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In cerca d’autore

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Forse troppi, senz’altro male assortiti, certamente meno garantiti e sempre più poveri. I giornalisti italiani, spulciando un interessante rapporto stilato da Lsdi (Libertà di stampa, diritto all’informazione), sono in aumento di anno in anno: alla fine del 2012, gli iscritti all’Ordine erano poco più di 112.000. Se in Francia si fanno bastare un giornalista ogni 1.800 abitanti, negli Stati Uniti addirittura uno ogni 5.000, in Italia c’è un pubblicista o un professionista ogni 526 abitanti. È un doping professionale assurdo, che fotografa una realtà in cui, ad appiccicare il bollo sul tesserino, sono anche migliaia di persone che nella vita fanno tutt’altro (commercialisti, avvocati, architetti, sportivi), eppure hanno ottenuto l’iscrizione all’albo per aver collaborato, per esempio, con qualche rivista specialistica. Scremata dall’inserimento di “falsi” giornalisti, insomma, la categoria dei giornalisti italiani attivi – coloro i quali versano i contributi all’Inpgi – conta 48.000 elementi. Neanche tanti, paragonati alle medie europee.

Ma sono lavoratori che se la passano sempre peggio. Mentre i giornalisti assunti dichiarano mediamente 62.459 euro l’anno, i precari – parasuboardinati, autonomi – devono accontentarsi della miseria di 11.278 euro. Neanche mille euro (lordi) al mese. I privilegiati, insomma, quelli che hanno ottenuto un posto di lavoro fisso con l’applicazione del contratto nazionale di lavoro, guadagnano più di tanti loro colleghi europei (inglesi e statunitensi viaggiano intorno ai 30.000 euro), mentre la massa di free-lance non riesce che a spuntare paghe da fame. Il fenomeno, peraltro, è ancora più preoccupante se si considera lo smottamento, in atto da anni, dalla categoria dei posti fissi a quella dei… senzatetto: ormai, i dati dell’Ordine nazionale lo certificano, su 10 giornalisti almeno 6 sono precari mentre solo un giornalista su 5 è riuscito a ottenere un contratto a tempo indeterminato.

Una professione sempre meno riconosciuta economicamente, sempre più in balìa della crisi, della mancanza di certezze. La gran parte dei giornalisti è, ormai, costituita da una fetta del cosiddetto popolo delle partite Iva: sono soggetti sottopagati, messi in condizione di lavorare pur privi delle più elementari forme di tutela (maternità, infortuni, Tfr, assicurazioni professionali, stabilità e continuità della retribuzione). Secondo il vicepresidente dell’Inpgi, Paolo Serventi Longhi, è necessario «riaprire il mercato del lavoro stabilizzando almeno 3 o 4.000 precari». Sì, ma come? Una strada percorribile ed efficace sarebbe la conclusione della battaglia per l’equo compenso dei giornalisti autonomi, come promesso dal presidente nazionale dell’Ordine, Enzo Iacopino, lo scorso anno. L’equo compenso è legge da Capodanno, in effetti. Peccato si siano dimenticati, nei mesi successivi, di emanare le norme attuative: rimane un’arma di carta, senza innesco, che finora ha illuso i precari dell’informazione e li ha costretti a vivere un altro anno senza il lusso di poter pensare al proprio futuro.

Senza una norma che protegga l’esercito dei deboli, in definitiva, è inutile concentrarsi sulla sfida che il giornalismo è chiamato a raccogliere per non implodere di fronte alle rivoluzioni tecnologiche. Alle prese con editori senza scrupoli, che pagano come e quanto i caporali del latifondo, oppure lasciano a casa lavoratori costretti al precariato senza doverne rispondere, il partito di maggioranza della categoria rischia di estinguersi.

 

Federico Ferrero

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