Home»Libertà di stampa»Libano: l’esplosione al porto e la condizione dei giornalisti in un Paese lacerato

Libano: l’esplosione al porto e la condizione dei giornalisti in un Paese lacerato

3
Shares
Pinterest Google+

«Uso eccessivo della forza», secondo Al Jazeera. È questa l’accusa mossa contro le forze di sicurezza nelle manifestazioni di piazza dopo l’esplosione del 4 agosto al porto di Beirut, che hanno fatto ricorso a gas lacrimogeni eccessivi, proiettili di gomma e bird-shot (proiettili di gomma), e persino a munizioni vere. L’esplosione al porto di Beirut rappresenta un duro colpo per il Paese, già travolto da una grave crisi economica  con oltre 170 morti, 6.000 feriti, dozzine di dispersi e centinaia di migliaia di senzatetto. Durante le manifestazioni di sabato 7 e domenica 8 agosto, almeno 14 giornalisti e operatori dei media sono stati attaccati dalle forze di sicurezza con calci, pugni e colpi in testa con l’uso delle armi; molti di loro sono stati refertati negli ospedali e a tanti altri sono stati confiscati i cellulari.

La libertà di stampa in Libano era già traballante, una nazione descritta come “parzialmente libera” negli ultimi dieci anni da Freedom House, citando sia il quadro legislativo nel paese sia le restrizioni sui lavoratori dei media. Reporters Sans Frontiéres ha espresso più volte preoccupazione per la libertà dei media, mentre attivisti e giornalisti indipendenti hanno denunciato ciò che descrivono come “blackout dei media “, in particolare dopo alcuni episodi avvenuti in aree fuori Beirut.

«Lo stato di emergenza prorogato fino al 21 agosto» commenta la giornalista Gaja Pellegrini Bettoli, che ha lavorato come corrispondente per quattro anni in Libano, «porta tutto questo a un nuovo livello, come si ricava dalle norme del Decreto 52, emanato nel 1967. A differenza di uno stato di mobilitazione generale, il Parlamento deve rivedere e approvare la dichiarazione di stato di emergenza entro un periodo di otto giorni, atto che il governo ha compiuto nella data prestabilita. Lo stato di emergenza può essere rinnovato e non esiste un periodo massimo di tempo entro cui ritirarlo». «In questo quadro – continua – è importante capire il potere dell’esercito libanese, unito a quelle di altre agenzie di sicurezza: hanno l’autorità di imporre perquisizioni domiciliari, deportare i sospetti, emettere arresti, vietare riunioni, imporre il coprifuoco e censurare la stampa e i media che pubblicano materiale che viene considerato una minaccia per la sicurezza e la stabilità del Paese. I giornalisti libanesi sono molto preoccupati al momento, troppo delicato anche per loro, nonostante la grande presenza di stampa internazionale a Beirut, non si sentono tranquilli».

Il giorno 8 agosto si è dimessa la Ministra dell’ Informazione del Libano Manal Abel Samad, anche per le durissime contestazioni dei giornalisti sul suo operato, per come non sono stati adeguatamente tutelati i media durante le grandi manifestazioni del 7 e 8 agosto e per la violenza che è stata usata contro gli operatori delle TV locali. Il caso è documentato in uno screenshot nel quale Rita Kabalan, corrispondente di MEE, filmava gli scontri tra i manifestanti e l’esercito libanese al Ring Bridge. La giovane giornalista veniva colpita alla schiena con il calcio di un fucile d’assalto M16, con conseguente frattura della clavicola e lesioni multiple sul corpo. «Gli attacchi ai giornalisti sono sistematici» ha detto Doja Daoud, dell’Alternative Media Syndicate. «Numerosi giornalisti sono stati picchiati dall’esercito e i loro telefoni confiscati».

Solo dal 16 al 19 gennaio 2020 le forze di sicurezza libanesi aggredivano più di 20 giornalisti e operatori dei media che seguivano le proteste scoppiate a Beirut, secondo la testata The New Arab; mentre il fotografo della Reuters Issan Abdullah copriva le proteste davanti alla caserma di polizia di Helou veniva picchiato dalla polizia con i manganelli. Pochi giorni dopo, al centro di Beirut, la polizia sparava proiettili di gomma ferendo alle gambe il fotografo televisivo di Al-Jadeed Mohammed Abu Samra e il corrispondente arabo di Al Jazeera Ihab al-Uqdah.

