d’espressione, così come è definita nell’articolo 19 della Dichiarazione dei Diritti dell’Uomo : «Ogni individuo ha diritto alla libertà di espressione, incluso il diritto di non essere molestato per la propria opinione, e quello di cercare, ricevere e diffondere informazioni e idee attraverso ogni mezzo e frontiera».
Promuovere il pluralismo culturale, combattere i pregiudizi, mostrare l’ipocrisia degli estremismi, sono numerose le battaglie ideologiche portate avanti dal gruppo di disegnatori irriverenti, convinti ancora che «l’ironia può salvare il mondo», stemperare le tensioni e offrire un nuovo punto di vista all’attualità.

Ma è ancora così? Gli anni sono passati e la libertà d’espressione ha pagato tributi pesanti.
Prima l’incendio alla redazione di Charlie Hebdo, colpevole di aver ripubblicato le caricature di Maometto, poi il massacro in redazione nel 2015, strage che ha privato la Francia di alcuni fra i suoi più brillanti talenti nel mondo del disegno umoristico, da Cabu a Wolinski, da Charb a Tignous. Quello per Charlie Hebdo è un dolore mai realmente lenito, una spina nel cuore che, in un certo senso, ha fatto passare i francesi dallo stadio di bambini monelli irriverenti, a quello di adolescenti in crisi di identità.
L’attacco terroristico ha segnato la fine della spensieratezza, la dura consapevolezza  che forse no, l’ironia non salverà il mondo. Soprattutto questo mondo, in cui Internet e la velocità di trasmissione di testi e immagini fanno sì che migliaia di “butterfly effect” si riproducano alla velocità della luce intorno al globo, facendo filtrare ogni notizia, ogni messaggio attraverso il prisma delle differenti culture, generando tonnellate di malintesi, di interpretazioni fallaci e di fake news opportuniste.
Proprio Plantu, è l’ultima vittima sacrificale di questo mondo che non ama più i vignettisti e confonde irriverenza con mancanza di rispetto. Plantu, quello che disegnava le colombe della pace, ha dato le dimissioni da Le Monde.  Qualche giorno prima della sua decisione, un altro vignettista, Xavier Gorce, aveva abbandonato la stessa redazione in seguito a una polemica rovente che ha dato fuoco alle micce dei social network.

Gorce, da anni vignettista per il grande quotidiano francese, è il celebre papà di personaggi particolari quanto irresistibili: dei buffi pinguini paffuti che deambulano sulla banchisa discutendo di attualità. Nell’ultima vignetta, i pinguini hanno sfiorato il delicato argomento dell’incesto, tema d’attualità oltralpe, da quando la figlia di Bernard Kouchner, ex ministro degli Esteri, ha rivelato in un libro la terribile storia di incesto che ha visto protagonista suo fratello gemello e il patrigno, il celebre giurista e editorialista televisivo Olivier Duhamel, icona della sinistra intellettuale e ora mostro in prima pagina.
L’intenzione di Xavier Gorce, secondo le sue stesse parole, era quella di prendere in giro il filosofo Alain Finkielkraut che, nel corso di un programma tivù, col suo consueto vocabolario barocco aveva pontificato sull’incesto in maniera inopportuna, fino a farsi licenziare dal programma stesso. Le Monde ha pubblicato la vignetta, e la successiva valanga di polemiche e indignazione sui social, ha condotto la redazione a de-solidarizzarsi dal vignettista e a scusarsi pubblicamente.
Per Xavier Gorce è stata la goccia che ha fatto traboccare il vaso. Ha lasciato il giornale e sta per essere seguito a ruota da Plantu. Le Monde seguirà il destino del New York Times, che per ragioni legate al politicamente corretto  ha deciso, in maniera draconiana, di non pubblicare più vignette?
In un’intervista, il disegnatore Riss, alla testa di Charlie Hebdo, ha commentato: «In cinquant’anni si è passati da una società prudente, dove l’informazione era discretamente controllata dai poteri pubblici, a una società ultra –mediatizzata, dove chiunque può esprimersi pubblicamente, sparando sentenze e condanne. Noi di Charlie siamo passati dall’essere gli irriverenti che sfidavano il potere a giornalisti obbligati a schierarsi con chi vorrebbe regolare un po’ di più questa infinita libertà di parola».

