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Jasmina Tešanović e il coraggio di avere paura

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Io abdico al potere…

Da donna, da donna invisibile, senza patria e senza madrelingua, io abdico al potere. Da secoli ho visto regnare, da secoli ho cercato di nascondermi dal potere che mi rendeva visibile solo quando trasgredivo. E adesso cosa volete? Che metta tutto a posto io? Che abbia delle soluzioni? […] Non che io non veda essendo invisibile. Guardare non vuol dire vedere. Io vedo molto più di molti e di quello che vorrei. Non che io non sappia come fare certe cose. Governare da invisibile, specialmente uomini infuriati. Da secoli lo faccio fingendomi invisibile per evitare l’ira, per evitare la trasformazione dal femminile al maschile una volta esposta al pubblico. Un requisito indispensabile per la donna al potere, per evitare la cancellazione dalla storia, quasi regolare per donne al potere e artisti. E poi cosa mi chiedete di fare? Di governare gli italiani? Ma gli italiani da sempre hanno un governo contro il governo governabile, l’anarchia come metodo, la corruzione come sistema, fantasia al potere come scopo. Ma gli italiani non hanno bisogno di un governo, hanno la mamma, hanno il loro stile di vita personalizzato, tradizionale ma creativo, hanno il piatto di pasta. Gli italiani hanno un perenne bisogno di un governo provvisorio e io sono una donna eterna che ha almeno tremila anni. Non ci sto a questa trappola. […] E l’invisibile per essere governabile deve diventare visibile.


Jasmina Tešanović, per Fase 25. Il governo necessario (il manifesto)

 

I torinesi sono affezionati a Jasmina Tešanović soprattutto per Globalisti a Torino, la rubrica del magazine Torinosette curata insieme al marito, Bruce Sterling. Jasmina Tešanović è nata a Belgrado, vissuta al Cairo, cresciuta a Milano; infine, si è innamorata di Torino. «Dovevo stare tre giorni, sono rimasta tredici anni». Ha appena finito di scrivere un urban fantasy ambientato a Torino, che uscirà in italiano, inglese e serbo, con il titolo La clandestina, in cui ritorna il tema ricorrente dell’invisibilità: parla di donne dimenticate, che si tratti di prostitute o di regine.

L’INTERVISTA

Jasmina Tešanović (Belgrado, 1954) è attivista, scrittrice, traduttrice, pubblicista, regista.

Lei associa il politicamente corretto all’immagine della casalinga della middle class americana. Ma i titoli delle sue opere sono tutt’altro che sobri: memorie di un’idiota politica, una regina eretica, una donna sempre disobbediente. Pensa che l’irriverenza, intesa come paladina della libertà, sia una dote tipicamente femminile?

«Recentemente sono stata invitata a parlare del rapporto delle donne con la tecnologia: ho raccolto impressioni e riflessioni sul loro approccio alla tecnologia, molto diverso da quello maschile, e ho notato che dove c’erano potere e soldi mancavano le donne. Le donne sono più creative, sono in grado di pensare out of the box nei modelli e nei moduli, sanno rivoluzionare certe cose, cadere nel vuoto. Per prime si preoccupano della sicurezza, della privacy. Sono delle avanguardie. Non essendo nel mainstream – se ci pensiamo, in Serbia hanno avuto diritto di voto nel ’45, lo stesso è accaduto in Italia – non hanno ancora un istinto alla democrazia e alla libertà, non hanno la consapevolezza che la loro voce sarà ascoltata o che sono centrali nella sopravvivenza di ogni giorno. Ci sono geni inimmaginabili tra le donne. Penso alla matematica Ipazia, uccisa perché era una scienziata, donna e colta».

A proposito di tecnologia e di scienza, Casa Jasmina a Torino è un modo per fare esperienza di vivere nel futuro, lontano dagli stereotipi di robot ipertecnologici. Come tradurrebbe smart? Quali sono le risorse che si immagina indispensabili nel futuro?

«Io odio la parola smart perché abusata. Ci sono mille parole diverse, più belle. Io dico sempre che  non voglio che il mio materasso sia più smart di me! Casa Jasmine è la casa del presente, della gente che ci vive, dove i prodotti devono essere utili per la vita quotidiana. Bisogna capire se un oggetto serve o se nuoce, non come è fatto. C’è una dittatura di alcune compagnie, io non voglio esserne schiava e non voglio una tecnologia invasiva».

Ha dichiarato che l’esperienza della pandemia le ha fatto maturare una sfiducia nel fatto che valga la pena vivere “attivamente”. A differenza di quanto avviene in guerra, la pandemia ci ha visti uniti contro un nemico comune, ma pare che l’irragionevolezza abbia prevalso, così come durante i conflitti…

«Su paura e coraggio ho una teoria. Io provengo da una famiglia di medici, di ingegneri, sono stata la pecora nera perché artista. Mia madre ha lottato come pediatra per vaccinare i bambini. Durante l’esperienza del lockdown mi sono presa della codarda e della scema perché ho creduto alla pandemia, perché non ho pensato che si trattasse di propaganda o di una congiura delle multinazionali. Ma questa gente che si vanta di essere coraggiosa, in realtà, ha paura di affrontare i pericoli reali della vita e della civilizzazione: non lo vedi, dunque non esiste. Aver paura è una scelta coraggiosa. Io ho paura dell’ignoranza e della mancanza di coraggio».

Lei è anche una scrittrice di guerra: quale peso ha avuto la paura nel suo modo di fare letteratura?

«Trovo ci sia un parallelismo tra la guerra e la pandemia. La guerra nei Balcani è stata l’aggressione serba a tavolino, la Serbia era il centro del male, il nostro esercito era simile al virus. Ma c’era paura di accettare la realtà, si è trattato di non voler ammettere l’ovvio: che erano i nostri uomini, i nostri fratelli a uccidere altra gente e questo lo pensava gente che io definisco decente, come il postino, come mia madre. Sono stati complici non coscienti».

Durante i durante i bombardamenti della Nato, lei ha scritto “Normalità. Operetta morale di un’idiota politica”. Scrivere è stata anche una strategia di sopravvivenza?

«Non sono nata con la penna in mano, l’ingiustizia mi ha motivata a scrivere. Ho scelto di scrivere libri come atto di giustizia. E questo è dato a tutti: il fatto che tutti scrivano è bello, perché tutti possono esprimersi e poi, oggi, sono sfumati i confini tra il giornalismo, la letteratura, un blog. L’unico denominatore comune è il coraggio di dire come la pensi. A volte non riesco a credere ai titoli di giornale. C’è sempre un’altra storia, dietro una storia. Ad esempio, le donne sono presentate solo come vittime o come colpevoli, ma dietro quelle storie c’è una persona vera».

Lei viene presentata come un’artista femminista. Che significato assume, oggi, essere una femminista?

«Io non sono nata femminista, lo sono diventata. Odio gli uomini femministi: se fossi uomo, non lo sarei mai. Non ero povera, non sono stata violentata, sono bianca, istruita. Ma ho sentito la discriminazione. Esistono teorie sofisticate, buone, altre utilitarie, fatte da uomini ma, per me, femminismo significa aver sentito la discriminazione ed esserlo tutti i giorni. Finché il femminismo sarà un’esperienza privata, finché si sentirà la discriminazione, non finirà mai. Quando vedo una donna al potere, noto che ha qualcosa di “storto”, di molto maschile. Il femminismo, per me, è un problema e una soluzione. E poi sono contenta che stia per nascermi una nipotina, perché la vita delle donne è più piena: salvano il mondo nelle situazioni difficili».

 

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