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Gli occhi del mondo su Erbil, la visita del papa e il Mediterraneo dimenticato dalla stampa

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ERBIL – «Tacciano le armi», come ha sostenuto nel suo  primo discorso a Baghdad Papa Francesco, parlando a tutti. E le armi hanno taciuto mentre i canti e i preparativi fervevano a Erbil. In un frenetico pomeriggio nel Kurdistan iracheno, in attesa dei Media Press Pass for Pope Francis per il 7 marzo allo Stadio Franso Hariri, può capitare di chiedere indicazioni a due ragazzi siriani che, invece di mandarti nella chiesa caldea che cercavi da 20 minuti, ti dirottano su un’altra chiesa ad Ankawa, Saints Peter and Paul nel sobborgo di Mar Auda, nel quartiere cristiano della città. E con grande sorpresa scopri di essere al centro della grande prova generale del comitato di accoglienza del Papa. Ben 200 ragazzi, tra i 5 e i 12 anni, impegnati con i loro insegnanti di lingua italiana nel più simpatico e spensierato motivo di benvenuto; un appuntamento unico per loro, sotto la scaletta dell’aereo papale, sulla pista dell’aeroporto americano di Erbil, sotto gli occhi di tutta la sicurezza del mondo. Per giornalisti e fotoreporter questa è la formula giusta: per errore, nel posto giusto e al momento giusto. Di questi momenti ne abbiamo vissuti diversi nei dieci giorni in Iraq, spesso per caso o anche insieme ai colleghi curdi e iracheni nel Saad Abdullah Conference Hall, all’entrata del Sami Abdulrahman Park della città la mattina del 7 marzo a Erbil, alle 6 per il controllo passaporti, e per l’avvio di quella che sarebbe diventata una giornata speciale.

Aeroporto di Erbil, l’arrivo di papa Francesco da Baghdad. Fotografia di Stefano Stranges

«Siamo più di 300, ci terranno qui fino alle 7, poi la sicurezza sposterà tutti noi in aeroporto con i bus. Ieri sera sono state fermate quattro persone, c’era movimento in alcune zone di Erbil». Parlo con Sayed, lavora come freelance per una radio curda e, mentre prendiamo il caffè nell’unico posto di ristoro, gli confermo la tensione della sera prima, vissuta anche vicino al nostro compound; alle 3.15 e alle 5 del mattino, spari neanche tanto lontani, vicino alla nostra casa in area periferica di Erbil. Poi il nostro autista confermerà i posti di blocco dell’esercito e alcuni fermi. Seivan Salim è l’unica fotoreporter curda presente al Saad Abdullah Conference. È di Duhok, nel Kurdistan iracheno. Rifugiata politica in Iran, ha studiato psicologia a Guilan, è tornata nel 2012, ha lavorato per Rudaw e l’Associated Press Agency, e poi su diversi progetti con agenzie umanitarie: UNESCO, UNICEF, UNFPA, War Child e The Lutheran World Federation. «La situazione dei media in Kurdistan è quella che vedi: è partitica, nulla di nuovo per noi. La stampa è in parte assoggettata, controllata, ma ci sono modi per poter lavorare». Parla con attenzione, Seivan, si avvicina più ai giornalisti stranieri che quelli locali, li saluta, ma si occupa prevalentemente di noi italiani. «Sono forse l’unica fotoreporter curda. Nel mio mestiere non ci sono donne. Ricordo tre anni fa un’altra ragazza non di Erbil. È difficile fare questo mestiere, anche se i colleghi sono sempre molto gentili».

Seivan è stata istruttrice di fotografia per ragazze yazidi IDP a Dohuk, i suoi sono stati pubblicati da National Geographic, Le Monde, The Guardian, Daily Beast, Sunday Times e Daily Mail. La più straordinaria opera di Seivan è intitolata Escaped e tratta delle donne yazidi salvate: è stata esposta a Ginevra, Praga, Lubiana. Una mostra di tre mesi presso la sede delle Nazioni Unite a New York per due anni consecutivi e, più recentemente, in Kurdistan al Memoriale Nazionale di Barzani a Barzan e all’Institut Francais a Erbil. L’incontro con Seivan è determinate, lei ci dice come lavorare nel suo paese: «Mio marito è un videomaker-regista, lavoriamo spesso insieme, ma stiamo attenti. Anche in questi giorni è necessario stare attenti, vedi che la sicurezza non ti perde di vista». E non aveva torto Seivan, ma le notizie su quei giorni sono state date ai media solo ora.

I servizi antiterrorismo iracheni (ICTS), il 16 marzo, hanno catturato un terrorista dello Stato islamico (ISIS) in un’operazione condotta nel distretto Abu Ghraib di Baghdad, ha annunciato un portavoce militare.