Una vignetta sull’incesto di Xavier Gorce

Non sono effettivamente poche le voci che, in Francia come, se non in particolare modo, in Italia, accusano paradossalmente Charlie Hebdo di essere responsabile degli attentati sanguinari che hanno costato trecento vite umane oltralpe. Per qualcuno, la colpa sarebbe dei disegnatori irriverenti: che è un po’ come dire che una donna è responsabile del proprio stupro perché aveva deciso di indossare una minigonna.
Anziché puntare il dito contro l’intolleranza e difendere il diritto al blasfemo in una società storicamente laica, si punta il dito contro chi esercita la libertà di espressione. Li si insulta, li si giudica, li si minaccia. Con le conseguenze reali e drammatiche che abbiamo potuto constatare.
Il modello anglosassone, già adottato dal New York Times, manifesta un’opposizione di principio a qualunque contenuto che possa essere giudicato potenzialmente offensivo per una minoranza percepita come debole. La cancel culture e la lotta contro l’appropriazione culturale sono spesso figli di questa nuova maniera di pensare. Ma perché la satira, lo humour nero, la provocazione ironica, sono diventate nella percezione di molti sinonimo di mancanza di rispetto?

Dove bisognerebbe posizionare il cursore sulla scala dell’ironia e della provocazione per porre un limite e non sfociare nell’offensivo?  E chi decide cosa è offensivo?
Patrick Chappatte, disegnatore svizzero di origini pakistane, autore di disegni umoristici per il quotidiano tedesco Der Spiegel, ha pubblicato sul suo sito una tribuna che rivela le sue inquietudini:  «Temo che la decisione del New York Times rappresenti un pericolo a lungo termine per il giornalismo e la libertà d’espressione in generale». Le cause, per Chappatte, sono imputabili in parte proprio ai social network e al loro funzionamento. «Siamo in un mondo in cui le folle moraliste si assiepano sui social e si alzano, come una tempesta». Il disegnatore invoca delle misure urgenti da parte degli editori, per evitare la censura. E conclude: «Twitter è un luogo di furore, non di dibattito».

Qualche tempo fa, fu proprio Xavier Gorce a esprimersi sul tema, in un discorso che in questo momento, dato il suo vissuto, sembra premonitore: «Oggi si avverte molta più intolleranza, soprattutto sui social. Intolleranza di gruppi iper-reattivi, militanti, gente pronta all’attacco non appena viene utilizzato lo humour. Credo che le redazioni comincino ad avere paura, a non voler prendere rischi con questa modalità di espressione – la caricatura – che per sua natura è per forza un po’ provocatoria ».
I disegnatori francesi rivendicano l’utilità della caricatura nel mondo della comunicazione e del giornalismo. La libertà di caricaturare o di poter fare ironia sull’attualità è, per molti, il termometro per prendere la temperatura di una stampa in buona salute.
Il disegno satirico, in effetti, toglie sacralità a qualunque argomento, dal potere politico alla religione, dai tabù sessuali ai dilemmi della società di ogni natura, e può così invitare alla riflessione, mitigare le tensioni e proporre un punto di vista differente.
Lo stesso Gorce, con altri numerosi vignettisti venuti dai quattro angoli del pianeta, aveva firmato la petizione «per il riconoscimento del disegno satirico come un diritto fondamentale». L’appello fu lanciato a Addis Abeba il 3 maggio 2019, in occasione della Giornata internazionale per la libertà di stampa. Quell’appello è stato ascoltato? I fatti di oggi, direbbero di no.

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