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In the name of Go(l)d

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ugo borgaIn the name of Go(l)d” è l’intenso reportage composto da 36 scatti in bianco e nero realizzato dal fotoreporter torinese Ugo Lucio Borga (Agenzia Echo) in Repubblica Centroafricana. La mostra, frutto di una collaborazione con l’Associazione Amici del Centrafrica, organizzazione non profit che da anni opera nel paese, è esposta nella Galleria d’Arte Paola Meliga (via Maria Vittoria 46) fino a fine luglio.

Le fotografie di Ugo Lucio Borga, accompagnate da articoli e testimonianze, documentano una delle più gravi emergenze umanitarie del nostro tempo e contribuiscono alla raccolta di donazioni per l’Associazione.

Non è un caso che la “l” nel titolo della mostra “In the name of Go(l)d” sia tra parentesi.
“In Africa, continente di cui mi occupo – spiega Ugo Lucio Borga -, sono due gli elementi su cui si fa leva per creare un conflitto per ragioni strettamente economiche: quella etnica e quella religiosa, elementi di rottura persistenti. ‘Nel nome di Dio’ solo in apparenza, perché quella del Centrafrica è presentata come una guerra tra musulmani e cristiani, ma di fatto si tratta di un conflitto ‘in nome dell’oro’, per il controllo della zona settentrionale del paese, ricca di giacimenti di petrolio non ancora sfruttati e per le riserve di uranio, su cui la Francia ha creato il suo piano di sviluppo energetico”.

Nel paese i governi si avvicendano con colpi di stato. L’ultimo risale al marzo 2013, quando il generale Bozizé, anche lui salito al potere con la forza, viene costretto alla fuga alle forze Seleka, che insediano il nuovo presidente Michel Djotodia. Il motivo è la scelta di Bozizé di “rinegoziare i contratti dello sfruttamento del sottosuolo, non più a favore della Francia, ma a favore della Cina che proponeva condizioni migliori”, contestualizza Borga.

La ribellione nel nord del Paese dei Seleka, da anni in fase embrionale, per mancanza di sostegno e armi, è diventata strumentale al gioco politico: “il Ciad ha iniziato a finanziare la ribellione, per conto della Francia, facendo ricorso a mecenati ciadiani e sudanesi musulmani, i quali una volta entrati nel paese hanno massacrato la popolazione per quasi un anno, prendendosela con i cristiani, la maggioranza del paese”.

A quel punto si sono risvegliate le milizie antibalaka, milizie di autodifesa e appartenenti alla tradizione centrafricana, che hanno cacciato le milizie musulmane dal paese, innescando il conflitto.

“Probabilmente non immaginavano quello che sarebbe successo dopo. La loro intenzione era solo mettere a capo del governo un burattino”, continua Borga. “Ora si sta parlando di un accordo ‘sulla carta’, ma in un territorio come quello centrafricano, caratterizzato, come in fondo tutta l’Africa, da grandi diversità e da un governo centrale con poco potere nel resto del Paese, dovremo aspettare e vedere cosa succederà nella realtà”.

Nelle immagini di Borga non ci sono vittime o carnefici, perché come spiega il fotogiornalista, “sono vittime sia coloro che si armano, da entrambe le parti, sia coloro che subiscono i danni del conflitto. I combattenti dicono di avere le idee chiare sul perché imbracciare le armi, ma spesso sono le idee che vengono loro offerte, che sono libertà, giustizia, democrazia: tutti i motivi per cui in una certa parte del mondo ancora ci si ammazza. Ma in realtà non hanno idea di chi siano i mandanti e spesso non hanno gli elementi culturali per analizzare a fondo la loro situazione”. Sono vittime di una realtà che li supera grandemente. ” E poi spesso ci si dimentica che nel momento in cui un uomo compie delitti efferati, poi ne porta le conseguenze, umane e psicologiche, per tutta la vita”.

Quella del Centrafrica è una delle tante guerre dimenticate, di cui i media – italiani soprattutto – parlano poco. “Questa, come le altre guerre, – commenta Borga – non verrebbero raccontate se non ci fossero i freelance che decidono di loro spontanea volontà di andare a documentarla. Non ci sono troupe o inviati. Sul fronte italiano, le pagine dedicate agli esteri sono pochissime, l’interesse basso, come per tutto ciò che accade in Africa, anche se ciò che accade qui è qualcosa che tocca direttamente anche noi, basti pensare ai flussi migratori che ci coinvolgono e che vedono le vittime di atrocità continue costrette a lasciare il proprio paese”.

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