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India: la stampa contro le bugie del governo sulla pandemia

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A Nuova Delhi la situazione è tragica: nella città di 25 milioni di abitanti solo 49 letti sono ancora disponibili nelle unità intensive degli ospedali, la pandemia prosegue a un ritmo incalzante e nessuna classe sociale è risparmiata. L’India piange ufficialmente più di 180.000 morti. Si sfiora l’ecatombe. Il tasso delle persone testate positive raggiunge ormai il 30% e la capitale è la città più contaminata del Paese. Si vaccina, ma troppo poco. Si agisce, ma troppo poco. Le autorità di Delhi si sono decise ad agire soltanto venerdì scorso, dopo che la curva delle infezioni aveva già impennato da settimane, decidendo un lockdown per il weekend.

Se le cifre spaventano, la realtà dovrebbe spaventare ancora di più. Perché i fatti raccontati da una stampa indipendente in grande difficoltà, ostacolata di continuo dalle autorità e da una volontà subdola ma costante di minimizzare gli eventi per non creare caos politico in periodo di elezioni, aprono la porta all’orrore. Ci sono Stati indiani come l’Orissa, essenzialmente rurali, dove i morti sono di rado dichiarati ufficialmente. Ci sono persone di cui non era stata dichiarata nemmeno la nascita, in assenza di uffici istituzionali in aree rimaste caratterizzate da un impianto sociale e economico medievale.

Se Bombay, coi suoi ospedali all’avanguardia, le sue università e i suoi centri di ricerca, registra 30.000 morti, la regione rurale di Bihar, ai confini col Nepal, ne segnala solo settecento.
Ma non è una buona notizia. Perché nella più grande democrazia del mondo, solo 22% dei decessi vengono comunicati allo stato civile, l’assenza di dati riguarda soprattutto regioni prive di ospedali e centri di salute pubblica. Qui, a Bihar, nell’Orissa, nel Chattisgarh, nel Jharkand, la gente muore in casa, negli slum, nei villaggi di campagna senza vie d’accesso agevoli per le città. Qui si nasce e si muore in silenzio, in regioni già devastate dall’impatto del global warming, con monsoni che ritardano, raccolti scarsi e compromessi, accesso difficoltoso o impossibile a risorse d’acqua potabile, tanto che le condizioni di salute degli abitanti si sono già deteriorate considerevolmente negli ultimi anni, rendendo più facile per il virus di estendere la sua morsa mortale.

Oggi numerosi epidemiologisti denunciano una verità taciuta dagli organi di stampa ufficiali, e martellata da tempo da fonti di informazione indipendenti ma regolarmente messe in scacco dal potere centrale: l’India piangerebbe in realtà due milioni di morti, e non i 200.000 circa dichiarati. Le cifre devono essere moltiplicate per dieci. Basta vedere i ghat di Varanasi e delle città lungo il Gange o i fiumi principali della grande nazione: le cremazioni procedono a un ritmo incalzante, mai visto.
Il crematorio della città santa di Puri, è stato costretto a vietare la cremazione di corpi provenienti da altri distretti: code mostruose, attese di ore per dare incenerire le salme, addirittura un black-out elettrico sono venuti a complicare l’attività del crematorio, una situazione che l’Hindu Times definisce inedita.

Ma gli errori si susseguono e la situazione nei prossimi giorni rischia ancora di peggiorare.
Il primo Ministro ha chiesto ai fedeli hindu che celebrano il famoso Kumbh Mela a Haridwar, nell’Himalaya, un pellegrinaggio che ogni dodici anni richiama milioni di devoti sulle rive del Gange, di non riunirsi fisicamente ma di celebrare l’evento in maniera simbolica e virtuale. La domanda è arrivata troppo tardi. Così come le celebrazioni in marzo di Holi, la famosa e suggestiva festa primaverile dei colori, ha visto migliaia di persone riversarsi nelle strade e nei templi, il Kumbh Mela sta già attirando folle oceaniche ed è già diventato, di fatto, un cluster gigante.
Anche se i vaccini proseguono a un buon ritmo e gli Stati Uniti di Joe Biden hanno promesso in queste ore di inviare rinforzi, la situazione vaccinale resta debole: solo il 10% della popolazione avrebbe ricevuto una dose, mentre, a titolo di esempio, il Regno Unito vanta il 63% della popolazione ormai protetta dal virus. Senza contare poi la presenza sempre più preoccupante del « triplo mutante », la cosiddetta variante indiana, particolarmente resistente agli anticorpi, ritrovata già su un quarto dei contaminati nelle ultime settimane. 
Se la narrazione della pandemia in India presenta numerose imprecisioni e lacune grossolane, è perché oltre alle vittime del coronavirus, un’altra vittima collaterale è da segnalare: la stampa indipendente.

A inizio mese ad esempio, il direttore del sito d’informazione The Wire, ha dichiarato di fare l’oggetto di un’inchiesta preliminare, aperta dalla polizia di Faizabad nell’Uttar Pradesh. A capo di questo Stato indiano, come segnala Le Monde, c’è Yogi Adityanath, un monaco estremista molto vicino al partito del Primo Ministro Narendra Modi. Le accuse che piovono sul giornale online sono quelle relative a « fake news diffuse allo scopo di creare disordine pubblico », una formula utilizzata a larga scala dal governo indiano nell’ultimo anno per imbavagliare media indipendenti sotto la minaccia di procedure giudiziarie e tagli di budget. Nello specifico, The Wire avrebbe raccontato come, in periodo di lockdown, Yogi Adityanath, avrebbe infranto la legge partecipando a una cerimonia religiosa con molti altri fedeli. L’apertura di questa inchiesta è coerente con le dichiarazioni dello stesso Nerendra Modi, che ha annunciato apertamente di voler controllare tutta l’informazione relativa alla propagazione del covid in India.
Per questo, avrebbe fatto appello addirittura alla Corte Suprema del paese, con una vera e propria domanda di censura. Il governo chiede espressamente ai media di riferirsi unicamente alle «versioni ufficiali» dell’informazione sul covid, rinunciando alle inchieste e alla raccolta di dati indipendenti presso gli ospedali.

L’esodo massiccio dei lavoratori precari dalle città verso le campagne che ha preceduto il lockdown nella primavera scorsa e che si è ripetuto nell’ultimo periodo dopo l’annuncio delle restrizioni, ha permesso alle autorità di puntare il dito contro la stampa, dicendo che quest’ultima avrebbe diffuso il panico presso la popolazione generando così partenze disordinate e maree umane riversate in strada. Dal suo arrivo al potere nel 2014, Modi e i nazionalisti hindu hanno preso costantemente i media come bersaglio: trolls che agiscono sui social network per smentire o ridicolizzare il lavoro dei giornalisti, controlli fiscali, tagli budgetari, denunce e minacce diventate ordinarie. Ricordando le modalità di Donald Trump negli Stati Uniti, Modi preferisce di gran lunga i tweet senza contraddittorio alle conferenze stampa. Il quarto potere si fa sempre più antagonista involontario dei primi tre, scagliati contro di lui: giustizia, leggi, e esecuzione delle misure formulate. La situazione indiana, in maniera macro-rappresentativa, è lo specchio di molte altre situazioni simili nel mondo.

C’è da credere che più la pandemia avrà un’evoluzione negativa – gli ultimi giorni sembrano far pensare al peggio – più la stretta di vite sulla vita della stampa sarà rigorosa, fornendo agli altri dirigenti mondiali un pessimo esempio da seguire.

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