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Le Assises di Tunisi: tre giorni di ossigeno per il giornalismo

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La Citè de la Culture di Tunisi, per tre giorni, è stata la casa mondiale del giornalismo grazie alle Assises  Internationales du Journalisme. Direttori, caporedattori di grandi testate, operatori, reporter, corrispondenti, inviati, cameraman donna con colorati veli in testa, fotografi. Un meeting importante, il primo in Africa e nel mondo arabo; una pazza folla di giornalisti accorsi con l’idea di ritrovarsi e scambiarsi le esperienze, un crocevia di sapere e di eccellenza.

Come partner delle Assises, l’Institut Français di Tunisi ha ospitato la retrospettiva “Un anno di immagini; il 2018 visto dai fotografi dell’AFP”, ovvero le foto più rappresentative di quest’anno, catturate dai fotografi dell’Agence France-Presse, una delle tre agenzie mondiali di informazione; 500 fotografi presenti in 151 paesi e in 201 sedi, sul campo 24 ore su 24. Gli scatti sono 30 immagini sui grandi movimenti del mondo, per provare a comprendere meglio la realtà, aprirsi ad altre culture: l’esodo dei venezuelani e degli honduregni, il conflitto israelo-palestinese, l’inquinamento urbano, la squadra tunisina nella Coppa del Mondo in un momento di gioia per aver segnato un gol, la vita nel grande Nord. E, ovviamente, la Tunisia: il 13 agosto scorso, il corteo della festa della donna a Tunisi di Fethi Belaid, con le bandiere e l’immagine di Habib Bourguiba (il padre dell’emancipazione femminile) ha sfilato per le strade della città, facendo parlare di sé. E poi il 14 giugno, in Nicaragua, un gruppo di manifestanti protestava contro il regime repressivo e un autobus è stato incendiato; la Siria in guerra, il deserto, il calvario dei migranti soccorsi nel Mediterraneo sulla nave dell’ONG spagnola Proactiva Open Arms , l’imbarcazione ribaltata mentre, dalla Libia, gente disperata cercava di raggiungere l’Europa. Nelle immagini c’è la storia: una sintesi dell’attualità e la componente umana dell’informazione.

Una delle immagini ospitate nella mostra AFP

 

Tra i protagonisti delle Assises, un compagno di strada del Caffè dei giornalisti: Darline Cothière, direttrice della Maison des Journalistes di Parigi. 
Raccontare ciò che quotidianamente fa la MDJ per tutelare la vita e la libertà dei giornalisti è fondamentale, per ricordare a tutti che questo è un mestiere che ha bisogno di protezione e di rispetto.«I giornalisti di MDJ sono stati strappati alle loro famiglie, sono dovuti fuggire dal loro paese, scappare da minacce e persecuzioni solo per aver detto la verità. Spesso si parla della repressione che hanno subito alcuni giornalisti, della situazione della stampa nel mondo, ma non si considera concretamente il lato umano. Noi offriamo soluzioni ai giornalisti esiliati: siamo una struttura associativa che accoglie esiliati, uomini e donne che sono stati vittime di repressione, che hanno dovuto smettere di fare il loro lavoro e prendere il cammino dell’esilio, con tutto quello che comporta: lo sradicamento, l’incertezza. Il lavoro della struttura consiste nell’accompagnare, sostenere questi professionisti dell’informazione. Non uso questo termine a caso: abbiamo constatato che la professione è cambiata e ci sono sempre di più blogger, fixer, informatori “dal basso”: la categoria di chi fa informazione si è allargata. La missione della MDJ è offrire accoglienza e accompagnamento, oltre che offrire alloggio; c’è anche un aspetto sociale, ovvero un’azione di sensibilizzazione verso la liberà di stampa. Abbiamo varato diversi programmi, fatti insieme ai giornalisti perché è fondamentale dare loro voce. Per testimoniare la repressione di cui sono stati vittime.»

