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Il rapporto RSF: i giornalisti uccisi nel 2020 lavoravano in zone di… pace

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Secondo il dossier appena pubblicato da Reporter senza Frontiere, sono 50 i giornalisti uccisi nel mondo nel 2020. Più o meno lo stesso numero del 2019, quando erano morti in 53, nonostante le limitazioni agli spostamenti a causa della pandemia di Covid-19. E ciò che più colpisce è che circa i due terzi di loro non sono morti in paesi in guerra, dove si suppone che seguire i combattimenti possa mettere più a rischio la vita dei reporter, ma in paesi considerati in pace: solo il 32% delle vittime si registra infatti in paesi dilaniati dalla guerra come la Siria o lo Yemen, o in paesi con conflitti di bassa o media intensità, come l’Afghanistan e l’Iraq. Invece il 68% dei decessi avviene in Paesi “in pace”: soprattutto in Messico che, con otto morti, guida la non meritoria classifica degli Stati con il più alto numero di giornalisti uccisi nel 2020. Negli ultimi cinque anni, il Messico ha registrato una media da otto a dieci giornalisti uccisi ogni anno. Seguono Iraq, Afganistan, Pakistan, India, Filippine e Honduras.

Di tutti i giornalisti uccisi in relazione al loro lavoro nel 2020, l’84% è stato deliberatamente preso di mira e assassinato, non si è trattato di tragici incidenti sul lavoro ma di atti deliberati. «La violenza continua a essere un metodo usato nel mondo per combattere i giornalisti – ha detto il segretario generale di RSF Christophe Deloire. Alcuni potrebbero pensare che i giornalisti siano solo vittime dei rischi della loro professione, mentre sono sempre più presi di mira quando indagano o trattano argomenti sensibili. Ciò che viene attaccato è il diritto di essere informato, che è un diritto di tutti».

Aumentano gli omicidi di giornalisti investigativi: molte delle vittime lavoravano su argomenti delicati. Quattro reporter sono stati assassinati mentre indagavano sulle attività dei gruppi della criminalità organizzata, dieci in relazione alle loro indagini su casi di corruzione locale o uso improprio di fondi pubblici; tre sono stati uccisi mentre lavoravano su argomenti legati a questioni ambientali (come l’estrazione illegale di materie prime o l’accaparramento di terre).

Dall’analisi dei dati di Reporter Senza Frontiere emerge, inoltre, che alcuni giornalisti hanno conosciuto una fine particolarmente violenta e barbara: in Messico Julio Valdivia Rodríguez, giornalista del quotidiano El Mundo, è stato trovato decapitato, mentre Víctor Fernando Álvarez Chávez, direttore del sito di notizie locali Punto x Punto Noticias ad Acapulco, è stato ucciso e il suo corpo smembrato.

Il reporter Rakesh Singh e la sua casa gravemente danneggiata dal fuoco

In India, Rakesh “Nirbhik” Singh, giornalista del quotidiano Rashtriya Swaroop, è stato bruciato vivo dopo essere stato cosparso di un disinfettante per le mani a base di alcol altamente infiammabile nella sua casa nell’Uttar Pradesh. L’azione omicida è stata compiuta da uomini inviati da un funzionario locale di cui aveva criticato le pratiche corrotte. Mentre Isravel Moses, un giornalista televisivo nello stato sud-orientale del Tamil Nadu, è stato ucciso a colpi di machete. In Pakistan è stato ritrovato il corpo del giornalista Zulfiqar Mandrani con due ferite da arma da fuoco alla testa e prove di tortura sulla schiena. La polizia locale ha affermato che si è trattato di un cosiddetto “delitto d’onore”, ma probabilmente il cronista è stato assassinato per aver indagato sulle attività di un trafficante di droga locale legato proprio a un agente di polizia. In Iran, come purtroppo abbiamo documentato, la morte per un giornalista è arrivata direttamente dallo Stato. Rouhollah Zam, editore del sito web di Amadnews e del canale di notizie Telegram, si era rifugiato in Francia. Tuttavia è stato rapito dalle Guardie rivoluzionarie iraniane durante una visita in Iraq ed è stato riportato con la forza in Iran. Dopo essere stato condannato a morte per “corruzione sulla Terra”, una delle accuse più gravi che può essere portata davanti ai tribunali rivoluzionari iraniani, è stato impiccato. Sebbene le esecuzioni siano comuni in Iran, è stata la prima volta in 30 anni che un giornalista è stato sottoposto a questa pratica arcaica e intollerabile.

