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La storia di Muzaffar Salman

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Rosita Ferrato con il fotografo siriano Muzaffar Salman
Rosita Ferrato con il fotografo siriano Muzaffar Salman

Intervista a Muzaffar Salman, autore delle fotografie di Point Zero, l’ esposizione parigina curata da Maison des journalistes, di cui è ospite. Gli chiediamo della sua esperienza di rifugiato politico e della sua storia in Siria, paese da cui è dovuto fuggire perché fare il fotoreporter è diventato troppo pericoloso.

Although I had covered other stories before, I feel my first real assignement started on the first day of the sirian revolution”*; cito delle tue parole. Nella primavera del 2011 eri in Siria?
Quando scoppiò la rivoluzione ero a Damasco, dove ho lavorato per cinque anni come fotografo per un giornale. Per la prima volta, ci fu una dimostrazione che iniziò dalla moschea omayyade fino alla piazza nel cuore di Damasco. Era il 25 marzo 2011. Fu la prima e ultima dimostrazione nel centro della città; nessuno potè più farne altre.
Feci delle foto e quelli della sicurezza cercarono di fermarmi diverse volte, ma poiché era la prima dimostrazione, erano confusi, non sapevano cosa fare: uno di questi mi prese la macchina fotografica, ma la gente si radunò intorno a lui, e fu costretto a ridarmela. Decisi di tornare a casa e mandare le foto alla Ap Associated Press; il foto editor al desk a Beirut mi chiese se volevo pubblicare queste foto con il mio nome e io dissi sì, certamente. Quelle prime immagini finirono sulle copertine dei giornali di tutto il mondo, il Washington Post, Liberation e alcuni giornali arabi, come il libanese Al Akbar.

Dopo queste pubblicazioni iniziano i problemi. Come ha reagito il tuo giornale?
Il manager del mio giornale mi chiese di sospendere il lavoro con l’Ap, ma io non smisi di fotografare, optando per la pubblicazione senza il mio nome. Questo fino al 13 luglio, quando vi fu un’altra dimostrazione, e la sicurezza mi prese e mi arrestò. Rimasi 5 giorni in prigione, e quando uscii, il direttore del mio giornale mi licenziò. Continuai il mio lavoro come freelance con Ap, per due anni, fino a che nel 2012 il governo mi chiese di riprendere il servizio militare, che avevo finito da 10 anni.
Da Damasco fuggii allora in Libano, passando dalla Turchia, e poi rientrai ad Aleppo, nella parte del confine sotto il controllo del Free Sirian Army. Lì per un anno potei continuare il mio lavoro con la Reuters: le immagini della mostra Point Zero sono il frutto di quel periodo.
Nell’ottobre del 2013, smisi di documentare il conflitto ad Aleppo, perché avevano cercato di arrestarmi, e l’Isis di rapirmi, quindi era davvero difficile continuare anche nascondendo la macchina fotografica, in automobile, tenendola tra le gambe, o prendendo immagini con il cellulare facendo finta di telefonare. Poi mi sono fermato, sono tornato a Beirut per due o tre settimane; nel frattempo, tutti i miei amici di Aleppo erano già usciti dal paese passando dalla Turchia. Ad oggi non ci sono più tornati. L’Isis ha “arrestato” molti giornalisti siriani e di alcuni di loro, miei amici, non so più niente.
Quando mi è scaduto il passaporto, non potevo più stare in Libano, né ad Aleppo o in Siria, dove l’Isis uccideva chiunque facesse foto. E’ stata una scelta difficile.
Sono così arrivato in Francia, era l’aprile 2014. Ora sono rifugiato politico qui alla Maison des Journalistes.

DSC_3317Ci sono ancora dei giornalisti in Siria, qualcuno che racconti cosa sta succedendo?
All’interno del paese ci sono giovani siriani che non hanno studiato giornalismo né fotografia, ma mandano le loro foto ai media e alle agenzie di stampa.
Sono ragazzi che in genere vivono stabilmente in una zona, non vanno molto in giro, ma seguono gli avvenimenti del posto e ottengono la fiducia della gente.
Uno di loro (Molhem Barakat, ndr) è morto, tutti i media del mondo ne hanno parlato, lavorava per Reuters ed era molto giovane, aveva solo 18 anni.

Nelle tue foto non c’è solo la guerra, ma anche sentimenti, c’è molta umanità. Come riesci a cogliere questi momenti in una situazione così drammatica?
Ne ho bisogno. In una guerra è facile vedere solo sangue e cose terribili: è la realtà che hai davanti agli occhi. Ma io ho bisogno di speranza, ho bisogno di altri istanti. E’ ciò che mi fa continuare a vivere. Se non li trovo, se non colgo questi momenti preziosi, muoio.

Tu che hai pubblicato per i giornali più importati del mondo, cosa puoi dirmi dell’affidabilità dei media?
Molti mezzi di informazione non usano le immagini in modo corretto. L’ultimo fu il Telegraph, che utilizzò di recente una mia foto scattata ad Aleppo due anni fa per la Reuters di una donna combattente, e la usò parlando di donne che dall’Europa raggiungono le fila dell’Isis per combattere con loro. Questa foto ha un’altra storia, e loro l’hanno cambiata. Ho protestato e il giorno seguente hanno rettificato. Questo purtroppo capita spesso: alcuni media usano certe immagini per dire altro che non sia quanto ritratto. Specialmente per le foto di donne: ne cambiano il contesto e magari parlano di donne che fanno sesso con i jihadisti, quando invece sono siriane con figli e mariti che combattono e imparano come usare le armi per difendere se stesse e le loro famiglie.
Nonostante le proteste, non sempre i giornali sono pronti alla rettifica. Possono farlo i media europei o statunitensi, mentre alcuni media arabi come al Arabia o Al Jazeera, generalmente non lo fanno. Non ci sono regole e diventa un problema per la correttezza che voglio mantenere nel mio lavoro e nei confronti delle persone che ritraggo e che affidano a me la loro testimonianza.

Come immagini il futuro del tuo paese?
E’ difficile rispondere. Credo nelle persone e nella loro buona volontà, ma il mondo non lascia ai siriani molta scelta nel decidere cosa vogliono. Quindi non posso dirti cosa immagino, dobbiamo sapere cosa Usa, Russia e Europa cosa vogliono fare della Siria, loro lo sanno. Come spiegare il facile ingresso nel paese di rifornimenti di armi e soldi, mentre per gli aiuti alla gente questo non avviente?
Del resto, senza il sostegno di paesi forti come Russia e Stati Uniti, Bashar al Assad non sarebbe al potere. La rivoluzione non conviene a molti: l’Arabia Saudita e l’Iraq e tutta l’area che ne sarebbe condizionata… La storia insegna che è sempre così: quando la rivoluzione francese ebbe inizio, tutti i paesi in Europa, pur affermando di sostenerla, nei fatti, lavorarono contro per evitare che si rompessero delicati equilibri di potere ed economici. E si sta riproponendo nei nostri territori.

 

* “Anche se avevo coperto altre storie prima, ho la sensazione che il mio primo vero lavoro sia iniziato dal primo giorno della rivoluzione Siriana”

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