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Il tweet che costa il posto di lavoro: perché il caso del New York Times è… un caso

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Il New York Times building, sede del giornale dalla fine degli anni Duemila, progettato da Renzo Piano

Una giornalista impegnata nel giornale liberal per eccellenza: Lauren Wolfe ha iniziato lo scorso maggio come redattrice freelance per il New York Times. Ha coperto le elezioni in Minnesota, le proteste per la giustizia razziale, gli aggiornamenti sul bilancio delle vittime del covid-19 in tutto il mondo. Nel corso della sua carriera ha condotto inchieste sul campo dal Medio Oriente all’Africa Centrale all’America Centrale sulla violenza di genere nei conflitti e in particolare sullo stupro di minori in un villaggio nel Congo orientale. Ha ricevuto numerosi premi ed stata definita dall’organizzazione One di Bono «una dei cinque giornalisti che fanno la differenza nel mondo».
Eppure nessuno dei suoi servizi giornalistici o dei riconoscimenti ottenuti ha attirato l’attenzione mediatica quanto un suo tweet: il 19 gennaio, il giorno prima dell’insediamento del presidente Joe Biden, vedendo le immagini dell’aereo presidenziale atterrare alla Joint Base Andrews ha twittato «ho i brividi».
Immediatamente si è scatenata una bufera sui social, dove la sua affermazione è stata additata quale esempio di pregiudizio della stampa liberal nei confronti di Donald Trump. Wolfe ha dunque cancellato il tweet. Due giorni dopo il quotidiano l’ha licenziata. Nuova bufera social, questa volta indirizzata al NYT, che attraverso la portavoce Danielle Rhoades ha rilasciato questa dichiarazione: «Ci sono molte informazioni imprecise che circolano su Twitter. Per ragioni di privacy non entriamo nei dettagli delle questioni relative a una vicenda personale, ma possiamo dire che non abbiamo posto fine al contratto di un impiegato per un singolo tweet». Un’insinuazione, dunque, a episodi non specificati di prestazioni della giornalista non soddisfacenti?
Wolfe ha riferito che un editore del giornale l’ha contattata dopo il discusso tweet asserendo che il Times non poteva essere associato a un commento simile e che pertanto la sua collaborazione sarebbe terminata. I suoi tweet sono stati definiti borderline: mesi addietro aveva associato la resistenza degli uomini conservatori a indossare le mascherina alla «mascolinità tossica» e aveva anche scritto che era infantile per Trump non mandare un aereo militare a prendere Biden, cancellando poi il tweet perché inaccurato.
Ma Lauren Wolfe sostiene che il tweet dei «brividi» sia l’unico motivo del suo licenziamento. Aveva ricevuto molti elogi dai colleghi per il suo lavoro ed era in attesa di collaborare con il giornale a tempo pieno. Ma più che l’interruzione della collaborazione ad amareggiarla sono state le speculazioni sulle sue prestazioni lavorative: «Qualunque cosa stiano insinuando, è un colpo alla mia reputazione, che ho lavorato con molta attenzione a costruire».

Si può dunque licenziare una giornalista per un tweet? Negli Stati Uniti il caso Wolfe ha riaperto la discussione sulla «polizia del pensiero» di Twitter e sul tema della libertà d’espressione dei giornalisti sui social, soprattutto quando a questioni di natura politica si mescolano commenti troppo emotivi o faziosi, ma ha anche dimostrato quanto il dibattito sia intricato.
Indubbiamente Wolfe ha violato una policy del New York Times, ovvero quella di non esprimere opinioni personali attraverso i propri social media. Nei primi giorni dell’era Trump, il Times ha pubblicato ripetuti promemoria alla sua redazione sull’«igiene dei social media». Come ha osservato Phil Corbett, redattore degli standard del Times in una nota del settembre 2016, «dovremmo lasciare gli editoriali ai nostri colleghi della sezione Opinioni» perché i lettori del Times si aspettano che lo staff online sia «ben informato e credibile». Il tweet incriminato sarebbe quindi un affondo all’attendibilità dell’intera redazione, una minaccia alla reputazione di neutralità e correttezza del giornale.
Ma la sanzione è proporzionata alla violazione? Il requisito della correttezza dei cronisti sui propri profili social è decisivo per la credibilità dell’informazione: essere faziosi o esprimere opinioni politiche nette contraddicono quindi un approccio pluralistico e indipendente. Tuttavia, la semplice espressione di un’opinione o di un’emozione è prova di pregiudizi radicati? Opinione e pregiudizio non sono la stessa cosa. Forse nel caso Wolfe, come ha suggerito Ruben Razzante, docente di Diritto dell’informazione, sull’Huffington Post, sarebbe bastato un richiamo piuttosto che la drastica interruzione della collaborazione.
«I giornalisti dovrebbero essere giudicati dalla correttezza del loro lavoro, non da un tweet occasionale o un commento o una mail privata in cui sono espresse preferenze umane — ha twittato Wesley Lowery, giornalista televisivo di 60 minutes —. Risposte vigliacche e reazionarie all’indignazione online sono più imbarazzanti e minano l’integrità dell’istituzione giornalistica più di qualunque cosa abbia twittato un membro dello staff».
Il quotidiano newyorkese sente i riflettori puntati addosso e teme le accuse anche preventive di parzialità nei confronti della nuova amministrazione: i lettori più moderati si chiedono se la redazione mostrerà nei confronti di Biden la stessa severità usata nei confronti di Trump, dal canto suo profondamente ostile alla stampa, e attendono il primo passo falso.
Nella vicenda Wolfe è intervenuto anche il sindacato dei giornalisti del New York Times, che ha detto di voler «indagare» le circostanze del licenziamento della giornalista.
L’estate scorsa l’opinionista ed editorialista dello stesso quotidiano, Bari Weiss, era stata costretta a dimettersi, come aveva scritto una lettera durissima denunciando il clima di terrore nei confronti di chi non condivide le idee dominanti all’interno della redazione. Come a dire, il pensiero unico domina anche nella stampa più progressista.
E nuovamente il dubbio è se la fedeltà alla linea per conformarsi al principio di imparzialità dell’informazione debba essere promossa anche a rischio di un eccesso di intransigenza nei confronti dei giornalisti. Dubbio difficile da sciogliere.

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