In Iraq, tre giornalisti sono stati uccisi con un colpo alla testa, sparato da uomini armati non identificati mentre coprivano alcune proteste di piazza. Un quarto è stato ucciso nella regione del Kurdistan settentrionale dell’Iraq, mentre cercava di sfuggire agli scontri tra forze di sicurezza e manifestanti.

Malalai Maiwand, 26 anni, uccisa a Jalalabad con il suo autista

In Afghanistan, il mese di dicembre 2020 è stato segnato dall’esecuzione di Malalai Maiwand, giornalista di Enekaas TV e rappresentante del Centro per la protezione delle giornaliste afghane (CPAWJ) nella città di Jalalabad. Lei e il suo autista sono stati uccisi da uomini armati nelle vicinanze casa sua. Anche Mohammad Aliyas Dayee, giornalista della sezione in lingua pastu di Radio Azadi, la filiale afgana di Radio Free Europe/Radio Liberty, è stato ucciso da una bomba messa sotto la sua auto nella città sud-occidentale di Lashkargah. La violenza contro giornalisti e rappresentanti del media è aumentata negli ultimi mesi in Afghanistan, nonostante ci si potesse aspettare una tregua a seguito dei colloqui di pace tra i talebani e il governo afghano. Altri tre giornalisti sono stati uccisi utilizzando autobombe ed esplosioni. Sebbene nessuno di questi omicidi sia stato rivendicato, i membri della società civile afghana continuano a denunciare una campagna di terrore contro coloro che criticano l’oscurantismo religioso. Per quanto riguarda l’Africa, la Nigeria è risultata il Paese dell’Africa occidentale più pericoloso per i media. Ai giornalisti nigeriani non è stato risparmiato il clima di violenza che circonda le principali proteste, in particolare quelle contro la brutalità di un’unità di polizia dedicata alla lotta alla criminalità. L’ultima vittima è un giovane giornalista tirocinante, Onifade Pelumi, che è stato trovato morto in un obitorio di Lagos quasi due settimane dopo il suo arresto mentre copriva una manifestazione davanti a un magazzino alimentare.

E l’emergenza Coronavirus non fa che aggravare il quadro generale. Come per il resto della popolazione mondiale, nemmeno i giornalisti sono stati risparmiati dalla pandemia Covid-19. Centinaia di loro sono stati uccisi dal virus in tutto il mondo, senza che sia stato possibile determinare se abbiano contratto l’infezione mentre lavoravano. Ma si conoscono almeno tre casi di giornalisti morti per non aver ricevuto cure adeguate dopo aver probabilmente preso il virus in prigione. Si tratta di Aleksandr Tolmachev, Mohamed Monir e Saleh Al-Shehi. Aleksandr Tolmachev è morto in una colonia penale russa il 9 novembre 2020, un mese prima di terminare di scontare una condanna a nove anni. Direttore di due pubblicazioni di Rostov sul Don, Pro

Mohamed Monir e Saleh Al-Shehi

Rostov e Upolnomochen Zayavit, Tolmachev era stato arrestato nel 2011 in relazione ad alcuni articoli sulla corruzione locale. Secondo la sua vedova, era in pessime condizioni di salute a causa del trattamento estremamente duro nella colonia penale e dei maltrattamenti cui era stato sottoposto. Prima della sua morte tossiva molto e, sempre secondo la donna, le autorità lo hanno lasciato morire in prigione senza adeguate cure mediche. Anche gli altri due giornalisti sono morti dopo aver probabilmente catturato Covid-19 in prigione. Mohamed Monir era stato arrestato in Egitto dopo aver partecipato a una trasmissione di Al Jazeera. Saleh Al-Shehi lavorava per il quotidiano riformista Al Watan in Arabia Saudita e di lui ci eravamo occupati in una puntata del 2018 del Cameo del Caffè dei giornalisti. Entrambi sono stati rilasciati frettolosamente e inaspettatamente poco prima della loro morte. Monir era risultato positivo al Covid-19 pochi giorni prima di essere liberato. Al-Shehi è morto improvvisamente per una malattia inspiegabile, dopo aver passato un periodo in terapia intensiva a causa del peggioramento della sua salute dopo il suo rilascio dalla prigione. Diversi media locali hanno pensato che si trattasse di un caso di Covid-19 ma ciò non ha potuto essere confermato a causa della mancanza di trasparenza da parte delle autorità saudite.

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