Home»Professione giornalista»Karen Akoka e il lessico famigliare nel giornalismo sul tema dei migranti

Karen Akoka e il lessico famigliare nel giornalismo sul tema dei migranti

0
Shares
Pinterest Google+
Karen Akoka, ricercatrice UNHCR

Le parole sono importanti. E una definizione può cambiare per sempre un destino. Niente è più vero di questo quando si parla di fenomeni migratori; il lessico e la terminologia impiegati per descriverli condizionano da anni la visione dell’opinione pubblica e le strategie adottate dalle istituzioni per gestire le politiche migratorie.

I media si sono adattati, chi più chi meno, ad adagiarsi su una dicotomia ricorrente, per spiegare, illustrare e sviluppare lo storytelling sulle popolazioni soggette al fenomeno. Migranti economici o rifugiati? Le due identità sono determinate da chi studia da vicino i dossier dei richiedenti asilo; finire in un campo o nell’altro comporta conseguenze decisive nel destino di queste persone ma, spesso, ciò che determina questa scelta ha una natura più arbitraria di ciò che si potrebbe pensare

Da quando è cominciata questa distinzione così netta? Che cosa l’ha innescata? E cosa ci racconta delle istituzioni e delle nazioni che la mettono in pratica? Sono le domande che si è posta la ricercatrice francese Karen Akoka, indagando sulla questione. Forte del suo lavoro di anni presso l’Alto Commissariato delle Nazioni Unite per i Rifugiati, ha raccolto i risultati della sua ricerca nell’interessantissimo libro «L’asile et l’exil» (L’asilo e l’esilio, pubblicato dalle edizioni La Découverte e ancora inedito in italiano), un’opera che offre un punto di vista estremamente chiarificatore sulle dinamiche dell’accoglienza ai migranti e sulla loro percezione da parte della società nel corso degli ultimi decenni.

«Quando ero più giovane, ho lavorato  a lungo per l’UNHCR; ero felice di far parte di una simile istituzione, agivo in assoluta buona fede ed ero convinta di contribuire al bene altrui», racconta Akoka. «Il mio incarico consisteva nell’analizzare i dossier relativi a numerosi richiedenti asilo. Ben presto, però, mi ritrovai di fronte a diverse questioni che mi mettevano a disagio. Avevamo davvero gli strumenti per decidere chi e perché aveva diritto allo statuto di rifugiato? Eravamo giovani, talvolta inesperti, ci basavamo su fonti su cui non avevamo un controllo diretto, come i rapporti delle ONG, senza contare che i tempi per trovare le soluzioni erano limitati. C’erano davvero le condizioni adatte per scoprire tutta la verità sul percorso e l’identità di un migrante? E soprattutto: aveva un senso classificare percorsi e vite così complesse, in due categorie nette? Mi chiesi se i criteri per stabilire le differenze fossero criteri validi, se rispondevano realmente a riflessioni oggettive oppure ci trovavamo sul terreno dell’arbitrario. Una partenza volontaria valeva meno diritti rispetto a una partenza forzata. Un flusso collettivo doveva in genere essere prioritario rispetto alle iniziative individuali. In fondo, perché una cosa dovrebbe essere più legittima dell’altra? Rischiare di morire di fame è meno importante di rischiare di finire in prigione per un’idea politica? In generale, si è stabilito con questa differenza tra migranti economici e aventi diritto allo statuto di rifugiato, che le prospettive socio-economiche sono meno rilevanti rispetto  alle prospettive di vivere in una società di diritto. La gerarchia così stabilita mi disturbava profondamente».

Il libro di Karen comincia con la storia di Alyan, il bambino siriano ritrovato annegato su una spiaggia turca e fotografato in un’immagine drammatica che ha fatto il giro del mondo ed è diventata ben presto il simbolo di questa tragedia contemporanea. Era il 2015 e all’epoca l’emittente araba Al Jazeera invitò a riflettere sulla disumanizzazione e sulla spersonalizzazione provocata nelle coscienze collettive dal termine “migranti”.

