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Informazione e narrazioni: il giornalismo al servizio del racconto del mondo

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Quale forma ha la realtà? La rappresentazione del mondo narrato dai media ha una profonda influenza sulla percezione di come vanno le cose. E spesso c’è uno scollamento tra ciò che è e ciò che sembra. Se ne è parlato in occasione del Festival Mezzopieno, che si è tenuto a Torino il 3 e 4 ottobre scorsi, nel panel La forma della realtà. La narrazione e la percezione del mondo. Sono intervenuti Chiara Giaccardi, docente di Sociologia e Antropologia dei media all’Università Cattolica di Milano, Davide Demichelis, giornalista e documentarista, Bruno Mastroianni, filosofo, giornalista, social media manager di trasmissioni di Rai3 e Rai1, Marco Berry, illusionista e conduttore televisivo, e in un contributo da remoto Nando Pagnoncelli, sondaggista e amministratore delegato di Ipsos Italia.

Inevitabile il riferimento all’esperienza del lockdown, che ha costretto a un nuovo modo di fare comunicazione, segnando la perdita di molti punti di riferimento e la coabitazione con l’incertezza.
Nel racconto mediatico è prevalsa la stigmatizzazione delle minoranze – i disobbedienti, ad esempio, rispetto ai tanti che hanno rispettato le regole – perché fanno più rumore. Sui social network sono confluite tutte le paure ma per Bruno Mastroianni, che si occupa di discussioni online, conflitti e comunicazione di crisi, queste sono «negatività da guardare in faccia con molto coraggio. Un aspetto che emerso già dai primi giorni è stato quello della delazione: la gogna mediatica per chi non rispettava le regole, un modo per nascondere le proprie fragilità camuffate nella tendenza a sentirsi migliori dei colpevoli».
Oggi è ancor più evidente che la responsabilità della comunicazione sia condivisa: salta la dicotomia tra addetti ai lavori, quali i professionisti dell’informazione, e opinione pubblica, che non è più solo destinataria e fruitrice, ma agente. Sono cambiati i ruoli e c’è un richiamo ai professionisti e ai cittadini a fare la propria parte nella comunicazione, ciascuno al suo livello. «Il cambiamento è già in atto. Mi fa sorridere sentire ancora parlare di nuovi media, come se fossero l’ultima novità, mentre sono pienamente nel presente. Siamo cittadini digitali, la nostra vita digitale è integrata nella nostra vita fisica. Quante volte non ricordiamo se una cosa ci è stata comunicata a voce, via mail o sui social!»
Merita una riflessione l’ovvietà che lo scontro sia diventato un modello comunicativo di successo, utilitaristico, che attiva visibilità e consenso ed è dunque vincente. Come è stato evidenziato, nel recente confronto elettorale Trump-Biden non si è prestata attenzione ai contenuti della comunicazione, piuttosto ci si è concentrati sul tentativo dell’uno di dominare l’altro attraverso lo scontro. «La competenza denigratoria è diventata l’elemento fondamentale della comunicazione», commenta Chiara Giaccardi. «Ma se il leitmotiv dominante è colpire alla pancia, io preferisco recuperare il dialogo che, invece, è collegare ciò che è distante». Cita Raimon Panikkar, che distingueva tra dialogo dialettico, inteso come lo scontro bellico, la guerra dei dossier, il complottismo, un giornalismo dove il fine giustifica i mezzi per annientare l’altro, e dialogo dialogico, dove, invece, la parola, il gesto, la postura hanno la funzione di ridurre le distanze. «Il dialogo dialogico è generativo, perché mette al mondo qualcosa che prima non c’era. Occorre rileggere l’idea di comunicazione, a partire da McLuan e dal medium come messaggio. Se la comunicazione è ridotta a trasmissione di contenuti, allora è un modello statico, simile a quanto accade tra le macchine nel processo trasmissione-decodifica. Antropologicamente più qualificante è la comunicazione come tentativo di raggiungere un sentire insieme, convergere a partire dalla divergenza. L’informazione tende a polarizzare e classificare, la narrazione ricuce la dimensione del tempo e apre spazio all’avvenire come qualcosa ancora da scrivere».

Con l’informazione, l’arte della narrazione è sulla via del tramonto: lo aveva già evidenziato Walter Benjamin nel saggio Il narratore. Non solo, il rischio sempre dietro l’angolo è che sia trascurata la responsabilità di chi fa informazione di costruire le narrazioni e dunque lo sguardo sul mondo.
A questo proposito, si è parlato di distorsioni e storture nel racconto giornalistico con Davide Demichelis, autore di una pubblicazione ormai datata, ma non per questo meno attuale, L’informazione deviata, incentrando sull’Africa il discorso sugli «inganni dei mass media nell’epoca della globalizzazione», come recita il sottotitolo.
«Sull’Africa, prima ancora della deviazione, c’è una mancanza di informazione. Si potrebbe parlare della guerra ancora in corso in Somalia, dell’estrazione di coltan in Congo, del problema vero del continente africano che non è la fame ma lo sviluppo, ma bisogna fare un passo indietro perché c’è ancora chi, pur essendo tra gli addetti ai lavori, non sa dov’è il Madagascar».
Un vuoto di conoscenza, dunque, un’ignoranza non percepita. «Gandhi parlava di cinque fasi della lotta: l’indifferenza, poi lo scherno o l’ironia, poi la discussione o polemica, poi il confronto e, infine, l’approvazione. Ecco, in Africa siamo ancora fermi alla prima fase.»

 

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