Il 18 ottobre 2019, in piazza Riad al-Solh, nel centro di Beirut, una grande folla si era riunita di sera. La rivolta del Libano, soprannominata la Rivoluzione d’Ottobre, era iniziata proprio la notte prima. Le proteste erano scoppiate a Beirut quando il governo aveva approvato una serie di tasse retroattive anche su Whatsapp. Il 18 di ottobre è stato solo un drammatico esempio dell’uso eccessivo dei gas lacrimogeni; le foto scattate da MEE in quei giorni hanno rivelato che il gas utilizzato quella notte a Beirut – e probabilmente anche in questo agosto, secondo la testata giornalistica MiddleEastEye – è stato prodotto dalla società francese SAE Alsetex. Alsetex è una filiale del gruppo multinazionale Etienne Lacroix, che ha fornito gas lacrimogeni al governo del Bahrain durante la rivolta di Pearl Roundabout a Manama del 2011 e le proteste del 2012 . Il CM6 è elencato da Alsetex come arma di livello A2 militare. Sempre secondo la MEE e Amnesty International, le armi di categoria A sono considerate armi e attrezzature progettate per guerre o conflitti armati e lo stesso gas è stato usato anche contro i manifestanti francesi del movimento dei Gilet Gialli l’anno scorso a Parigi.

«In piazza dei Martiri c’era molta ressa e movimento», racconta il giornalista e corrispondente Lorenzo Forlani che ha vissuto, documentato e filmato i primi momenti dopo dell’esplosione al porto di Beirut e seguito tutto lo svolgersi degli eventi .«Tantissimi i giornalisti internazionali e di tutte le TV locali libanesi che sicuramente hanno avuto la peggio in quelle ore di grande concitazione e violenza, quando hanno assaltato i ministeri e le forze di sicurezza sono intervenute con grande durezza sui manifestanti in Piazza dei Martiri e vicino al Parlamento. Alcuni giornalisti avevano le pettorine della press, molti erano i giovani senza riconoscimento alcuno». Prosegue Forlani: «Hanno sparato bird-shot, quelli che se ti raggiungono da vicino fanno danni seri; e poi tanto gas, ovunque. Tanta, tantissima tensione, si pensava potesse succedere il peggio. Adesso la situazione è tranquilla, meno tesa; i libanesi, dal 6 agosto, ancora feriti e con i lutti di amici e familiari, hanno compiuto un salto cognitivo molto importante nei confronti della classe politica».

Con il ridimensionamento o la chiusura definitiva di molti dei principali giornali libanesi, i giornalisti non sono stati immuni da licenziamenti e da tagli agli stipendi e, soprattutto, molti di loro si sono rifiutati di tacere di fronte alla violenza della polizia.

Così è nato così un sindacato alternativo, siccome si è ritenuto che quello esistente rappresentasse soltanto gli interessi delle élite e non quello, ad esempio dei freelance, esclusi dal sindacato della stampa libanese. «Erano due giorni che le radio del Libano invitavano tutti a scendere in piazza con le musiche della rivoluzione». Documenta così quei giorni la direttrice di Radio Bullets Barbara Schiavulli, anche lei a Beirut.«noi non abbiamo avuto problemi, c’erano colleghi con maschere antigas e giubbotti anti-proiettile, tanti erano attrezzati contro i gas lacrimogeni. Sono stati sparati proiettili di gomma e anche quelli veri. Siamo stati protetti dai militari e accompagnati con altri 250 giornalisti nel punto dell’esplosione via mare. Non ho avuto la sensazione di pericolo, tranne nell’area del Parlamento il 7 agosto, lì la violenza era estrema».

Per evitare ulteriori tensioni a Beirut Karim Traboulsi, Managing Editor di The New Arab, ha commentato così il recentissimo verdetto del Tribunale dell’Aja sull’attentato del 14 febbraio 2005 all’ex presidente Rafik Hariri, per il quale è stato condannato un uomo legato a Hezbollah: «In Libano, leader politici e cittadini hanno atteso nervosamente la decisione del tribunale, aspettandosi che un verdetto di colpevolezza contro il potente Hezbollah avrebbe innescato scontri tra i sostenitori musulmani sunniti di Hariri e i sostenitori sciiti di Hezbollah. Ma il verdetto si è fermato prima di accusare ufficialmente Hezbollah di aver ordinato l’assassinio, suggerendo solo che questo era “probabile”; molti, in Libano, possono tirare un sospiro di sollievo, perché sarà probabilmente evitata un’altra escalation di violenza di cui ora non hanno certo bisogno».

Previous post

Ferragosto e la processione della Madonna di Trapani a... Tunisi

Next post

Sonya Orfalian: il Mediterraneo come nostalgia del sud