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Il videomaker Rogliatti: fare informazione dando voce a chi non ce l’ha

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Stefano Rogliatti
Stefano Rogliatti, giornalista professionista, videomaker torinese

«Dare voce a chi non ne ha mi fa credere nella mia professione». Così Stefano Rogliatti, videomaker, fotografo e giornalista commenta il suo ultimo documentario “Né tonda Né gentile, cosa si nasconde dietro la produzione della nocciola turca”, presentato in anteprima alla Stampa a Torino e realizzato con il contributo di Coldiretti.

Dopo aver raccontato – con un’attenzione particolare ai diritti civili e umanitari – le risaie del Myanmar, dove il riso è sia risorsa alimentare sia merce di scambio, e il Kurdistan iracheno tra Mosul, Erbil, Dohuk e Zakho per realizzare un reportage sui rifugiati nei campi profughi, questa volta il viaggio lo ha portato in Turchia sulle coste del Mar Nero, nella capitale della produzione di nocciole. Là, nel mese di agosto di ogni anno, arrivano più di 350.000 lavoratori stagionali.

«A vederli da lontano sembrano persone serene, individui intenti a lavorare, come tutti. Ma avvicinandomi inizio a scorgere che, oltre gli uomini, ci sono donne e minori tra gli alberi di nocciole, mani e ginocchia a terra. Per dieci ore al giorno».

Qual è l’obiettivo del tuo reportage?

«Il mio ruolo è usare il mezzo che conosco: scrivere e riprendere per accendere riflettori, come ho fatto con il reportage sul riso in Myanmar o adesso con la Turchia. Voglio raccontare situazioni che uno spera di non vedere mai, ma che nel mondo ci sono eccome: di sfruttamento, di poca dignità. I lavoratori che ho incontrato, molto dignitosi dal punto di vista umano, si sono aperti durante il reportage, anche grazie all’interprete che mi ha accompagnato, visto che la lingua è uno degli ostacoli più grossi. Siamo riusciti a creare un’empatia con i lavoratori che ci hanno aperto le loro porte: ci hanno fatto vedere le macchine – con cui si spostano attraverso tutta la Turchia inseguendo il lavoro dove c’è, a seconda della stagione raccolgono albicocche, barbabietole o nocciole – le tende, le coperte e piccoli strumenti che hanno per fare da mangiare. È una situazione particolarmente drammatica perché sono costretti a vivere la loro quotidianità in modo precario. I più fortunati guadagnano 90 lire turche, o anche 80-82 cioè meno di 10 euro al giorno lavorando 8-10 ore al giorno. Ma soprattutto abbiamo visto bambini, minori. Sono gruppi familiari che si spostano per lavorare, non è solo un problema economico, ma anche un problema di futuro. Questi bambini non hanno futuro, non hanno la possibilità di cambiare vita.

Che difficoltà hai trovato nell’avvicinarli?

«Il nostro mestiere, a volte, è aiutato dalla fortuna. Mi ero preparato e avevo studiato le cose che dovevo vedere, ma non c’era una grande documentazione a disposizione. Al ristorante dell’albergo, la prima sera, la mia guida ha sentito alcune persone parlare di nocciole, di vendita, di peso… Da lì ci siamo avvicinati al loro gruppo e sono riuscito a ottenere informazioni importanti: dove erano le tendopoli, dove stavano i lavoratori. La mattina seguente, alle 5 e mezza, siamo partiti alla volta di queste valli bellissime e ci siamo imbattuti nella prima tendopoli. Ho capito che era fondamentale vedere dove e come lavorano queste persone. Sono lavoratori nascosti, invisibili. Quando li abbiamo trovati, i padroni dell’appezzamento non erano presenti, così sono potuto entrare e ho cominciato a filmare, a raccogliere le loro testimonianze e fare un giro della piantagione».

Quali sono gli aspetti più difficili in un reportage come questo?

«Parecchi. Sono entrato in Turchia con il visto turistico, non come giornalista. Poi, ovviamente, mi sono sempre presentato come tale quando intervistavo qualcuno. La difficoltà più grande è stata il contatto con le persone: i lavoratori stagionali si sentono sotto tiro, non parlano volentieri, ma avere una guida che parlava la lingua mi ha aiutato moltissimo. All’inizio erano molto timorosi, poi sono riuscito a entrare in confidenza e si sono come liberati dal peso enorme di poter finalmente raccontare la loro situazione. Sentivo timore nel fare le riprese. Ho lavorato per quattro giorni con il fiato sul collo, per fare in fretta e per non dare nell’occhio. Mi spostavo tutte le sere, non ho mai dormito due notti nello stesso posto per tutelare me e il materiale che avevo girato. Mi trovo a mio agio nel raccontare storie difficili, perché è quello che ho voluto fare fin dall’inizio del mio percorso professionale, ci metto tutto il cuore e l’anima per farlo bene.
Ci tengo molto all’accuratezza delle immagini e alla composizione del frame. Per me la cosa principale è lasciare un messaggio visivo, giacché arrivo dalla fotografia, il documentario deve colpirti per le immagini. Poi c’è anche il testo – che scrivo sempre io – a corredo delle immagini stesse, ma il pubblico deve uscire con gli occhi pieni delle cose che ha visto: un primo piano, un luogo».

Come è cambiato, nel tempo, il lavoro del videomaker?

«Personalmente ho rallentato il lavoro nella cronaca. Tempo fa, la mia collaborazione con Rai era quotidiana. Ero stato il primo ad arrivare alla Thyssen quando ci fu l’incendio e le immagini trasmesse ancora oggi sono mie. La palestra della cronaca è stata fondamentale, devi sempre essere pronto a partire. Ma scrivere, e raccontare storie, mi piace tantissimo. La figura del giornalista che racconta mi dà la serenità di avere tempistiche più gestibili e mi permette di insegnare. Mi piace molto stare con i ragazzi e, così, riesco a organizzarmi per girare i miei documentari».

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