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In prima linea e senza stringhe: due lavori per raccontare le migrazioni, sul campo

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Da Lipa, terra di nessuno innevata e fredda, tra Bosnia e Croazia. Tanto se ne è parlato in queste ultime settimane, ma ben poco è stato fatto per chi cerca sicurezza e trova solo respingimenti e violenza. Uno dei tanti “border” nel mondo, in cui la via di fuga si interrompe e si ferma per settimane, mesi, anni. Così come da Briançon, Montgenevre, Claviere, nella neve con bambini piccoli sulla schiena, senza attrezzature adatte, ma con il desiderio del “passaggio a ovest”.
Sono due storie di frontiera, due modi di raccontare diversi, ma i temi così attuali le rendono forti e simili.

La prima è di un grande fotoreporter e giornalista, che ha raccontato più frontiere oltre che le guerre nel mondo. Livio Senigalliesi, fotoreporter, giornalista, libero docente al Dipartimento di Antropologia dell’Università Bicocca di Milano, da trent’anni documenta conflitti armati e migrazioni. Insieme a Medici Senza Frontiere, ha vissuto un anno tra Turchia e i Balcani, seguendo le vie di fuga, i passaggi di persone in ombra: «Di Lipa ce ne sono tante:  sono stato testimone di tutto ciò, più volte, sotto molti cieli e mari. A Lesbos, nel 2016, ero con la Sea-Watch, contavamo più di 60-70 navi dalla costa turca e in Grecia ne approdavano forse poco più della metà. E mi sono sempre chiesto: “E gli altri? Chi conterà mai quelli che non sono approdati su una costa, quelli in mare?”».

Situazioni drammatiche, gente trattata non come esseri umani alle porte dell’Europa e in Europa. I migranti, oggi più che mai, sono oggetto di miseri ricatti e violenze inaudite, un problema che viene gestito con grande cinismo e una “cercata” disinformazione. «La polizia croata, quando ti ferma, spacca il tuo  telefono, così che non puoi più comunicare coi tuoi familiari e non puoi chiedere aiuto, prende ogni cosa in tuo possesso e, se sei fortunato, te la cavi con tanti lividi e qualche ferita», racconta Senigalliesi.

«La mia direzione è ostinata e contraria. Non ho mai chiuso gli occhi: bisogna studiare, parlare e andare sul campo per documentare. Sono andato nei Balcani nel ’91 e ci sono tornato per dieci anni, sempre in prima linea: prima in Croazia, in Bosnia e, infine, in Kosovo ,dove sono entrato nel 1998, un anno prima della guerra, per documentare le vie dei narcotrafficanti. Sono rimasto fino al termine del conflitto, nel 1999. Una tragedia umana alle porte dell’Europa: ho condiviso con loro la guerra e raccontato le ragioni dell’uno e dell’altro, ho provato la sofferenza, la fame e la paura dell’assediato, ho guardato negli occhi la violenza dell’assediante e, infine, la pace e la ricostruzione. Il mio libro, Diario dal Fronte, parla della vita di un reporter: sangue, urla, esplosioni e incendi e tante riflessioni sulle conseguenze della guerra. Un libro scomodo, che rivela le notizie nascoste dai media mainstream, per i fatti e i nomi riportati. Proprio per questo lavoro il Tribunale dei Crimini di Guerra dell’Aja ha deciso di acquisire il testo e di avviare delle indagini».

La “prima linea” di Livio Sinigalilesi è diventata un documentario prodotto e pronto per la distribuzione dal 2020, ma il Covid ha fermato tutte le proiezioni nelle sale. In Prima Linea – On The Front Line è un documentario con la regia di Matteo Balsamo e Francesco Del Grosso, prodotto da Giotto Production in collaborazione con Merry-Go-Sound. Gli interpreti sono 14 fotogiornalisti italiani: Isabella Balena, Giorgio Bianchi, Ugo Lucio Borga, Francesco Cito, Mauro Galligani, Pietro Masturzo, Gabriele Micalizzi, Arianna Pagani, Franco Pagetti, Sergio Ramazzotti, Andreja Restek, Massimo Sciacca, Francesca Volpi e Livio Senigalliesi stesso. Il fronte è raccontato attraverso l’obiettivo di questi fotoreporter che, con i loro scatti, hanno mostrato l’inferno, gli orrori, le sofferenze e le cicatrici indelebili della guerra. Molte di queste immagini raccontano i “border”: tendopoli, campi, vite di persone normali fermate su una linea immaginaria. Perché la prima linea non è solo dove si spara e cadono le bombe, ma ovunque si “combatte” quotidianamente per la sopravvivenza.