La Maison offre ai giornalisti la possibilità i continuare a fare il loro mestiere anche con il giornale online L’oeil de la MDJ. L’idea, anche in questo caso, è di andare oltre la loro condizione di esiliati, perché possano continuare a fare il loro mestiere. I giornalisti accolti, spesso, sono persone che godevano di una grande notorietà nel loro paese; molti erano leader d’opinione e non hanno avuto altra scelta che di fuggire. «La situazione della libertà di stampa e dei conflitti nel mondo – dice Darline Cothiére – la si coglie dalla nazionalità dei giornalisti che arrivano: c’è stata un’ondata di burundesi, afghani, africani. Quindi, per certi versi, la MDJ è una sorta di barometro della situazione della stampa nel mondo.»

Laurent Correau, caporedattore di Afrique (un programma di RFI, Radio France Internationale) ha moderato il dibattito sulla sicurezza fisica e digitale dei giornalisti mettendo sul tavolo numeri allarmanti: «Nel biennio 2016-2017, l’Unesco ha riferito di 182 reporter uccisi e 86 da gennaio 2018 a oggi. Si tratta di 1.010 giornalisti dal 2006 al 2017, che vuol dire un giornalista ucciso ogni 4 giorni. Con un aumento della percentuale di donne nel numero di decessi. A questo dato si affianca l’alto tasso di impunità per chi commette crimini contro i giornalisti: su 10 omicidi solo in un caso si arriva a processo
Più di metà delle uccisioni di giornalisti nel 2017 si sono verificate, a differenza di quanto si potrebbe pensare, in paesi che non conoscono conflitti armati: quindi, molte delle vittime hanno pagato con la vita i loro lavori su questioni civili, corruzione, traffici illeciti, politica. Per la maggior parte, inoltre, i giornalisti ammazzati sono reporter locali: non stranieri, non inviati speciali.
Secondo Reporters sans Frontieres, nel 2018 sono stati uccisi 63 giornalisti e 11 cittadini-reporter. «Oltre al problema della sicurezza fisica, nei paesi dove lavoriamo – ha aggiunto Correau – si pone anche il problema della sicurezza digitale: sorveglianza, furto di informazioni, mobbing cibernetico sono minacce emergenti a cui non si è ancora ben preparati.»

 

Nel dibattito è intervenuta Yvette Murekasabe, giornalista rifugiata della MDJ e dal 2015 esiliata a Parigi. «Sono stata costretta a lasciare la mia patria, il Burundi, un piccolo paese dell’Africa dell’est di cui non si parla molto. Lavoravo come giornalista in una grande radio indipendente, la più ascoltata del paese. Nel 2015 sono stata minacciata per un reportage su irregolarità  commesse da vertici politici. Ero responsabile di una sede della radio principale nella capitale, Bujumbura; quando ho ottenuto le informazioni assieme ad altri colleghi, sono stata la sola a procedere. Gli altri non hanno voluto esporsi. Quando ho pubblicato le notizie sono stata direttamente interpellata dalla giustizia burundese.» E poi accusata di incitato all’odio la popolazione. «Alcuni emissari delle forze politiche sono venuti a minacciarmi direttamente in casa. Si sono presentati con la testa rasata, che da noi è simbolo di lutto. Mi dicevano che, se altri non mi avessero uccisa, se ne sarebbero occupati direttamente loro.»
Yvette è stata costretta a cambiare più volte indirizzo, è stata perseguitata, la sua famiglia minacciata; contemporaneamente, nel paese sono iniziate manifestazioni e pure un tentativo di colpo di Stato. «Quello è stato il black out – racconta ancora. Tutti i media sono stati oscurati, cinque radio sono state distrutte e l’unica soluzione, per me, era quella di lasciare il paese. Solo che c’era già il mio nome dappertutto, alle frontiere, nei blocchi di polizia: il Burundi è un paese piccolo e la radio per cui lavoravo era molto conosciuta. Ero minacciata ovunque, costretta a restare lì, non potevo neanche scappare.»
Finché nel 2015, grazie a Reporter senza frontiere, è riuscita ad andarsene clandestinamente, trovando rifugio a Parigi. Nel Burundi, nel frattempo, è scoppiato il caos. «Pochissimi giornalisti sono rimasti ancora là, tentando di lavorare. Ma sono costantemente minacciati e possono essere arrestati da un giorno all’altro, addirittura è successo durante una trasmissione. Vivono con la paura. La gente viene uccisa, sequestrata, imprigionata, torturata. Il caos è totale.»
È una crisi silenziosa, di cui non si parla. «Alcuni colleghi sono stati ammazzati assieme alla famiglia, altri rapiti. Non abbiamo più notizie di un giornalista che lavorava per una testata molto importante, sequestrato nel 2007.» La popolazione, però, ha un disperato bisogno di essere informata correttamente, e dunque i giornalisti esiliati lavorano dall’estero, organizzandosi affinché i cittadini vengano a conoscenza dei fatti. «Sul posto ci sono solo media di stato, che non verificano le notizie e appoggiano il potere incondizionatamente. Noi cerchiamo di organizzarci, con redazioni che producono informazione a partire dal vicino Ruanda; riusciamo anche a trasmettere notizie attraverso i social media.»

