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Il progetto di Il Paese Sera: la rivoluzione della filiera della stampa

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Qui si parla di Il Paese Sera, una coraggiosa e promettente iniziativa editoriale in un contesto di carestia, contro ogni dato di settore che racconta di tre edicole chiuse al giorno e diffonde dati di vendita in picchiata, da anni, per quasi tutte le testate cartacee. Ma è necessaria una premessa. Assistiamo da anni a un delirio iconoclasta di buona parte di quella che è diventata maggioranza parlamentare, in rappresentanza di una massa piuttosto nutrita di cittadini. Sono persone che dichiaratamente fanno guerra a un mestiere. Come se si potesse identificare una professione con un crimine: al bar si fa colazione, dacché esistono i locali pubblici, chiacchierando di politici ladri, imprenditori evasori, politici corrotti. Tutti, indistintamente. Solo che, tra le categorie più in auge, si è fatta strada quella dei giornalisti: terroristi, dediti alla prostituzione intellettuale, venduti, falsari. “Giornalai” e “pennivendoli” sono nomignoli ormai in uso a una quantità notevole di italiani cui, per decenni, la stampa prestava un servizio. Indipendentemente dal quotidiano che si comprasse, perché era socialmente accettato che l’Unità e Il Giornale, l’Avvenire e la Repubblica non esprimessero le stesse posizioni o non raccontassero gli stessi fatti con i medesimi occhi. Ora non più.
Il vicepresidente del Consiglio, il sottosegretario con delega all’editoria e la quasi totalità del partito che ha preso più voti in Italia vogliono andare molto più in là, rispetto al dibattito sul ruolo e l’autorevolezza dell’informazione: abolire l’Ordine dei giornalisti, abbattere gli editori più forti (senza rendersi conto che l’incendio appiccato alla reputazione della stampa sta colpendo tutti, ma per primi gli editori più piccoli e i giornalisti senza contratto o tutele, che sono il 70% dei lavoratori dell’informazione) e, unico aspetto non indecente di una crociata grossolana e fondamentalmente ignorante, rivedere la filiera della stampa. Privilegiando, dicono, chi esercita la professione: i giornalisti, che negli anni hanno subìto più di tutti – insieme alle edicole – l’impatto della crisi.

Bene. In questo senso, e nella speranza che davvero possano arrivare aiuti in qualche foggia, insieme alla dose quotidiana di insulti e delegittimazioni ad alzo zero, annunciare manifestazioni di protesta ad alto tesso di indignazione, che lanciano slogan decotti (“Giù le mani dall’informazione”) sa di preconcetto, di difesa di casta. Soprattutto, scendere in piazza alzando il dito per gridare che non sta bene infamare i giornalisti, ben difficilmente permetterà a tante persone di rendersi conto che no, i giornalisti non sono (più) aristocratici criticoni finanziati dallo Stato con lauti stipendi per servire il loro re, come in troppi ancora credono pensando a quella sparutissima minoranza di privilegiati “coperti” dai vecchi contratti di assunzione (che sono sì privilegiati, ma non per ciò venduti). I giornalisti, oggi, sono lavoratori che sempre più rischiano in proprio, sono in servizio 12 ore al giorno e tirano su paghe precarie sotto i mille euro al mese.

Forse, allora, per restituire un quadro fedele dello stato dell’informazione in Italia, per far capire a chi è stato irretito da una continua campagna genericamente mistificatoria che fare giornali è un servizio alla società civile ed è un lavoro vissuto dai più con impegno, studio, passione e sacrifici personali con poca soddisfazione economica, è più utile far conoscere realtà che sfidano la corrente contraria. Proprio come Il Paese Sera. Un’iniziativa nata da Luca Mattiucci, giornalista classe 1982 che ha curato per lungo tempo i contenuti sociali sul Corriere. Il suo intento è piuttosto chiaro: «Una rivoluzione, è ciò che abbiamo in mente. Una rivoluzione culturale sana, generosa e autentica. Dove esista la possibilità di uno scambio generazionale con redattori pensionati che facciano da nave scuola (gratis) per i colleghi più giovani. È ciò che accadeva prima e creava professionisti sul campo, è ciò che oggi non accade più, perché non c’è ricambio e se sei giovane, a parte qualche entrata dalla porta sul retro, la redazione per te è solo un luogo mitologico. E non parlo dei ventenni che pure la gavetta devono farla, ma dei trenta-quarantenni. Ne potremo scegliere pochi, ma non sfrutteremo nessuno. Non affameremo dei colleghi premiandoli con la firma e cinque euro al pezzo, perché pretendiamo qualità. E la qualità arriva se il lavoratore è felice di lavorare. Oggi si sopravvive, qui vogliamo provare a dire che è un diritto di tutti vivere».

Il Paese Sera riprende palesemente i caratteri di Paese Sera, storico giornale romano attivo dalla fine degli anni Quaranta fino alle crisi degli anni Ottanta e la definitiva chiusura nel 2013. Contro ogni business plan, non “spinge” sul digitale ma è un quotidiano essenzialmente di carta. A fine ottobre è uscito un numero che ha venduto più di 50.000 copie, la redazione sarà in piena funzione dai primi giorni del 2019 e il giornale si troverà nelle edicole delle principali città italiane. Costerà 50 centesimi e, incredibile dictu, quei soldi resteranno per intero all’edicolante (che, solitamente, sui quotidiani trattiene per sé meno del 10% del prezzo di copertina). La sfida di Mattiucci, al di là dell’incasso della vendita copie non prelevato, è notevole: ai candidati in redazione (sei posti disponibili, più avanti verranno vagliate altre posizioni da collaboratore-corrispondente) offre un contratto a tempo determinato di un anno con opzione di rinnovo a tempo indeterminato, con paga da 22 a 32.000 euro lordi più rimborso mensile, buoni pasto e telefono aziendale. Verrà dato privilegio alle categorie delle neo-mamme e dei neo-papà, ai giovani che provengono da aree del Paese ad alta disoccupazione.

I social media del giornale saranno affidati a persone con sindrome di Asperger, la distribuzione delle copie avverrà in collaborazione con migranti ed ex detenuti inclusi nei progetti della Comunità Sant’Egidio di Roma. L’editore sarà “diffuso”, modellato sul calco dell’impresa sociale: chi vuole, può partecipare acquistando una quota da 1.000 euro, con un massimo di 50 perché, come dice Mattiucci, «mille padroni, nessun padrone». Per dimostrare che la rivoluzione del sistema tradizionale dell’informazione non è solo negli intenti, il giornale riconoscerà ai lettori più affezionati un bonus annuo di 99 euro, da spendere – se si vuole – anche per abbonarsi a un altro giornale. «Del vecchio Paese Sera, e in generale degli anni migliori del giornalismo italiano, più che la posizione politica vogliamo prendere e riproporre un metodo», dice il fondatore. Un metodo che ha avuto il coraggio di proporre in un momento come questo: un’impresa che merita attenzione e sostegno, ancorché le “cooperative di giornalisti” che il vicepremier indica come unica strada che lo convincerebbe a sostenere economicamente l’informazione non possano essere l’unica soluzione, perché agisce con una proposta ai cittadini e una risposta a chi li vorrebbe a spasso, sostituiti da qualche berciatore su Facebook.

 

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