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La deriva autoritaria di Macron: quale libertà di stampa per la Francia?

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Michel Zecler, produttore musicale assaltato dalla polizia parigina e “salvato” da filmati che Macron vorrebbe vietare per legge

PARIGI – Venti minuti. Venti minuti di pestaggio in piena regola, di insulti razzisti, di umiliazioni. Il calvario vissuto da Michel Zecler, 41 anni, produttore di musica e proprietario del label Black Gold Studios, ha ammutolito la Francia. In effetti, a differenza di molti altri, quel pestaggio è stato filmato, da telecamere di sorveglianza. Ed è finito nelle case di tutti grazie a un video virale: le immagini in bianco e nero sono diventate una testimonianza potente di quella cancrena che, da qualche anno a questa parte, sembra avvelenare le forze dell’ordine oltralpe. Sì, perché gli aguzzini di Michel Zecler non sono i membri di una gang di periferia, non sono delinquenti: sono poliziotti.

La colpa di Michel Zecler è stata quella di non portare la mascherina durante quei dieci minuti in cui era uscito dallo studio di registrazione per fumare una sigaretta. Una volta notata l’auto di polizia che  pattugliava la zona, Michel è tornato prudentemente nello studio. I poliziotti sono entrati illegalmente forzando la porta e lo hanno picchiato a sangue, per venti interminabili minuti. Hanno poi compilato un rapporto zeppo di menzogne: Michel si sarebbe ribellato, avrebbe tentato di sottrarre l’arma a uno di loro, avrebbe tenuto propositi minacciosi. Le telecamere raccontano una storia diversa: quella di un uomo terrorizzato e immobile, che subisce colpi senza proferire parola, che viene trattato da «sale nègre» e non reagisce, attonito. Grazie a quel video, oggi i tre poliziotti sono in custodia cautelare. Ma senza quelle immagini,  il produttore musicale sarebbe in prigione, inchiodato dalle false testimonianze contenute in quel rapporto. 

La storia di Michel Zecler è diventata un simbolo, in una Francia che dalla crisi dei gilet gialli a oggi, assiste impotente alle azioni di una polizia sempre più violenta, cauzionata in silenzio dal governo di un presidente accusato regolarmente di indifferenza verso il popolo, di una crudele mancanza di empatia, del ricorso sempre più frequente alla repressione. 284 feriti gravi, ventiquattro persone che hanno perso un occhio, cinque persone a cui hanno amputato un arto, undici morti: questo è il bilancio di un anno di manifestazioni dei gilet gialli contro l’aumento delle ineguaglianze e contro l’abbandono della società rurale da parte delle autorità. Cifre da dittatura, impensabili nella patria della Dichiarazione dei diritti umani. Eppure.

Il giornalista David Dufresne, ogni fine settimana dal novembre 2018 in poi, ha tenuto il conto degli episodi, denunciando l’uso sproporzionato di flashball, di granate anti-sommossa lanciate sulla folla pacifica, raccontando i pestaggi per strada a colpi di manganello su manifestanti di ogni età, dai ragazzini ai pensionati. In Francia, il presidente Macron ha gestito i gilet gialli come Berlusconi gestì il G8 a Genova, lasciando briglia sciolta a una polizia già estenuata da quattro anni di stato di emergenza continuo, decretato in sèguito agli attentati terroristici del 2015. Una polizia in cronico sotto-effettivo, sottopagata, un corpo di funzionari in cui la frustrazione è dilagata come un acido corrosivo, minandone i principi, liberando la voce degli estremi e trasformando l’incidente eccezionale in deriva ordinaria.

Un mese fa, il sito Streetpress denunciò la scoperta di due gruppi Facebook privati; uno di questi contava 9.000 membri, quasi tutti poliziotti. Gli scambi all’interno dei gruppi hanno creato un immenso imbarazzo in seno all’IGPN, detta «La police des polices», l’organismo che dovrebbe sorvegliare le anomalie e gli abusi di potere all’interno delle forze dell’ordine. I post rivelavano propositi razzisti, apologia della violenza, insulti omofobi. E le istituzioni non hanno fatto nulla, per frenare queste dinamiche pericolose. Anzi.

Oggi i Francesi sono di nuovo in piazza – decine di migliaia di persone hanno sfilato sabato scorso a Parigi e in tutte le grandi città dell’Héxagone durante la «marcia delle libertà» – proprio perché il governo intende varare una nuova legge per proteggere le forze di polizia. La «loi de sécurité globale», che l’esecutivo si appresta a varare, prevede il divieto di filmare le azioni delle forze dell’ordine durante le manifestazioni, l’uso di droni per il riconoscimento facciale dei manifestanti, maggiori poteri agli agenti di sicurezza privati. Questo arsenale legislativo preoccupa seriamente i giornalisti, a cui verrebbe di fatto impedito di svolgere il proprio lavoro di testimonianza, e sconcerta tutti i cittadini, confrontati a un imminente dispositivo anti-democratico che minaccerebbe le libertà individuali.

