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Il grido di Alizada Khaliq, vignettista afghano: sono in pericolo, rischio la vita

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Le Nazioni Unite hanno affermato che, dall’inizio dell’anno, più di 18 milioni di persone – circa la metà della popolazione afghana – hanno bisogno di aiuti a causa della seconda siccità del Paese negli ultimi quattro anni. Secondo Al Jazeera, il segretario generale delle Nazioni Unite Antonio Guterres ha dichiarato la scorsa settimana che l’Afghanistan è “sull’orlo di un drammatico disastro umanitario” e ha deciso di impegnarsi con i talebani per aiutare la popolazione del paese.

L’Italia detiene la presidenza annuale a rotazione del G20 e sta cercando di ospitare un vertice speciale sull’Afghanistan mentre, venerdì scorso, il Dipartimento del Tesoro degli Stati Uniti ha dichiarato di aver rilasciato due licenze generali: una consente al governo degli Stati Uniti, alle ONG e ad alcune organizzazioni internazionali, comprese le Nazioni Unite, di impegnarsi in transazioni con i talebani o la rete Haqqani, entrambe sotto sanzioni, che sono necessarie per fornire assistenza umanitaria.
In attesa del G20 sull’Afghanistan e di tutte le rispettabili iniziative umanitarie e sanzionatorie, quali anche il non riconoscimento dell’Emirato Islamico, le condizioni di vita, di sicurezza delle donne, dei giornalisti e gli attivisti è drammatica. Sono 135 i media che hanno chiuso, secondo l’Afghan Federation of Journalist. Chi decide di “coprire” le notizie rischia aggressioni, torture e anche di morire. Gli altri devono riportare solo ciò che i nuovi capi delle redazioni, messi dal nuovo governo, vogliono che venga pubblicato. Ci sono giornalisti che si sono nascosti, e così attivisti, a centinaia: così racconta Alizada Khaliq.
Khaliq, di professione giornalista, fondatore di giornali, vignettista, attivista in grave pericolo, cambia casa, area, città quando può spostarsi in sicurezza. Ha cancellato tutti i suoi social, non dà numeri di telefono, usa poco Whatsapp, scrive con attenzione e ti dice che tutto è controllato: lui è ricercato, come la sua famiglia. E quando si parla di famiglia in Afghanistan e in altri paesi mediorientali si può arrivare a parenti prossimi o alla seconda linea parentale.
“Nel 2005 ho creato la rivista mensile Shakh Goy, che si è fermata dopo sei numeri. Ho iniziato a lavorare come fumettista in due giornali nel 2006, il lavoro è continuato fino ad agosto 2021; essere un fumettista in Afghanistan è molto rischioso, sono stato in pericolo di morte più volte”, continua Alizada. “Dopo il 2014 l’intensità delle minacce è stata più forte, mi sono un po’ nascosto e funzionava, perché lavoravo online”.
Le sue vignette sono uniche, riconoscibili. Lui è critico con tutti i governi, anche l’ultimo di Mohammad Ashraf Ghani Ahmadzai, le scelte economiche, finanziarie, l’utilizzo delle risorse minerarie, l’incapacità di dare al popolo una qualità di vita meritata, in uno dei paesi più poveri del mondo. “Nel 2016 ho creato “Caricature: un mensile, ma si è interrotto per problemi di sicurezza e finanziari. Nel 2017 sono dovuto fuggire in Pakistan, sono tornato due anni dopo, fino alla caduta del governo afghano sotto i talebani. Ho lavorato in condizioni difficili online, uscivo meno per mantenere la mia famiglia e avere più sicurezza”. Una sicurezza negata a molti, come spiega il vignettista afghano: “Negli ultimi anni, a Kabul sono stati attivati gruppi di assassini politici e di pressione su attivisti e su di noi. Dopo la caduta di Kabul, ho cercato di uscire con un visto umanitario di evacuazione dell’aeroporto, ma non ci sono riuscito. Durante i miei oltre 15 anni di lavoro ho pubblicato circa 4.000 vignette, un gran numero di queste erano contro i talebani, ovviamente erano arrabbiati. Adesso sono a Kabul, abito in diversi posti nascosti, se necessario, se esco, mi nascondo il viso con una sciarpa, mi maschero, uso occhiali che mi coprono interamente il viso. Sono molto preoccupato: se i talebani mi arrestano, potrebbero uccidermi. Centinaia di vignette contro di me sono disponibili negli archivi dei giornali e su Internet. Il mio futuro e della mia famiglia non è mai stato così incerto. Chiedo aiuto e asilo alla comunità internazionale e al governo amico dell’Italia”.

Il caso di Alizada Khaliq è stato segnalato alle Nazioni Unite e, attraverso contatti internazionali, inserito nei lunghi elenchi per ottenere il permesso di uscire dal paese in qualunque modo. Ma quanti altri? Chi scriverà delle grandi ricchezze e delle sconcertanti commesse della Cina e della Russia, degli interessi del Golfo Persico in Afghanistan.
Al Jazeera ha pubblicato un rapporto interessante sulle materie prime. Nelle profondità, quasi inesplorate, di uno dei paesi più poveri del mondo, si trovano almeno 1 trilione di dollari di risorse minerarie non sfruttate, secondo un rapporto pubblicato dal Ministry of Mines and Petroleum dell’Afghanistan. Si stima che il paese dell’Asia meridionale di 38 milioni di persone detenga oltre 2,2 miliardi di tonnellate di minerale di ferro, 1,3 miliardi di tonnellate di marmo e 1,4 milioni di tonnellate di minerali di terre rare. Sempre da fonti Al Jazeera, l’Afghanistan detiene anche circa 2.698 kg di giacimenti d’oro lungo due principali cinture d’oro: Badakhshan a sud-ovest di Takhar e Ghazni a sud-ovest di Zabul; si stimano di 1,4 milioni di tonnellate di minerali di terre rare tra cui litio, uranio (usato per il combustibile nucleare) e molti altri; uno dei più grandi giacimenti di minerali è a Khanneshin, nella provincia di Helmand. Il paese ha anche una stima di 152 milioni di tonnellate di barite, comunemente usata dall’industria petrolifera e del gas nelle trivellazioni.

La guerra civile, su tali ricchezze, potrebbe essere fatale. Le intimidazioni, le minacce e gli omicidi degli operatori dell’informazione hanno una radice comune: il “bavaglio” ha sempre l’acido sapore del denaro.

Una delle vignette di è Alizada Khaliq contro i talebani è stata pubblicata a pagina 2 di questa testata, Daily Outlook Afghanistan.

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