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La libertà di stampa in Italia secondo RSF: quanta strada resta da fare…

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«Il giornalismo, principale vaccino contro la disinformazione  è al momento ostacolato in più di 130 Paesi».
L’ultima classifica stilata da Reporter senza Frontiere conferma che l’Italia si trova al 41° posto nell’indice mondiale della libertà di stampa, piazzamento peraltro già registrato lo scorso anno. 

La ragione di questa prestazione risiede in vecchie questioni che riguardano il nostro Paese: ci sono giornalisti minacciati, cronisti sotto scorta, e le riforme che dovrebbero riguardare la professione restano lettera morta, anno per anni. Non si riesce ad approvare una legge che abolisca il carcere per il reato di diffamazione, non ci sono norme che contrastino le querele intimidatorie-bavaglio, non ci sono sostegni alla condizione, sempre più dilagante, di precariato per i giornalisti, pagati pochi euro a pezzo e senza un’ombra di tutela per il proprio lavoro. 

Non che la situazione mondiale sia felice: l’Indice evidenzia che soltanto 12 Paesi su 180 censiti godono di una reale libertà di stampa, che significa avere un’informazione sostanzialmente indipendente, plurale e non asservita, e condizioni di lavoro eque e rassicuranti per chi fa informazione. Come ormai tradizione, la Norvegia è il miglior posto del mondo per fare i giornalisti (e, per i cittadini, per ricevere notizie in maniera limpida e imparziale). Più del 70% degli Stati, per contro, vive situazioni definite “gravissime” da RSF.  

A perdere posizioni non solo la Germania (13esima), vittima di manifestazioni violente anti-chiusure per covid, ma c’è da segnalare anche la difficoltà degli Stati Uniti, al 44esimo posto, che scontano gli episodi gravi di violenza e censura contro la stampa fomentati dall’ex presidente Donald Trump, nemico dichiarato della stampa (salvo quella amica). Nei bassifondi della classifica, addirittura al 150esimo posto, figura la Russia, segnata dal caso clamoroso del dissidente Alexei Navalny.  Per restare nelle retrovie, e per citare un Paese conosciuto al pubblico italiano per vicende che lo legano a un ex presidente del Consiglio, l’Arabia Saudita è al 170esimo posto. Più in generale, il continente più ostico per i giornalisti è l’Africa: sei degli ultimi 20 Stati nell’Indice sono proprio Paesi africani.

La motivazione della classifica dell’Italia
«Una ventina di giornalisti italiani vivono oggi sotto la protezione permanente della polizia a causa di intimidazioni, minacce di morte e attacchi contro di loro, formulati e perpetrati in particolare da organizzazioni criminali e reti mafiose. La violenza contro i professionisti dell’informazione continua ad aggravarsi, soprattutto nell’area di Roma e nel sud del Paese. Nella capitale, i professionisti dell’informazione nell’esercizio delle loro funzioni sono stati aggrediti fisicamente da attivisti di gruppi neofascisti, ma anche verbalmente da sostenitori di gruppi politici, come è avvenuto ad esempio durante le manifestazioni di attivisti di partito al governo, il Movimento 5 Stelle (M5S). Complessivamente, i media italiani hanno potuto continuare a svolgere liberamente il proprio lavoro durante la pandemia, nonostante il decreto-legge del 17 marzo 2020 (Cura Italia) che specificava che le pubbliche amministrazioni dovevano sospendere temporaneamente (per mancanza di personale e per pericolo di contagio) tutte le richieste di accesso a documenti che non fossero di natura estremamente urgente. L’accesso ai dati è stato quindi più difficile per tutti i media nazionali. I principali ostacoli per i giornalisti della penisola, però, sono stati gli attivisti del diniego, un universo di manifestanti molto eterogeneo fatto di guerriglieri urbani, attivisti “senza maschera”, neofascisti, teppisti, “anarchici” e infiltrati della criminalità organizzata. Questi negazionisti hanno spesso, soprattutto durante l’ondata di proteste dello scorso ottobre e novembre, minacciato e aggredito fisicamente i giornalisti che coprivano le proteste».

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