L’avvocato Arié Alimi, difensore di numerosi gilet gialli accusati di insubordinazione, è inquieto: «Diversi manifestanti furono accusati ingiustamente dalle forze dell’ordine. Se abbiamo potuto difenderli in tribunale, è stato in gran parte grazie alle immagini filmate dai giornalisti e dai cittadini coi loro smartphone». Gli fa eco Maxime Nicolle, uno dei portavoce iconici e coordinatore del movimento dei gilet gialli: «Il 24 novembre del 2018 avvenne il famoso “atto seconno” del movimento: eravamo riuniti a Parigi, sugli Champs Elysées. La polizia cominciò a lanciare lacrimogeni e granate anti-sommossa sulla folla che protestava seduta pacificamente in mezzo alla strada. Furono le forze dell’ordine a innescare le sommosse, in maniera totalmente ingiustificata». 

Il Ministro degli Interni Gerald Darmanin tenta di difendere la legge smorzando i toni e accennando a «giornalisti che potrebbero venire integrati alla polizia nei giorni di manifestazione per seguire il corso degli eventi». Un suggerimento che rimanda di fatto al giornalismo embedded. Sappiamo ciò che questa pratica ha generato nel giornalismo di guerra: una potente auto-censura che ha oscurato i crimini e gli abusi commessi dagli eserciti. Macron aspirerebbe alla stessa cosa? C’è da chiederselo, visto che la prima carica di esplosivo apposta alla costruzione meticolosa del suo apparato comunicativo è stata innescata proprio grazie a una manifestazione repressa violentemente, col suo corredo di video accusatori.

Bisogna infatti tornare allo scandalo Benalla per decriptare la diffidenza e il desiderio di controllo del presidente Emmanuel Macron verso i media e in particolare verso gli organi di stampa alternativi e indipendenti. Alexandre Benalla, bodyguard del presidente, fu sorpreso a picchiare manifestanti durante una manifestazione studentesca nel maggio del 2018, pochi mesi prima che la miccia della collera dei gilet gialli prendesse fuoco e bruciasse per un anno intero. I video di quello scontro divennero virali. Benalla, fino ad allora sconosciuto ai francesi, indossava una fascia sul braccio che lo identificava come poliziotto, pur senza averne diritto. Chi gli fornì casco e arma di ordinanza? Chi lo lasciò commettere abusi senza intervenire? Grazie a quelle immagini, i giornalisti cominciarono a indagare sul profilo di un uomo violento, dotato di privilegi sconcertanti per un semplice bodyguard: un appartamento lussuoso di funzione e uno stipendio faraonico che nessuno seppe giustificare. Si rivelò che Benalla, vicinissimo al presidente, frequentava cattive compagnie: avrebbe insistito per far entrare all’Eliseo come guardia del corpo un certo Makao, amico a sua volta di Jawad Bendaoud, l’uomo di Saint Denis che ospitò i terroristi del commando del 13 novembre.

Queste informazioni crearono un’ondata di scalpore: la prima frattura nell’impianto perfetto della comunicazione presidenziale gestita, fino a quel momento, in maniera millimetrata.  Macron era riuscito a rappresentare fin lì, l’uomo-immagine dell’Europa. La comunicazione super efficiente dell’Eliseo aveva addirittura saputo trasformare un politico ultra-liberale in beniamino della sinistra. Nella carta imprevisti del monopolio macroniano, non c’era posto per uno come Benalla. Eppure era lì e qualcosa andò storto. Da quel momento, niente fu più come prima. La diffidenza verso l’inquilino dell’Eliseo cominciò a installarsi, a prendere forma, fino a farlo diventare uno dei presidenti meno amati della Quinta Repubblica. Chi ha circondato un tempo il presidente, dal suo ex ministro degli Interni Gerard Collomb, all’ex primo ministro Edouard Philippe, fa trapelare la sua grande difficoltà ad accettare le critiche. Un’incomprensione cronica che tenterebbe di cancellare dando più potere alle forze dell’ordine e chiudendo gli occhi sugli abusi di quest’ultime.

«Il presidente rifiuta di fatto il confronto con il suo popolo», commenta Maxime Nicolle. «Dopo diverse manifestazioni di gilet gialli, il Primo Ministro Philippe ci propose un incontro. Noi avremmo accettato, ma a patto che potesse essere filmato e mostrato al pubblico. Dall’Eliseo rifiutarono categoricamente. E da allora i poteri forti si sono ancora più arroccati nelle loro posizioni, mentre la gente soffre. In questi ultimi anni, la povertà è cresciuta in maniera vertiginosa, le ineguaglianze sono aumentate», prosegue Maxime. «Duecentomila persone mi seguono sui social e si confidano con me lamentandosi delle condizioni di vita sempre più precarie, soprattutto nelle zone rurali. Alcune di queste persone non hanno trovato altra soluzione che il suicidio».

In questi giorni, la Francia ha ricevuto un richiamo all’ordine dalla parte dell’ONU a proposito della legge sulla sicurezza globale e sul suo contenuto liberticida. I termini impiegati dalle Nazioni Unite sono particolarmente severi e ricordano al governo d’oltralpe il libero diritto di informare e la necessità di realizzare documenti fotografici e film in nome del controllo democratico delle istituzioni pubbliche. Chissà se il presidente accetterà questa critica e farà un passo indietro, o se procederà in quel cammino che lo sta allontanando, ogni giorno un po’ di più, dal consenso e dalla fiducia dei suoi cittadini. 

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