L’arresto è stato uno dei numerosi raid contro le forze dell’Isis in tutto l’Iraq, ha dichiarato Yehia Rasool, Spokesman of the Commander-in-Chief delle Forze Irachene; le forze di sicurezza che hanno trovato un covo dell’Isis nell’area di Wadi al-Shai di Kirkuk e hanno condotto un’operazione di ricerca per i militanti nella provincia di Diyala. L’ufficio di sicurezza iracheno ha annunciato su Telegram che l’intelligence è riuscita ad arrestare un terrorista nel distretto di Daquq di Kirkuk; l’ISIS, a sua volta, ha affermato su al-Naba di aver ucciso e ferito almeno 36 persone in 21 attacchi in Iraq dal 4 marzo al 10 marzo. Giorni importanti, carichi di tensione durante gli spostamenti dal 4 all’8 marzo di Papa Francesco in Iraq, il lockdown regionale per il Covid e le frontiere molto sorvegliate, come fossero zone-cuscinetto. Rasool, a febbraio, ha avvertito della continua minaccia dell’ISIS, soprattutto nel vuoto di sicurezza nelle aree contese tra Erbil e Baghdad. Rudaw Media Network ha una rete di notizie curde che trasmette in Medio Oriente, Europa, Africa, Asia, Pacifico, Canada e Stati Uniti. Sarà proprio per tale riconosciuta professionalità che, durante la messa del Papa allo Stadio Hariri ad Erbil, un collega ha voluto approfondire il discorso fatto da Francesco su “Gesù nel Tempio” proprio con noi italiani: «È in italiano, anche se tradotto è un concetto importante, fondamentale, andrebbe approfondito, curato e reso comprensibile a tutti anche a noi musulmani».

Rudaw è stato temporaneamente bandito nel Kurdistan siriano, a causa delle sue notizie di parte e delle presunte campagne diffamatorie contro i partiti politici curdi che si oppongono al Partito Democratico del Kurdistan della famiglia Barzani. Nel settembre 2017, la Turchia ha rimosso tre canali televisivi con sede nel nord dell’Iraq, compresa l’agenzia di stampa curda Rudaw. Il 28 ottobre 2017, l’ufficio dei Media della Commissione le Comunicazioni del Governo Iracheno ha emesso un decreto che ordinava la chiusura della trasmissione televisiva Rudaw, la messa al bando delle sue troupe e il sequestro delle loro apparecchiature in tutto l’Iraq. E proprio per questa ostinazione politica, non sono mancati i premi: World Association of Newspapers and News Publishers ha premiato Rudaw per aver esteso la sua portata a 100 milioni nei social media nel 2017. Il giornalista Majeed Gly, corrispondente curdo per Rudaw Media Network, è stato insignito del Ricardo Ortega Memorial Prize per i media radiotelevisivi dalla United Nations Correspondents Association (UNCA) presso la sua sede di New York.

Immagine di Marioluca Bariona

«È un popolo che vuole rinascere, che sta ricostruendo il tessuto sociale, anche attraverso nuove forme di comunicazione, anche reagendo gli attacchi dell’Isis», così commenta la visita del Papa Ivana Borsotto, neo presidente della Focsiv – Federazione degli Organismi Cristiani di Servizio Internazionale Volontariato – rappresenta 87 ONG italiane che, da quasi 50 anni, lavorano con progetti di cooperazione allo sviluppo umano in oltre 80 Paesi in ogni parte del mondo e in Italia. «Sono molto affascinata anche dalla grande presenza delle donne in tutti i campi professionali, anche nel giornalismo. Torneremo con tutti i nostri soci per occuparci di loro, dei beni primari e con un aiuto fattivo alle comunità».

Chi si occupa da sempre di comunicazione internazionale ha ben altri timori: «Spenti i riflettori, si sa bene cosa accade»: Giulia Pigliucci, capo ufficio stampa della Focsiv, commenta così queste intense giornate con Papa Francesco e le centinaia di giornalisti internazionali accreditati all’evento. «Il New York Times ci ha fotografato, eravamo lì davanti a Qaraqosh. Ma quanti di questi colleghi italiani andranno oltre l’evento? Siamo in Medio Oriente ma è anche casa nostra: noi viviamo sul Mediterraneo, ma ci occupiamo molto poco anche della nostra area geo-politica. I nostri quotidiani non seguono gli eventi come dovrebbero, questa è stata una missione storica, il Papa è stato “fermo” su questo viaggio così simbolico. È importante anche sottolineare come la nostra Cooperazione Italiana si è impegnata con un grande progetto per i prossimi tre anni in quest’area del mondo: questo è un incentivo in più a “collegarsi”, e a seguire con più attenzione ciò che accade in Iraq».

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