«La definizione rifugiati rende in automatico più legittimi», continua la ricercatrice. «Bisogna estrarci da questo ragionamento, perché i termini così concepiti in realtà non ci dicono molto sulle persone che pretendono definire. Ci dicono molto invece sugli Stati e sulle istituzioni che hanno deciso in un certo contesto storico e politico di mettere in atto questa distinzione. Esistono degli autentici interessi geo-politici che portano alcuni a considerare le persone che provengono da una certa area del globo rifugiati, piuttosto che migranti economici».

Karen Akoka mette l’accento sul periodo della guerra fredda.

«All’epoca, quelli che arrivavano da Paesi comunisti acquisivano quasi d’ufficio lo statuto di rifugiati, sia che venissero dal blocco dell’Est, oppure da Paesi dove si era imposta la dottrina comunista, come il Vietnam. Non venivano richieste prove speciali, non veniva domandato ai richiedenti se fossero davvero perseguitati, se la loro esistenza fosse realmente oggetto di minacce. Ci si limitava spesso a consultare il semplice dossier e ad attribuire quasi automaticamente lo status. Naturalmente, dietro a questa magnanimità, vi era il preciso interesse dell’Occidente a  screditare l’ideologia comunista, a far passare i dirigenti di quei Paesi come oppressori »

E così, per anni, l’accoglienza nascondeva in realtà penosamente un’intenzione di propaganda che stigmatizzasse “gli altri”. Ma poi la guerra fredda ha avuto un termine. L’Occidente ha trionfato, i nemici sono diventati altri. «Il vero cambiamento nella percezione delle migrazioni è giunto nel corso degli anni Ottanta», spiega Akoka. In effetti, se l’80% dell’opinione pubblica si proclamava – nei sondaggi nella prima metà degli Ottanta – favorevole alla migrazione, le percentuali si invertivano al termine del decennio edonista per eccellenza, quello dove le teorie neo-liberali cominciavano a farsi largo ovunque, con il consenso generale, le stesse teorie che additavano le politiche nazionali più sensibili al sociale come fallimentari.

«Alla fine degli anni Ottanta, il fenomeno migratorio cominciò a essere percepito come un problema, si diffuse il pregiudizio contenuto in espressioni come «Ieri erano rifugiati veri, oggi no». È importante capire che stabilire la differenza tra migranti economici e rifugiati coincide con una scelta politica deliberata, e non con un criterio oggettivo. A un certo punto della storia, si è deciso che i diritti socio-economici venivano dopo i diritti civici e politici. 

A determinare la situazione fu, poi, spesso la constatazione della provenienza di una gran parte di migranti. Ad esempio, in Francia, i rapporti diplomatici e commerciali con molti Paesi africani sono estremamente stretti. Concedere con facilità statuti di rifugiato a migranti provenienti da quelle nazioni avrebbe complicato le relazioni. Quasi sempre, nel corso del tempo, a seconda dei vari interessi geo-politici in gioco, la definizione di rifugiato formulata dalla Convenzione di Ginevra è stata interpretata in maniera differente a seconda di ciò che conveniva fare in quel momento».

La ricercatrice illustra come, nel corso della storia, gli esempi si moltiplichino. Quando la Russia fu investita dalla rivoluzione bolscevica, in occidente i Russi che ne fuggivano vennero considerati subito come rifugiati. Non fu la stessa cosa per gli ebrei che, negli anni Trenta, fuggivano dalla Germania nazista: in Francia furono accolti tardivamente, perché prima si tentarono accordi diplomatici con Hitler. «Purtroppo, la distinzione tra migranti economici e rifugiati è un preconcetto duro a morire, perché tutta la politica migratoria ruota attorno a queste idee», conclude Karen Akoka. Cambiare il lessico, rifiutando gli elementi di linguaggio forniti da quel che si rivela un pre-concetto, potrebbe essere il primo passo per un cambiamento di percezione?

Previous post

Freedom House: la democrazia è assediata, ma non sconfitta

Next post

Mario Scalesi, il poeta maudit fuoriclasse e dimenticato