Home»Libertà di stampa»La liberazione di Rajab e il carcere duro per i giornalisti del Bahrain

La liberazione di Rajab e il carcere duro per i giornalisti del Bahrain

7
Shares
Pinterest Google+
Nabeel Rajab

Nabeel Rajab è stato liberato dal Governo del Bahrain nella mattinata del 9 giugno, dopo cinque anni di dura detenzione nelle carceri di massima sicurezza di Jaw. Presidente del Bahrain Center for Human Rights (BCHR), Rajab è il primo importante uomo politico rilasciato dopo anni, ma restano in carcere ancora 11 giornalisti e importanti attivisti politici internazionali. Nabeel, nel febbraio 2018, era stato condannato a cinque anni di carcere per alcuni tweet che segnalavano torture nelle carceri del Bahrein e il coinvolgimento militare del paese nella guerra in Yemen. Altre accuse, più specifiche, gli erano state mosse nel 2017: “diffondere false voci in tempo di guerra”, “insultare le autorità pubbliche” e “insultare un Paese straniero”. Il primo tweet che ha messo nei guai Nabeel – e che non viene ricordato spesso – è tuttavia del 2012, quando segnalò il reclutamento di jihadisti nella moschea di Busaiteen in Muharraq a Manama, un’area molto vicina al campus universitario irlandese della facoltà di medicina.

Ken Roth, responsabile della Human Rights Watch, già nel luglio del 2014, all’interno del programma televisivo di Comedy Central intitolato Colbert Report aveva parlato di Rajab e di Nelson Mandela come di importanti difensori dei diritti civili del nostro tempo.

Con il passare del tempo, Nabeel è diventato famoso in tutto il mondo per essere stato l’anima e il cuore pulsante della Primavera Araba del 14 febbraio 2011, che ha segnato per sempre i destini della popolazione sciita del piccolo stato del Golfo Persico; un uomo che ha saputo sempre mediare con le autorità e parlare ai sunniti e agli sciiti con il cuore e la ragione. «Siamo felicissimi della notizia della liberazione di Nabeel Rajab», ha detto il rappresentante di Human Rights Watch Aya Majzoub.

Dopo il rilascio di Nabeel Rajab, tuttavia, restano ancora sotto silenzio assoluto e con zero libertà di parola 11 giornalisti bahreniti, finiti in carcere con accuse specifiche legate alla rivolta del 2011. Secondo Sabrina Bennoui, capo della redazione di RSF, «il fatto che undici giornalisti siano ancora detenuti in Bahrein rende lo Stato uno dei più grandi carceri per giornalisti in Medio Oriente, proporzionato al numero di abitanti. Le autorità devono porre fine a queste detenzioni ingiustificate».

Devono essere ancora rilasciati né si hanno notizie di parecchi giornalisti e blogger: tra questi, Hassan Mohamed Qambar, giornalista fotografo freelance già condannato in modo sproporzionato a più di 100 anni di carcere lo scorso dicembre per aver coperto le proteste nel 2011. Le accuse nei suoi confronti sono di aver sostenuto una cellula terroristica filmando le loro attività in Pearl Roundabout nel 2011, pubblicando e inviando i video sui social media e alle redazioni dei giornali internazionali. E ancora: Mahmood Al-Jazeeri, un giornalista condannato a 15 anni di prigione nel 2017 e messo in  isolamento a Jaw, perché aveva rilasciato una dichiarazione dalla sua cella nella quale smentiva il governo sulle misure sanitarie prese per combattere la diffusione di Covid-19 nelle carceri del Bahrain.

In piena pandemia, il Bahrain ha registrato a oggi 18.544 casi, con soli 45 deceduti secondo il Ministero della Salute e nessun lockdown. Per via della epidemia le autorità hanno emanato, il 12 marzo scorso, attraverso una ordinanza reale di Hamad bin Isa Al Khalifa la grazia a 901 prigionieri e liberato altri 585 detenuti delle “carceri semplici” che stanno scontando la condanna in centri riabilitativi e di formazione. Secondo il Bahrain Institute for Rights and Democracy (BIRD), si tratta della più grande amnistia messa in atto dal governo dalla Rivolta di San Valentino del 14 febbraio 2011 contro la monarchia. Nonostante ciò, però, nulla è cambiato per molti: sono rimasti in carcere a Jaw importanti personalità con doppio passaporto e altre nazionalità; sono 21 le organizzazioni umanitarie nel mondo che chiedono la liberazione di attivisti e di giornalisti per i loro ruoli nel movimento di protesta del 2011 a Manama, come Hassan Mushaima, segretario del gruppo di opposizione Al-Haq per la Libertà e la Democrazia, Abdulwahab Hussain, leader dell’opposizione scrittore e filosofo, Abdulhadi Al Khawaja, ex presidente del Bahrain Centre for Human Right in Golfo Persico e padre dell’attivista politica Zeniab Al Khawaja, ormai libera in Europa. e poi Abdel-Jalil al-Singace, portavoce di Al-Haq, ingegnere professore associato all’Università del Bahrain. Importanti figure dell’opposizione, come lo sceicco Ali Salman, segretario generale della Società Islamica Nazionale Al-Wefaq, sciolta con una sentenza del tribunale di Manama il 17 luglio 2017. Sayed Nizar Alwadaei, ritenuto “arbitrariamente detenuto” dalle Nazioni Unite in “rappresaglia” per l’attivismo di suo cognato; Sayed Ahmed Alwadaei, in esilio in UK e Director of Advocacy at the Bahrain Institute for Rights and Democracy (Bird). Infine, il difensore dei diritti umani  Naji Fateel, membro del Board of Directors of the Bahraini human rights NGO Bahrain Youth Society for Human Rights (BYSHR).

Amnesty International li considera prigionieri di coscienza che dovrebbero essere rilasciati immediatamente e incondizionatamente.

Sempre il 9 giugno scorso, le Nazioni Unite si sono espresse finalmente sulla questione della cosiddetta Brigata Zulfiqar e sulla detenzione arbitraria dei suoi membri attraverso il Working Group on Arbitrary Detention – WGAD. Si è pubblicato un documento in merito ai casi di 20 cittadini bahreniti condannati dalla Quarta Corte Penale del Bahrein il 15 maggio 2018, a seguito di un processo di massa contro 138 imputati condannati perché accusati di presunto coinvolgimento in quella cellula terroristica. Secondo la UN, in determinate circostanze, la detenzione diffusa o sistematica o altre gravi privazioni della libertà possono costituire reati contro l’umanità.

Poco prima dell’inizio della pandemia del Covid-19, esattamente il 4 febbraio 202,0 a Roma si sono aperte le porte della prima ambasciata del Bahrain e, con l’occasione, il nostro governo ha siglato con le principali imprese del regno sette accordi commerciali per un valore complessivo di 330 milioni di euro. A siglare i contratti il Principe Salman bin Hamad Al Khalifa, primo figlio del re e unico “sostenitore” in famiglia reale della causa sciita. Il Bahrein è al 169 ° posto su 180 Paesi e territori nell’indice Freedom Press World 2020 di RSF .

 

<iframe src=”//media.mtvnservices.com/embed/mgid:arc:video:comedycentral.com:eb92d118-a248-4aa0-ab2e-7c211c102338″ width=”512″ height=”288″ frameborder=”0″ allowfullscreen=”true”></iframe>
Previous post

Giornalisti e dibattiti social, da #BlackLivesMatter a #Montanelli

Next post

Spinoland (14) - Quei rumori dissidenti contro la trionfante democratura serba