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La storia infinita della diffamazione come arma di censura contro i giornalisti

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Quanto ci vuole, a tirare una riga su una riga del codice penale e un’altra sul codice civile, sostituendole con due norme moderne? Mesi, anni, Decenni. Almeno, in Italia è così. 

Da tempo il Caffè segue, come parte del grande tema della libertà di stampa, il trattamento che i giornalisti, in Italia, sono costretti a tollerare in virtù di norme antidiluviane. Il cardine dell’impianto normativo da aggiornare è il la legge sulla diffamazione, ancora ferma al primissimo dopoguerra. Nel tempo si sono resi evidenti due problemi: il primo è la conservazione della pena carceraria per chi è condannato. Il secondo, che coinvolge soprattutto i giornalisti cui manca la “protezione” dell’editore (e si tratta dei freelance, ormai sono sempre più maggioranza della forza lavoro giornalistica in Italia), riguarda le spropositate richieste di risarcimento danni in sede civile.

L’ultimo tentativo di rimediare a una situazione così sfavorevole per chi fa cronaca e inchieste è stato portato avanti dal senatore Primo Di Nicola, per tanti anni firma dell’Espresso. La sua iniziativa di riforma prevede l’inserimento, dopo il primo comma dell’articolo 96 del codice di procedura civile, del seguente comma: «Nei casi di diffamazione commessa col mezzo della stampa o della radiotelevisione in cui risulta la mala fede o la colpa grave di chi agisce in sede di giudizio civile per risarcimento del danno, su richiesta del convenuto, il giudice, con la sentenza che rigetta la domanda, può condannare l’attore, oltre che alle spese di cui al presente articolo e di cui all’articolo 91, al pagamento a favore del richiedente di una somma determinata in via equitativa». Di Nicola ha chiesto di specificare che il pagamento vada dal 25 al 100% della somma richiesta: sarebbe una autentica rivoluzione nel comparto, giuridicamente vetusto, della libertà di stampa. 

Questa norma, peraltro, potrebbe finalmente sconfiggere la pessima pratica delle cause civili intimidatorie: oggi, chiunque si ritenga non solo diffamato, ma anche solo infastidito da un articolo o servizio di stampa che parla di lui, può intentare una causa con richieste risarcitorie anche milionarie, senza rischiare nulla anche nel caso in cui sappia bene di non avere alcuna possibilità di spuntarla in giudizio, e con il solo scopo di spaventare i cronisti che si occupano di lui.

Ma il provvedimento potrebbe, per l’ennesima volta, incagliarsi nel dibattito parlamentare. E si perderebbe un’altra occasione di eliminare un fortissimo ostacolo per il lavoro di chi fa informazione: ma perché questo succede? Facile intuirlo: come denunciato dai vertici del sindacato dei giornalisti, tra le forze politiche esiste uno schieramento (trasversale: maggioranza e opposizione c’entrano poco, in questo caso) che sta tentando di annacquare, se non sterilizzare, la riforma. Insomma, c’è chi rema contro.

L’avvocato Andrea Di Pietro lo dice chiaramente, nel suo intervento sul sito di Ossigeno: «L’esame degli emendamenti proposti dai senatori, di maggioranza e opposizione, rivela una coesione inedita sul fronte dell’inasprimento delle pene pecuniarie per la diffamazione. La “strategia sanzionatoria” che sembra prendere corpo è quella secondo la quale l’intero Senato ritiene di bilanciare l’abolizione del carcere con multe salatissime, idonee ad avere un effetto raggelante sulla libertà di informazione ben peggiore di quella che aveva il carcere». 

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