Yvette Mureskabe, reporter burundese esiliata a Parigi

 

Frédéric Bobin è corrispondente del giornale Le Monde ed è membro di NAFCC (North Africa Foreign Correspondents’ Club) per l’Africa del nord. Segue la Tunisia, la Libia, la Cina e l’Afghanistan, è uno dei responsabili dell’organizzazione che ha sede qui a Tunisi.
Bobin ha cercato di analizzare i rischi del giornalista nei conflitti: «È necessario distinguere fra le situazioni in cui il fronte è chiaramente identificabile, visibile, come un fronte militare, una linea che va da A va a B in cui ci sono due belligeranti ben distinti. E quelle situazioni, e sono tante, in cui il confine non è marcato. Nel primo caso, per i rischi di sicurezza, i giornalisti ricorrono sempre più a quello che si dice embedment, ovvero la chiara appartenenza a una fazione o a un’altra. Questo metodo è stato sistematizzato dagli americani nella guerra in Iraq e in Afghanistan. Io stesso sono stato giornalista embedded più volte: il fatto di essere embedded ha il vantaggio di essere totalmente protetti, ovviamente, ma presenta un enorme inconveniente: trovarsi nelle mani di una parte esclusiva. Se non si fa attenzione, si finisce per essere totalmente neutralizzati politicamente, intellettualmente e professionalmente dall’entourage che vi ha preso in carico. Quando si è embedded, poi, si è continuamente sotto sorveglianza: è vero che c’è in cambio la sicurezza, ma tutto questo ha un prezzo. Ossia avere una visione univoca delle cose.»
Fondamentale è poi la figura, spesso trascurata, del fixer: «In genere i giornalisti ricorrono a fixer locali, che sono assolutamente indispensabili. Credo si debba rendere loro omaggio perché i corrispondenti di guerra, quando raccontano le loro avventure, hanno un po’ la tendenza a mettersi sul palcoscenico, come degli eroi. E dimenticano che non avrebbero mai potuto fare quello che han fatto senza questi accompagnatori, queste guide che prendono tutti i rischi, più di loro, perché appartengono a una comunità locale. E quando il giornalista sarà ripartito con il primo aereo, sarà il fixer a rimanere nel paese, e potrà eventualmente subire rappresaglie per i reportage e le notizie diffuse.»
Esistono anche i fronti invisibili, guerre che non appaiono ma ci sono, nelle quali i giornalisti possono essere “usati”. Bobin, per chiarire il concetto, cita i giornalisti della generazione degli anni ’50 e ’60. «Prendiamo i conflitti della decolonizzazione, la guerra di Algeria o del Vietnam: si era embedded e, come giornalisti francesi, si poteva andare sui vari fronti senza correre il rischio di essere rapiti. Questo però capitava perché c’erano delle missioni di propaganda, nate per far passare un messaggio a destinazione della comunità internazionale, e si usava come veicolo il repoter. Stessa cosa nella guerra del Vietnam o in Indocina. Era l’epoca in cui i movimenti ribelli si iscrivevano in una concezione di lotta politica relativamente universale: i giornalisti erano utilizzati per far passare un messaggio e venivano rispettati. Oggi questo tipo di fronte invisibile è cambiato: pensiamo a Daesh in Siria, ed è una enorme novità: i movimenti cosiddetti ribelli hanno i loro propri strumenti di propaganda e non si servono più dei giornalisti “classici” per far passare un messaggio. Produzioni video, agenzie, i social media, utilizzano tutti questi canali autonomamente, mentre il giornalista esterno viene considerato partigiano e ostile.»