«La preparazione di un viaggio è una missione che dura anche dei mesi ed è fondamentale: allenamento fisico, essere in forma, e poi studiare, studiare, studiare… Capire la burocrazia di guerra, la logistica e mai diventare un “turista di guerra”. La fotografia diventa l’atto finale del lavoro straordinario che c’è a monte di tutto questo».

 

La notte, 4 famiglie di migranti hanno appena oltrepassato il confine Italia/Francia, sul Colle del Monginevro, dopo una camminata attraverso sentieri innevati. Uno di loro porta in spalle un neonato. Di lì a poco saranno soccorsi dallo staff di Mèdicins du monde. (Foto di Stefano Stranges)

Frontiera italo-francese: non sono migranti ma frontiere in cammino.
Il cambio di rotta non scoraggia la loro forza e resistenza. «Noi stiamo viaggiando da due anni, arriviamo dalle montagne di là, da Kabul. In Italia, siamo arrivati a piedi una settimana fa e ora continuiamo, a piedi». Così racconta uno dei ragazzi incontrati sul Colle da Andrea Pellegrini. «Le frontiere diventano incomprensibili, senza aver chiara l’origine dei vari cammini: la rotta balcanica, il Mar Mediterraneo centrale, i mercati del lavoro forzato e le richieste europee. Le frontiere si modellano, si ripetono e si diversificano ma presentano tutte una caratteristica isomorfa: la politica del consenso interno oltre che strutturale». E proprio queste storie sono condensate in un lavoro intenso, giovane e ben raccontato: si chiama Senza Stringhe e fotografa la notte, e ciò che accade su un confine.

Elena Lovato, Federica Tessari e Andrea Pellegrini sono stati coordinati dal fotoreporter professionista Stefano Stranges: sono i giovani giornalisti che hanno realizzato il documentario. C’è anche una storia a riguardo delle stringhe: Elena Pozzallo vive a Oulx, ha accolto un ragazzo del Camerun che oggi gestisce il Rifugio Solidale del posto contenente principalmente scarponi senza stringhe, facili da indossare per chi non ha mai visto la neve e deve affrontarla.

«Scomodo è una realtà editoriale nata nel 2016, a Roma, in un liceo, e proseguita coinvolgendo diversi atenei italiani». Forte dei suoi studi in Cooperazione Internazionale, Federica parla della redazione: «Siamo quasi tutti venticinquenni e, ormai, oltre 500 sono gli attivisti e collaboratori. Il nostro è un mensile di 80 pagine, cartaceo, che viene distribuito nelle librerie gratuitamente: viviamo di autofinanziamento e riceviamo aiuti da Banca Etica, Green Peace, Treccani e Teatro India. Torino e Milano sono molto attive e il lavoro di redazione ci appassiona molto. Molti di noi collaborano anche sul sito web».

Elena Lovato è l’ufficio stampa di Scomodo, sta terminando gli studi in Biologia: «Emotivamente questa esperienza è stata molto forte: vedere la gente tra la neve – come quella notte, erano in nove persone e una aveva in braccio un bambino di 12 giorni – scattare foto, parlare con loro… Il versante italiano è molto silenzioso, quello francese più attivo, vitale. L’ONG Médecins du Monde interviene sempre e salva la gente che attraversa quei sentieri».

Stefano Stranges ha lavorato per tutto il mese di dicembre 2020 sulla frontiera italo-francese con i ragazzi: «Quando mi hanno chiamato dalla redazione, a ottobre, sono stato disponibile da subito, ho formato al fotoreportage tre giovani giornalisti e poi li ho trasferiti sul campo: tra la neve, il freddo, l’umanità che non si arrende e che vuole vivere a costo della propria vita. Sono contento di loro e del lavoro che hanno svolto di notte e di giorno, con grande impegno».

«L’idea di sviluppare un fotoreportage che portasse la firma di Scomodo nasce dall’esigenza di sperimentare nuove forme di scrittura e di approfondimento giornalistico. In particolare, la scelta dell’argomento si è presentata quasi naturalmente: da un lato, per cercare di colmare un vuoto mediatico riguardante il fenomeno della migrazione transalpina e, dall’altro, per una sensibilità propria e specifica che caratterizza la redazione torinese, considerata la vicinanza territoriale al fenomeno stesso». Così, al termine di Senza Stringhe, la redazione spiega il progetto: che non è solo vicinanza territoriale ma attenzione umanitaria. Quella “mossa” sul campo che ai giornalisti non dovrebbe mancare mai.

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