 

Al di là delle minacce fisiche, il lavoro del giornalista di oggi presenta anche minacce virtuali, o digitali. Aymen Djabhi è un ingegnere tunisino di Telecom e consulente in sicurezza digitale. «Le minacce sono sempre esistite, ma oggi sono diventate più democratiche. Ovvero non sono attacchi contro il professionista per quello che scrive o pubblica, o contro i media e i giornalisti, ma sono sempre più spesso attacchi per ragioni puramente economiche.
In questo momento, il modello che emerge è quello dell’attacco a siti che fanno traffico, hanno molti visitatori: questo spesso è il caso dei siti dei media, che quindi per gli hacker diventano molto interessanti. Tutto questo ha alla base un motivo economico più che politico. Inoltre, quello dei siti piratati è un fenomeno che sta crescendo nei paesi emergenti come la Tunisia. Per un motivo molto semplice, perché la connessione internet era troppo lenta, mentre ora è decisamente migliorata. Gli attacchi generalmente, sono totalmente anonimi e passano da reti oscure, proprio quelle che sono alla base della protezione della libertà di informazione: del resto Internet è un’arma a doppio taglio. Con il divenire più complesso della tecnologia dell’informazione tutte le imprese, tutti gli attori economici sul mercato si servono di un responsabile per la sicurezza informatica. Nei siti dei media, nelle redazioni, invece, nella maggior parte dei casi non vengono fatti investimenti nella sicurezza digitale

Ed è un vero peccato perché, in caso di attacco di pirati digitali, le perdite possono essere enormi. «Ho assistito più volte a media che hanno perso i loro dati: lavoro di anni. Càpita anche ci sia la richiesta di un riscatto. E se non mandate dei soldi non rivedrete più i vostri dati. Sono attacchi a cui è difficile rimediare: una volta che i dati sono stati criptati, non sono più recuperabili. L’80% degli attacchi digitali nel mondo riescono perché la persona non ha ben scelto le sue password. E non sono neanche necessari dei mezzi troppo sofisticati per accedere alle vite private di qualcuno, per sapere chi frequenta e con chi è in contatto. Si può venire ricattati facilmente. Ho amici giornalisti che sono stati contattati tramite Facebbok o Messenger da qualcuno che diceva loro: sei stato visto visto in quel posto, hai fatto quella cosa. Danno informazioni che intimidiscono il giornalista, gli fanno credere di essere sorvegliato. In realtà, indagando un po’, ci si rende conto che sono informazioni a cui si può accedere con dei metodi digitali semplici. Per esempio: in un congresso come questo, molti giornalisti sono connessi sul wifi pubblico, alcuni lavorano direttamente sui siti dei media per cui sono corrispondenti. Però, questi media non sono protetti. Quando si è connessi in un luogo pubblico, un tecnico come me può vedere sfilare tutta una serie di password! E lo stesso potrebbe un pirata. Attenzione, perché è lì che un hacker potrebbe colpire e rubare informazioni preziose.»

Ma chi è il pirata informatico? La maggior parte degli hacker non sono militanti, ma mercenari: lo fanno per ragioni economiche. «Se trovano qualcuno che non si protegge bene, chi per esempio amministra un sito con 2 milioni di visitatori al mese, per piratarlo basta installare una cimice che fa che ogni volta che un visitatore si presenta, viene indirizzato verso una pagina piena di pubblicità. Poi ci sono i militanti più ideologici, ma sono ormai veramente pochi, quelli che vogliono compiere atti distruttori. Oggi, la minaccia principale per un giornalista è se stesso: la sua mancanza di cultura digitale e il pensare che quando è davanti a un computer, questo sia solo una macchina e non possa fargli niente di male.La gente trova del tutto normale, nel quotidiano, non usare la stessa chiave per la macchina e per l’ufficio; invece utilizza la stessa password per tutto. Se si ha bisogno di qualche piccolo servizio con il computer, che sia legale o illegale come scaricare i film, è richiesto di creare un account: per comodità, si utilizza il login e la password che si usa per tutto, pensando che dietro lo schermo non ci sia nessuno, che non corriamo dei rischi, che nessuno ci conosca. Non è così.»

 

Altro pilastro delle Assises è stato il racconto di Forbidden storiesLaurent Richard è fondatore e direttore esecutivo di FS, un’organizzazione internazionale di giornalisti con la missione di portare avanti e pubblicare le inchieste condotte dai colleghi minacciati, censurati, assassinati.
«È un’idea semplice: in tanti si è più forti, e si può continuare quello che l’altro non può più fare. Se si porta avanti il lavoro di un giornalista assassinato, si può mandare un segnale forte ai nemici della libertà di stampa: puoi ammazzare il messaggero ma non il messaggio. Non è un’idea nuova: nel 1976, il reporter dell’Arizona Don Bolles partì per incontrare una fonte. Mise in moto la sua auto, che esplose. L’indomani, però, 38 giornalisti e 28 fra giornali e televisioni decisero di continuare la sua inchiesta. Questa è la collaborazione ci deve ispirare oggi.»
Impossibile non pensare a Daphne Caruana Galizia, per cui Forbidden Stories ha un progetto dedicato: «Daphne era una giornalista investigativa sola, isolata in un paese membro dell’Unione Europea. Una piccola isola con un livello di corruzione estremamente elevato, una pratica di riciclaggio di denaro sporco e della una criminalità organizzata radicata. Investigava su temi estremamente importanti, non solo per Malta ma anche per i paesi europei e il resto del mondo, giacché la sua inchiesta coinvolgeva strutture di riciclaggio e sistemi di corruzione a livello internazionale.»

Il giorno successivo alla sua morte, sono stati tanti a muoversi: 45 giornalisti di 15 paesi, con l’obiettivo non solo di investigare su chi avesse potuto ucciderla, ma anche di proseguire con la sua inchiesta con nuove rivelazioni, che senza il suo lavoro non sarebbero state possibili. «Si è lavorato in segreto per sei mesi. Questo tipo di collaborazione crea sicurezza rispetto alle minacce. Sono inchieste che non riguardano un solo paese ma un sistema, e la morte di Daphne è stato un enorme errore anche “stretegico” perché si è dato al suo lavoro e alla vicenda una risonanza mondiale. Un’altra attività di Forbidden Stories consiste nel permettere ai giornalisti minacciati, se conducono un’inchiesta o sono su una pista rischiosa, di mettere al riparo le loro informazioni e di diffonderle, in modo da metterle al sicuro. Come dire: se mai al giornalista dovesse succedere qualcosa, noi proseguiremo il suo lavoro. Molti reporter esposti sono freelance che, quindi, non sono protetti da un editore, un direttore o una redazione, ma sono in compagnia di loro stessi.»

Forse, dopo questi tre giorni, possiamo sperare di sentirci un po’ meno soli.

 

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